Meditazioni / 22 marzo 2026
Vetus ordo
Domínica prima Passiónis
Si quis sermonem meum servaverit, mortem non videbit in æternum
Gv 8,46-59
di Eremita
Questo Vangelo ci mette davanti a uno scontro fortissimo tra Gesù e i giudei. Non è una discussione tranquilla, è uno scontro sulla verità, sulla fede, sulla libertà dell’uomo. Gesù parla in modo diretto, senza cercare di addolcire le parole, perché sa che il cuore dell’uomo spesso si difende dalla verità.
Gesù comincia con una domanda impressionante: “Chi di voi può dimostrare che ho peccato?”. Nessuno può rispondere. Nessuno può accusarlo di peccato. Eppure non credono in lui. Questo è il dramma dell’uomo: anche davanti alla verità, anche davanti all’evidenza, il cuore può rimanere chiuso.
Gesù dice: “Chi è da Dio ascolta le parole di Dio; per questo voi non ascoltate, perché non siete da Dio”. Questa parola è dura. Perché significa che non basta appartenere a una religione, non basta conoscere la legge, non basta avere una tradizione religiosa. Si può essere molto religiosi e non ascoltare Dio.
Quante volte succede anche a noi. Possiamo ascoltare il Vangelo tante volte, possiamo frequentare la Chiesa, eppure rimanere chiusi. Perché la Parola di Dio non è semplicemente qualcosa da capire con la testa: è qualcosa che chiede conversione, chiede di cambiare la vita.
I giudei reagiscono offendendo Gesù. Gli dicono: “Non abbiamo forse ragione di dire che sei un samaritano e che hai un demonio?”. Quando l’uomo non riesce a rispondere alla verità, spesso passa all’insulto. È una reazione molto umana: invece di lasciarsi mettere in discussione, si attacca.
Ma Gesù non entra nella logica della polemica. Dice una cosa molto semplice: “Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio”. Gesù vive totalmente orientato al Padre. Non cerca la propria gloria, non cerca di affermare sé stesso.
E qui fa una promessa straordinaria: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno”.
Questa parola è di enorme portata. Perché l’uomo vive sotto la paura della morte. Tutto ciò che facciamo, in fondo, è segnato da questa paura: paura di perdere la vita, paura del futuro, paura di ciò che verrà. E Gesù dice che c’è una via per sconfiggere la morte: la sua parola.
Attenzione: non dice semplicemente “ascoltare”, ma “custodire”. Significa prendere questa parola e lasciarla entrare nella vita, lasciarla lavorare dentro di noi.
I giudei non capiscono. Pensano in modo puramente umano. Dicono: “Abramo è morto, anche i profeti sono morti. E tu dici che chi osserva la tua parola non morirà?”. Non riescono a uscire dalla logica della morte biologica.
Ma Gesù sta parlando di qualcosa di molto più profondo. Sta parlando della morte definitiva, della separazione da Dio. Chi vive nella sua parola entra già nella vita eterna.
Poi Gesù pronuncia una frase che fa esplodere la discussione. Dice: “Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia”.
I giudei rimangono scandalizzati. “Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?”. Non capiscono. Pensano solo al tempo umano.
E allora Gesù pronuncia una delle rivelazioni più forti di tutto il Vangelo: “Prima che Abramo fosse, io sono”.
“Io sono”. La stessa parola con cui Dio si era rivelato a Mosè nel roveto ardente. Gesù non sta semplicemente dicendo di essere più antico di Abramo. Sta dicendo qualcosa di molto più radicale: sta rivelando di essere Dio.
Per questo i giudei prendono le pietre per lapidarlo. Per loro è una bestemmia.
Questo Vangelo ci mette davanti a una decisione molto seria. Gesù non è semplicemente un maestro morale, non è soltanto un profeta, non è un uomo buono. Gesù si presenta come il Figlio di Dio, come colui che esiste da sempre.
Davanti a questa rivelazione non si può rimanere neutrali. O si accoglie o si rifiuta.
E questo succede anche oggi. Davanti a Cristo il cuore dell’uomo si divide. Alcuni si aprono, altri si chiudono. Alcuni riconoscono la sua parola come parola di vita, altri la rifiutano perché mette in crisi le loro sicurezze.
Ma questa parola rimane: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno”.
Ecco la promessa che Cristo fa anche a noi. In un mondo pieno di paura, pieno di incertezza, pieno di morte, Cristo annuncia una vita che la morte non può distruggere.
E la domanda che questo Vangelo lascia a ciascuno di noi è molto concreta: che posto ha la parola di Cristo nella mia vita?
Dalla risposta dipende tutto.
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Novus ordo
Togliete la pietra!
