Appunti di un ex (?) cattolico sul tempo vuoto della Chiesa. 3
di Fabrizio Laria
La libertà come strumento della Provvidenza
È importante notare come l’eventuale fondatezza di questa prospettiva possa avere, di rimando, delle implicazioni rilevanti rispetto al già discusso problema del ‘che fare’. Intanto, poiché da maggiore consapevolezza deriva maggiore libertà, e quindi maggiore responsabilità, quella che grava sui fedeli consapevoli della strutturale apostasia ecclesiastica è necessariamente molto maggiore rispetto a quella a carico dei fedeli che, incapaci di coglierne il colossale tradimento, ancora si affidano docilmente alla Chiesa visibile. Infatti, mentre per i meno consapevoli la responsabilità è condizionata dal subdolo inganno che subiscono proprio ad opera di chi dovrebbe rettamente guidarli, a coloro che hanno riconosciuto la realtà e la natura strutturale dell’apostasia non è concesso di lasciarsi imbrigliare dall’inerzia dell’apparato, magari rifugiandosi nella passiva fiducia in un intervento provvidenziale soprannaturale [6].
Al contrario, se davvero la Provvidenza si realizza anche per mezzo della libertà umana, coloro ai quali la grazia divina ha concesso una capacità di comprensione più profonda e, quindi, una libertà maggiore, sono necessariamente chiamati a usarla per farsi strumento attivo della Provvidenza, nella fattispecie contrastando con tutti i loro mezzi e le loro forze quella mortifera inerzia.
Ma vi è di più. Se infatti il peso e la natura incerta e tormentata di questa lotta fa parte, come abbiamo visto, dell’essenza del martirio bianco, un ulteriore carico, per quanto appena detto, è rappresentato dal dovere, derivante anch’esso dalla superiore consapevolezza, di sforzarsi di discernere quale sia la forma di resistenza più conforme al disegno divino. Il che riporta direttamente al dilemma tragico già analizzato: da un lato, l’opzione della resistenza senza rottura, che mantiene un legame con la Chiesa visibile per tentare di emendarla dall’interno; dall’altro, l’opzione del distacco radicale, che denuncia apertamente l’apostasia strutturale e rifiuta di legittimarla nei fatti con la propria, sia pur riluttante, obbedienza. Si è visto che l’angoscia per l’impossibilità di determinare con sicurezza quale delle due vie sia quella giusta è parte integrante del martirio bianco. E si è anche sottolineato come, poiché nella scelta della separazione il martirio bianco si presenta nella sua forma più esposta, con essa l’intensità della prova si estremizza.
Al riguardo, ci sono due punti che, a mio modo di vedere, assumono particolare rilievo se messi in relazione a quanto detto in precedenza circa il rapporto tra libertà umana e Provvidenza divina. Innanzitutto va osservato come, nell’opzione della separazione, l’intensificazione della prova, come anche la separazione in quanto tale, non costituiscono in realtà il vero nocciolo della scelta, essendo entrambe conseguenze necessarie di una opzione di fondo logicamente antecedente: quella della verità senza veli. Qualsiasi apparato infatti, per sua natura, non può tollerare la testimonianza (specie se autorevole e qualificata) che lo smaschera apertamente. Da qui la sua inevitabile veemente reazione di rigetto nei confronti del denunciante: revoca di protezioni, isolamento, delegittimazione, stigmatizzazione, condanna pubblica, scomunica. In secondo luogo va evidenziato lo speciale significato che la prova, così estremizzata, tende ad acquisire. La superiore esposizione prodotta dalla scelta della verità integrale indefettibilmente affermata assume infatti, agli occhi della comunità dei fedeli, una valenza simbolica, assurgendo in tal modo al rango di segno profetico. Attraverso questa esposizione estrema, cioè, la vita stessa del fedele si fa parabola vivente, segno che interpella e richiama perentoriamente alla piena verità del Cristo, contro ogni simulacro e contro ogni dissimulazione inevitabilmente, in qualche misura, complice dell’inganno. Tutto questo in definitiva fa sì che con l’opzione della rottura, dettata a sua volta dal perseguimento della verità senza veli, l’assunzione di responsabilità sia massima e la libertà venga esercitata nella sua forma più radicale, iscrivendosi pertanto nel disegno provvidenziale in un modo che la rende profeticamente incisiva e la valorizza pienamente [7].
Questo non significa tuttavia che l’opzione della resistenza attenta a evitare la rottura debba essere liquidata come priva di valore o come mera complicità. Essa conserva infatti un senso, soprattutto laddove la coscienza del fedele non riesca a sostenere il peso della marginalità estrema. In tali casi, la resistenza dall’interno (che è comunque altra cosa rispetto alla semplice sopportazione silenziosa, magari occupata a “sistemare i mobili nella casa in fiamme”) [8], può senz’altro costituire un segno di fedeltà, seppur attenuato, e un tentativo di mantenere viva una scintilla di verità all’interno di un corpo ormai compromesso. Tuttavia, in quanto inevitabilmente esposta al rischio di assorbimento e addomesticamento da parte dell’apparato, oltre che alla responsabilità quantomeno ‘colposa’ di confermare l’inganno agli occhi dei semplici, questa forma di resistenza rimane fragile e potenzialmente ambigua. È per questo che, pur non negandone la dignità, occorre riconoscere che, di fronte a circostanze eccezionali e di portata storica come quelle in cui chi dovrebbe custodire la verità evangelica la tradisce programmaticamente, la scelta della separazione radicale, fondata sulla verità senza compromessi, si presenta, per chi è in grado di sostenerla, come la via non solo più tragicamente sofferta, ma anche più provvidenzialmente coerente e pastoralmente trasparente: essa non lascia spazio a pericolose ambiguità, non si presta a essere strumentalizzata, e diventa così, almeno potenzialmente, testimonianza profetica.
