Lettera dall’Azerbaigian / Petrolio, crescita e tensioni latenti
di Marco Anca
Sono stato in Azerbaigian due volte, la prima nel 2013, la seconda per una settimana nell’aprile 2024 visitando anche il Nord, nel Caucaso.
Paese ex imperiale russo ed ex sovietico, di piccole dimensioni e dieci milioni di abitanti, la cui lingua è l’azero (lingua turcomanna anche se con alcune lettere dell’alfabeto diverse, affiancato dal russo che viene parlato dalle classi medie e alte e da molte donne e ragazze giovani), è grande produttore di idrocarburi, segnato da una forte crescita che si riverbera, anche se con alcune disparità, nelle tasche di tutti.
Autocrazia, ma non messa all’indice dall’Occidente collettivo, l’Azerbaigian ha come presidente Ilham Aliyev (secondo i maligni succube della moglie), succeduto al padre Heydar, ex generale del Kgb e segretario del Partito comunista della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian, al potere dal 1993 e fino al 2003, uno che sapeva come gira il mondo.
Autocrazia, dicevo, che però garantisce crescita economia per tutti, sicurezza nelle strade e stabilità assoluta. A Baku si vede la tipica pulizia delle città sovietiche, anche nei sottopassaggi, altro che Milano! Uno schema “lukashenkiano”, potremmo dire.
Etnicamente il 90% della popolazione è azero, poi ci sono altri gruppi etnici caucasici di lingua locale non azera al Nord, un 4% di russi, alcuni altri ex sovietici, qualche kaukasiendeutsch (tedeschi del Caucaso), e alcuni ebrei, divisi tra ashkenaziti arrivati in tempi sovietici dalla Russia, che infatti usano il russo, ed ebrei delle montagne, ovvero ebrei autoctoni del Caucaso che parlano il tat, un dialetto persiano.
L’Azerbaigian è stato parte della Persia fino al 1828 quando, con il Trattato di Turkmenchay, la parte settentrionale è stata assegnata all’Impero Russo e quella meridionale è rimasta persiana.
All’interno dell’Impero Russo faceva parte del Vicereame del Caucaso, strutturato su una serie di governatorati ora facenti parte di Russia, Armenia, Georgia ed Azerbaigian, il che ha facilitato l’esistenza di comunità assai composite. Ma la scellerata e folle decisione dei bolscevichi di dividere l’Impero Russo in quindici repubbliche su base inevitabilmente nazionale ha trasformato il tutto in una bomba a orologeria.
La parte meridionale dell’Azerbagian ora è Iran, con il 16% della popolazione iraniana di etnia azera. Lo era anche l’ayatollah Khamenei, e lo sono anche molti tassisti di Teheran.
Dal punto di vista religioso, gli azeri sono prevalentemente sciiti, con una minoranza sunnita soprattutto nel Nord, nel Caucaso, e qualche zoroastriano. Poi ci sono i cristiani ortodossi russi, con una piccola minoranza di molokani (una via di mezzo tra ortodossi e protestanti, anabattisti e che celebrano il sabato), uno sparuto gruppo di cattolici di origine ex sovietica, i pochi kaukasiendeutsche luterani, gli ebrei ashkenaziti e della montagna e una comunità di Udi appartenente alla chiesa autoctona albanese-caucasica.
Consistente la diaspora azera in Russia, dove è oggetto di forte polemica (e di azioni giudiziarie e di polizia) l’attività di una numerosa criminalità organizzata azera. L’aeroporto di Baku ha molti collegamenti con le città russe, svariati con l’India e quasi nessuno con le città occidentali.
Un amico dell’Armenia e del popolo armeno come il sottoscritto non può dimenticare la persecuzione subita dagli armeni dopo il 1991. Sono scappati tutti. Nel centro di Baku giace, sconsacrata, la cattedrale apostolica armena.