Gv 11,1-45
di Eremita
Questo Vangelo ci mette davanti a un fatto reale della nostra vita: la morte. Tutti noi abbiamo paura della morte, perché la morte entra nelle nostre case, entra nelle nostre famiglie, entra nelle nostre storie. E quando arriva la morte, quando arriva la malattia, quando arriva una situazione che non possiamo controllare, l’uomo si ribella, l’uomo protesta, l’uomo dice: “Dov’è Dio?”.
Guardate Marta e Maria. Sono amiche di Gesù. Il Vangelo dice chiaramente che Gesù le amava, amava Marta, Maria e Lazzaro. Eppure, quando Lazzaro si ammala, Gesù non corre subito. Rimane due giorni dove si trova. Questo è scandaloso per noi. Anche noi tante volte diciamo: “Signore, perché non intervieni? Perché non fai qualcosa? Perché lasci che questa situazione continui?”.
Dio non agisce secondo i nostri tempi. Dio ha un disegno. Gesù dice: questa malattia non porterà alla morte ma servirà perché si manifesti la gloria di Dio. Che significa? Significa che Dio vuole fare qualcosa di molto più grande di quello che noi immaginiamo.
Quando Gesù arriva, Lazzaro è già morto da quattro giorni. Quattro giorni significa che non c’è più speranza. Nel pensiero degli ebrei dopo quattro giorni il corpo è ormai completamente corrotto. Marta stessa lo dice: “Signore, manda già cattivo odore”. È finita. Non c’è più niente da fare.
Questo è il punto. Dio lascia che molte volte la nostra vita arrivi lì: dove non possiamo più fare nulla. Dove i nostri progetti falliscono. Dove le nostre sicurezze cadono. Dove l’uomo sperimenta la propria impotenza.
Marta corre incontro a Gesù e dice una frase che è anche la nostra: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Quante volte anche noi lo diciamo: “Signore, se tu fossi intervenuto prima… se tu mi avessi aiutato… se tu avessi cambiato questa situazione…”. Ma dentro quella frase c’è anche un germe di fede: “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà”.
E Gesù fa una rivelazione enorme: “Io sono la risurrezione e la vita”. Non dice semplicemente: “Io darò la risurrezione”. Dice: io lo sono. La vita eterna non è una teoria, non è un’idea, non è qualcosa che succederà lontano nel tempo. È una persona. È Cristo.
Chi crede in Lui, anche se muore, vivrà.
Poi arriva Maria, che non fa un discorso teologico come Marta. Maria cade ai piedi di Gesù e piange. E qui succede qualcosa di straordinario: Gesù piange. È il versetto più corto del Vangelo ma è potentissimo. Dio piange con l’uomo. Dio non è indifferente al nostro dolore. Dio entra nel nostro dramma.
Questo è il cristianesimo: un Dio che si fa uomo ed entra nella nostra sofferenza. Ma Gesù non si ferma al pianto. Va al sepolcro. E dice una cosa scandalosa: “Togliete la pietra”.
Sempre c’è una pietra davanti ai nostri sepolcri. La pietra delle nostre paure, la pietra del peccato, la pietra della disperazione. E Gesù ci chiede di fare un gesto: togliere la pietra. Anche se sembra inutile.
Marta protesta: “Signore, manda cattivo odore”. È la voce della ragione umana. È la voce che dice: “È troppo tardi”. Ma Gesù risponde: “Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio?”.
La fede è proprio questo: fidarsi di Dio anche quando tutto sembra morto.
Gesù allora grida: “Lazzaro, vieni fuori!”. E il morto esce dal sepolcro, legato con le bende. È un segno potentissimo. Cristo ha potere sulla morte. Cristo è più forte della morte.
Ma Gesù dice ancora qualcosa: “Liberatelo e lasciatelo andare”. Lazzaro esce vivo, ma è ancora legato. Ha bisogno della comunità che lo sciolga. Questo è bellissimo, perché mostra che Dio salva l’uomo dentro una comunità. Non da solo.
Tutti noi siamo come Lazzaro. Nella nostra vita ci sono zone morte: relazioni rotte, peccati che ci schiavizzano, ferite profonde, paure. Cristo oggi viene davanti al nostro sepolcro e grida anche a noi: “Vieni fuori”.
Il cristianesimo non è una morale, non è uno sforzo per essere buoni. È un incontro con uno che ha il potere di far uscire l’uomo dalla morte.
Per questo molti, vedendo ciò che Gesù aveva fatto, credettero in Lui. Perché quando Dio interviene nella vita concreta dell’uomo, la fede nasce.
La Parola oggi ci pone una domanda personale, molto seria, la stessa che Gesù fa a Marta: “Credi questo?”.



