Roma: il buio e il grande freddo

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

Roma è una città sorprendente: riesce a vivere contemporaneamente in più stagioni, più climi e, soprattutto, più logiche. Nessuna coerente, ma tutte valide.

Camminando per la città mi imbatto in un manifesto, per la verità alquanto malridotto, che riproduce una delle tante perle normative di Roma Capitale: l’ordinanza n. 170 del 4 dicembre 2025. È dedicata, testualmente, alle “Disposizioni di emergenza in caso di caduta neve, formazione di ghiaccio e ondate di grande freddo 2025 – 2026”.

L’ordinanza è un capolavoro di zelo amministrativo: si mobilitano dipartimenti, municipi, volontari, persino i cittadini, chiamati a spalare marciapiedi fino alla larghezza di due metri e a lasciare il rubinetto leggermente aperto per evitare che l’acqua geli. C’è tutto: piani, protocolli, livelli di allerta, la raccomandazione di pneumatici invernali. Una macchina perfetta, pronta a fronteggiare il generale inverno … a Roma.

Si, proprio a Roma, non a Oslo o a Mosca. Nulla di male; in fondo prevenire è meglio che scivolare.

Mi domando, tuttavia: non c’è il riscaldamento globale? Forse sì, ma verosimilmente a Roma arriva a giorni alterni anche perché, lo sappiamo da tempo, non ci sono più le mezze stagioni. Prepariamoci, così, al “grande freddo”.

Eppure Roma è la stessa città in cui, per salvare il pianeta (o per risparmiare?), da qualche anno sono state istallate luci led che la sera illuminano (si fa per dire) le strade con una intensità tale che è difficile vedere una buca a un metro di distanza; senza considerare i rischi per la sicurezza in una città lasciata in balìa di sé stessa con episodi di criminalità che le cronache ci raccontano ogni giorno.

Sono i miracoli della burocrazia della capitale: la città è sostanzialmente al buio anche per scongiurare il surriscaldamento del pianeta ma si prepara all’emergenza freddo. Non c’è che dire, un capolavoro di coerenza climatica.

Dev’essere la nuova idea di sicurezza urbana: meno illuminazione notturna ma in compenso più ordinanze. La n. 170 del 2025 lo dice chiaramente: bisogna salvaguardare la “pubblica incolumità”. E quale modo migliore se non rendendo invisibili i pericoli? Con il povero cittadino che resta al buio mentre scivola nel ghiaccio, quando non viene aggredito dal primo balordo che passa.

O forse siamo tornati ai tempi di Giovenale, che nelle sue Satire rimproverava l’incoscienza di chi “non considera l’imprevedibilità degli eventi, se vai fuori a cena senza aver fatto testamento: in ogni finestra aperta, dove di notte si spiano i tuoi passi, sta in agguato la morte. Augurati dunque e in te coltiva la flebile speranza che s’accontentino di rovesciarti addosso il contenuto dei catini”.

In fondo per eliminare i problemi basta non vederli.

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Nella foto, neve a Roma, febbraio 2018

 

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