Pagine ignobili, ma non le uniche nella storia, culminate con la recente invasione dell’Artsakh abitato da armeni (chiamato anche Nagorno Karabakh, altra bomba a orologeria) cacciati con violenza barbarica dalla soldataglia azera guidata da consulenti turchi e israeliani (di israeliani, anche “turisti”, in giro Azerbaigian se ne vedono tanti) e da mercenari islamisti.
Va fatto notare che gli abitanti sfollati dall’Artsakh in Armenia vivono grazie agli aiuti della Chiesa apostolica armena e della Federazione Russa. Dei turchi e dei turcomanni gli armeni non si potranno mai fidare, come la Chiesa apostolica armena e la diaspora fanno notare al primo ministro, il sorosiano Nicol Pashinyan
In Azerbaigian all’ingresso di ogni paese c’è un cartello con l’elenco e le foto dei martiri, i caduti nelle battaglie con l’Armenia, e molti azeri si dicono ancora oggi “aggrediti dall’Armenia”. Specularmente, in Armenia si sentono e si vedono le stesse cose, a parti invertite. Una memoria storica e collettiva che resiste e non è destinata a finire in fretta nel dimenticatoio.
Baku è una città dinamica, in crescita, pulita e sicura. Girano soldi e le case hanno prezzi europei. Le persone sono amichevoli e ospitali.
Nella città vecchia ho visto moschee ed edifici dei tempi persiani. C’è un po’ di edilizia zarista e sovietica (ma qualche monumento celebrativo, ancora presente nel 2013, è stato rimosso), e poi gli immancabili orrori moderni, tra cui i tre grattacieli che rappresentano il fuoco, elemento molto importante culturalmente in un paese pre-islamicamente zoroastriano che festeggia il Navruz, l’inizio dle nuovo anno fissato al 21 marzo.
Nel sobborgo petrolifero di Surakhani è tuttora attivo un tempio del fuoco (Ateshgah) zoroastriano visitato da pellegrini zoroastriani iraniani, indù e sikh, così come da numerosi turisti indiani.
La chiesa cattolica è stata costruita da poco per la piccola comunità cattolica di ex sovietici. La chiesa luterana è il centro dell’associazione dei kaukasiendeutsche (che hanno una storia ragguardevole). Non mancano la cattedrale ortodossa russa e due sinagoghe, quella ashkenazita e quella degli ebrei della montagna, due comunità che non si mescolano.
Le mie guide sono state un sunnita originario del Nord e un autista sciita. Molto bravi e professionali, entrambi ultraconservatori.
Il Caucaso che ha paesaggi montani bellissimi, ancora incontaminati e selvaggi. Campo base la cittadina di Quba, con moschee sciite e sunnite. Di fronte, sull’altra riva del fiume Kudyal, ecco il villaggio di Krasnaya Sloboda (Villaggio Rosso), uno dei più importanti insediamenti ebraici dell’ex Urss e l’unico shtetl attivo rimasto al di fuori di Israele, con 3.500 abitanti. Subito dopo il ponte c’è il monumento alla vittoria nella Grande Guerra Patriottica, molto sentita anche dagli ebrei sovietici. I cartelli stradali sono in tre lingue: azero, russo ed ebraico.
In paese ci sono due sinagoghe (la più famosa quella delle Sei Cupole), i mikvè (bagni rituali), un albergo e un ristorante per i turisti ebrei. I quali parlano inglese, la lingua del paese in cui vivono e l’ebraico, mentre gli ebrei della montagna parlano tat (un dialetto persiano), russo e azero, quindi capirsi non è facile.
Un altro villaggio di grande interesse è Khinalug, duemila abitanti in mezzo al Caucaso, panorami bellissimi, non facile da raggiungere (serve un bravissimo autista). Case vecchie di almeno trecento anni, una moschea sunnita e, inaccessibile perché zona militare sul confine con la Russia, un tempio del fuoco zoroastriano tuttora attivo. Qui si parla una lingua specifica del villaggio, tuttora oggetto di studio da parte dei linguisti.
