Lettera / Viganò, la sua richiesta al papa e la fine della fede
di Sergio Pastore
Caro Aldo Maria,
sono rimasto sorpreso, anzi esterrefatto, nel leggere l’articolo dell’arcivescovo Viganò del 19 marzo, san Giuseppe (giorno della mia prima comunione nel 1953).
Scrive Viganò: «Per Bergoglio e Prevost sarebbe dunque inammissibile la pena capitale che uccide solo il corpo ma ammissibile la scomunica che uccide l’anima condannandola alla morte eterna».
Sembrerebbe dunque che Viganò, in quanto scomunicato, si vede condannato alla morte eterna. Ma sappiamo tutti che la sua scomunica è ingiusta, anche se probabilmente valida secondo il diritto canonico. Ma se era ingiusta, come penso creda anche Viganò, perché temere la morte eterna?
Secondo me Viganò sbaglia nel cercare un accordo o il perdono di un papa sinodale e bergogliano e quindi scismatico. La gerarchia cattolica ha perso la fede, anche se non può ancora dirlo. Qualcuno pensa davvero che il pornografo Fernández creda nelle verità di fede, lui che si è sentito in obbligo di declassare la Madonna sostenendo che il titolo di corredentrice sia inappropriato?
Bergoglio odiava il vetus ordo perché i modernisti vogliono cancellare il ricordo della vecchia chiesa e delle sue verità. Era dunque una questione di potere, come spesso o quasi sempre nelle vicende umane.
La Chiesa sinodale non ha più verità da proclamare e difendere, la neochiesa vuole anzi imparare dai fedeli mediante la chiacchiera continua. Intanto è già diventata la chiesa arcobaleno che proclama il libero amore. Bergoglio o Fernández consigliavano una benedizione veloce degli omosessuali per non dare scandalo, ma in Germania siamo ormai al matrimonio omosessuale difeso a spada tratta da quasi tutta la gerarchia. Dio ama tutti, anche gli omosessuali, ripeteva Bergoglio. E tutti sanno che gli omosessuali praticano il sesso e non vivono come fratello e sorella come raccomandava l’ingenuo Ratzinger. Sesso a go go per tutti, con chi si vuole, quando si vuole.
LA Chiesa cattolica ha abolito di fatto il sesto e il nono comandamento. In Germania ufficialmente, e se Prevost aspetta ancora un po’ è solo perché si deve pure salvare la faccia. L’idea è che l’adulterio sia un concetto arcaico: non è più un peccato, anzi le scappatelle fanno bene al matrimonio, vivificano di nuovo il rapporto. E poi tutto questo parlare degli omosessuali e dei loro diritti! Che ne è degli eterosessuali che dopo tutto sono ancora la grande maggioranza e mandano avanti la baracca? Senza figli la società muore. Eppure l’ex abate di Einsiedeln, Martin Werlen, ha molta comprensione per gli omosessuali e il loro desiderio di essere genitori (dunque utero in affitto, traffici di ovuli e spermatozoi nei laboratori del mondo). Per la Chiesa, almeno fino a ieri, l’inseminazione artificiale era illecita, ma visto che ormai è una pratica universale si è adeguata e non si pronuncia più. Condannare queste pratiche la squalificherebbe e perderebbe clienti.
La dottrina? Ridicolaggini del passato. Si tratta ormai soltanto di volersi bene e discutere fino allo sfinimento. Finché si chiacchiera non ci si rompe la testa. Il Dio uno e trino è ormai un ferrovecchio. Dio è Dio e basta e per tutti, come ha sottoscritto ad Abu Dhabi l’argentino.
Insomma, secondo me Viganò fa male a chiedere misericordia a un non papa come Prevost. Che non ha nemmeno il coraggio di licenziare uno come Fernández. Povera Chiesa!
Che significa obbedire al papa? Bisogna obbedirgli anche quando proclama la fine della vecchia fede, come avviene di fatto oggi?
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