Meno saremo, meglio staremo. La solita solfa neomalthusiana. Riproposta
di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
tra le notizie che la pagina di apertura del browser mi propone ogni giorno, l’algoritmo ha ben pensato di inserire un video dal titolo emblematico: “E se metà della popolazione mondiale scomparisse improvvisamente?”
La domanda è puramente retorica anche perché la risposta è scontata per i seguaci di Malthus e delle sue teorie sulla sovrappopolazione, tanto che già all’inizio del filmato ci si chiede se tutto ciò può “rivelarsi una cosa positiva per l’umanità”.
Il video, che prende ispirazione da un noto film degli Avengers, si apre con gli inconvenienti della improvvisa e simultanea scomparsa della metà della popolazione: caos più totale, incidenti aerei, di auto e di treni, operazioni chirurgiche lasciate a metà e perdita di metà dei familiari e degli amici.
Tuttavia, una volta elaborato il lutto e risolto qualche trascurabile inconveniente organizzativo (che sarà mai?), dopo che le acque si fossero calmate “questo tragico evento potrebbe rivelarsi abbastanza positivo per l’umanità”! In fondo l’Europa ha già affrontato in passato questo problema con la peste nera e i benefici sarebbero evidenti e significativi:
– cibo più abbondante con meno bocche da sfamare (testualmente “potremmo riempire molte più pance”);
– saremmo molto più ricchi perché con meno persone in giro potremmo farci pagare di più per le nostre capacità;
– ci sarebbero molte più case disponibili e non dovremmo spendere tutto lo stipendio per l’affitto.
Senza dimenticare i benefici per il pianeta terra che “inizierebbe lentamente a riprendersi dei danni causati dal cambiamento climatico: meno persone, meno inquinamento e meno danni per l’ambiente”. Potremmo così “continuare a viverci comodamente anche tra cento anni a differenza da quello che probabilmente accadrebbe se mantenessimo i nostri consumi con la popolazione attuale”!
Insomma, superato il dolore provocato dalla perdita dei nostri cari, “questo nuovo mondo non sembrerebbe poi così malvagio”: saremmo più ricchi, avremmo cibo in abbondanza e il pianeta sarebbe più sano.
C’è, però, un piccolo inconveniente. Il video, infatti, mostra le immagini di alcune ecografie di feti e di una mamma che tiene in braccio il figlio appena partorito e il commento irrompe con “Sfortunatamente però in un paio di secoli ci troveremmo di nuovo al punto di partenza”.
Il messaggio è chiaro anche ai più distratti. Tuttavia “anche se ciò accadesse il mondo potrebbe ancora salvarsi” (il che, naturalmente, implica dire che oggi siamo pressoché spacciati) perché il nocciolo della questione sarebbe non quanti siamo ma come utilizziamo e distribuiamo le risorse del pianeta che potrebbe contenere fino a quattordici miliardi di persone.
Il video, che nel finale sembra contraddirsi, rimanda a un’ulteriore puntata per spiegarci cosa succederebbe se la popolazione raddoppiasse ma le premesse sono chiare: l’uomo non è in grado di curare il pianeta, anzi è di troppo. È una malattia, un cancro che devasta la terra e se c’è una malattia serve una cura.
E la cura è quella che ci propone la società di oggi: meno persone, meno problemi; più morti, più ricchezza; più aborti, più alberi; più eutanasia, più felicità.
Queste narrazioni, in effetti, non sono neutre ma sono perverse e false simulazioni che con il pretesto di un approccio asettico, quasi scientifico, vogliono educare a pensare che il problema non siano gli errori dell’uomo ma l’uomo stesso.
L’evoluzione (o l’involuzione?) è anche questo: passare dalla critica degli abusi alla delegittimazione dell’esistenza. E così, mentre ci preoccupiamo di salvare le foreste, finiamo per perdere qualcosa di più serio: la convinzione che valga la pena salvare anche l’uomo. E questo vale tanto per i neo malthusiani quanto per chi, anche nella Chiesa, dimentica che la salvezza non consiste nel confermare l’uomo nei suoi errori ma nel redimerlo.
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