Ho poi visitato Laza, villaggio in mezzo allo spettacolare Caucaso e abitato da una popolazione sunnita che parla la lingua lezgina, una lingua caucasica.
Come si può capire, la popolazione del Nord Azerbaigian non è azera, ma la sua composizione è quasi identica a quella del confinante Daghestan, repubblica russa. Io li suddivido in Daghestan russo, oppure Daghestan settentrionale, e Daghestan azero o Daghestan meridionale, e un accademico studioso del Caucaso mi ha confermato che è una suddivisione corretta.
Al ritorno verso Baku, ecco un paio di villaggi assai interessanti. Ivanovka, ordinatissima cittadina di oltre tremila abitanti, è l’ultimo kolkhoz (fattoria collettiva dei tempi sovietici) al mondo. Sembra di essere ancora in Unione Sovietica, con la Casa della cultura piena di foto. Gli abitanti sono tutti russi, ma non ortodossi, bensì molokani. Ci sono alcuni anabattisti, guidati dal Consiglio degli anziani (mi ha accolto un loro assistente), che celebrano il sabato, vietano immagini sacre, sono categoricamente pacifisti (definiscono gli azeri “i nostri fratelli”), non bevono alcolici, non fumano, non mangiano carne di maiale e hanno una dieta a base di latticini (molokani deriva da moloko, che in russo significa latte). La loro specialità è il brodo di pollo con i tagliolini fatti a mano (chiamati lapsha in russo). Non si riuniscono in una chiesa, ma in una casa di preghiera (molitevenny dom) austera e non distinguibile dagli altri edifici, con la cucina, la sala per i pasti comuni (chiamati obed) e una sala di preghiera con le Bibbie.
Poi eccomi a Nij, quasi seimila abitanti, uno dei villaggi del popolo udi in Azerbaigian. Gli udi parlano l’omonima lingua, del gruppo lezgino, e sono cristiani ortodossi, della Chiesa albanese-udi dell’Azerbaigian. Una Chiesa che, non avendo una gerarchia propria, a seconda dei villaggi dipende dalla Chiesa apostolica armena o dalla Chiesa ortodossa georgiana, anche se ora, dato che i seminaristi vengono formati nel seminario teologico ortodosso di Stavropol, in Russia, la Chiesa ortodossa russa ne è diventata in pratica il riferimento.
Un viaggio impegnativo per la preparazione culturale necessaria, ma anche fisicamente, se non si è più giovani. Ma viaggio gratificante, con la soddisfazione di aver ricevuto i complimenti dall’interprete perché grazie a me ha fatto un viaggio assolutamente fuori standard in luoghi e realtà che non conosceva nemmeno lui. L’ennesimo tour operator che metterà in catalogo itinerari disegnati da me.
Non può mancare una nota culinaria. La cucina azera è secondo me una delle migliori del mondo, con influenze centroasiatiche, turche e persiane, e prodotti naturali di prima qualità. Pur essendo un paese musulmano, vi si produce una birra (la Xirdalan) e anche del discreto vino. Il plov (riso con carne e verdure tipico dell’Asia Centrale) ha qui una nota dolce, per l’uso di uvetta sultanina piuttosto che di albicocche, rispetto al gusto robusto di quello centroasiatico. I piatti di riso sono tutti di ottima qualità e gusto delicato. Il massimo è stato, in un ristorante di Baku per classe medio-alta sconosciuto ai turisti, il kizy sac, agnello cotto al forno nel proprio grasso con patate, melanzane e altre verdure, un piatto letteralmente eccelso.
Speriamo che il governo (o la moglie del presidente!) non cacci questo Paese in qualche guaio. Sarebbe un vero peccato.
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Nella foto, la fiamma perenne nel Tempio del fuoco di Surakhani