In definitiva, entrambe le vie possono inscriversi nel disegno provvidenziale, ma la seconda, proprio per la sua radicalità, valorizza al massimo la libertà del fedele consapevole quale manifestazione provvidenziale della fecondità del seme evangelico, trasformando la sofferenza in segno e la marginalità in spazio di possibile salvezza. Questa sua più esplicita valenza provvidenziale non rende tuttavia la scelta scontata e non annulla la responsabilità in capo al singolo fedele, anzi: ne accentua la gravità. Essa rende infatti più pressante e impegnativo l’obbligo, prima di escludere la via più dura, di misurarsi con la propria coscienza con la massima onestà, ovvero senza cedere all’autoinganno di motivazioni illusorie o aprioristicamente assunte (come l’obbedienza intesa come principio astratto da applicare in modo indiscriminato, o la presunta incapacità di seguire la via più aspra come scusa per rifiutarla in partenza) e senza rifugiarsi in alibi comunitari (ovvero, di fondo, l’idea che la conformità possa comunque fungere da relativo ma utile criterio di verità per chi, con giusta umiltà, riconosce i propri limiti di discernimento).
Queste considerazioni di carattere generale, per non risultare astratte, vanno peraltro calate nell’articolata complessità del reale tenendo conto di diverse variabili, tra cui una primariamente rilevante: la posizione del soggetto all’interno del corpo ecclesiale. Questo perché la scelta della separazione o quella della resistenza non hanno, di norma, lo stesso peso né le stesse implicazioni per un laico, per un chierico semplice o per un ministro dotato di particolare autorità. Per il laico infatti la separazione, pur esponendo a un certo grado di marginalità, può configurarsi come un atto di coscienza ancora relativamente protetto, non comportando in nessun caso la perdita di un ufficio né la rottura di un vincolo canonico. Per il sacerdote, invece, la stessa scelta assume un carattere molto più drammatico: essa infatti, a fronte di una valenza simbolico-profetica superiore, implica la rinuncia a una posizione istituzionale, la perdita di mezzi di sostentamento, l’accusa di infedeltà e strumentalizzazione del proprio ufficio, l’incomprensione da parte della maggioranza, l’isolamento, in una proporzione e con una probabilità tanto maggiori quanto più elevato è il livello a cui egli si colloca nella gerarchia ecclesiastica. Di contro, nella misura in cui è attenta ad evitare questo tipo di conseguenze velando opportunamente la verità, una effettiva e provvidenzialmente operante resistenza interna può risultare per un religioso quasi impossibile, finendo per tradursi nei fatti, a prescindere dai buoni propositi, in una mera permanenza passiva nell’apparato, che come tale avalla implicitamente l’inganno in misura proporzionale al rango della carica rivestita. Alla luce di tutto questo, è chiaro come, in concreto, il rischio dell’autoinganno e la tentazione di sottrarsi al dovere di piena testimonianza della verità – e con essi la difficoltà e il peso della scelta – pur non venendo mai meno, crescano in rapporto al grado di rappresentatività ecclesiale di chi è chiamato a compierla.
D’altra parte, proprio perché la posizione occupata all’interno dell’apparato ecclesiale condiziona profondamente le ricadute personali ed esterne della scelta, essa può, in determinate circostanze, rendere la resistenza interna non solo possibile, ma persino più incisiva della separazione, a condizione che la coscienza sia sufficientemente vigile e la volontà rimanga costantemente e saldamente orientata alla verità integrale, pur nella inevitabile velatura parziale che, a livello pubblico, il vincolo di non rottura comporta. È evidente infatti come, quanto più rilevante è il ruolo ricoperto nell’apparato, tanto maggiore è la capacità di influire sui processi decisionali, di orientare le dinamiche interne, di proteggere i fedeli più vulnerabili e di frenare, almeno in parte, la deriva dottrinale e liturgica. Un vescovo, un superiore religioso, un docente autorevole, un parroco stimato da una vasta comunità: tutti costoro, se animati da una sincera fedeltà alla verità ricevuta, possono esercitare una funzione di argine che nessun laico isolato, per quanto coraggioso, può realisticamente svolgere. La loro parola, pur se prudente, può raggiungere luoghi e coscienze altrimenti inaccessibili; la loro presenza, pur se minoritaria, può impedire che l’apparato si chiuda completamente su se stesso, mantenendo aperto uno spazio di possibilità che la rottura, per quanto profetica, non può presidiare dall’esterno.
In questo senso, la resistenza interna non è necessariamente destinata a scivolare nel compromesso, ma può configurarsi anch’essa, complementarmente alla disobbedienza pubblica, come una forma di fedeltà radicale, benché espressa attraverso modalità meno visibili e più esposte al rischio di incomprensione. È una fedeltà che non si manifesta nella denuncia aperta, ma nella custodia quotidiana di ciò che non è negoziabile, nella perseveranza silenziosa, nella lenta erosione dell’inerzia dell’apparato. E se è vero che tale resistenza può essere facilmente neutralizzata, è altrettanto vero che, quando proviene da figure dotate di reale autorevolezza, può produrre effetti che la separazione, in virtù del suo portato di ‘illegittima delegittimazione’, non è in grado di generare.
Alla luce di tutto questo, il dilemma tra resistenza e rottura può riacquistare la sua piena simmetria tragica. Nessuna delle due vie può rivendicare per sé una superiorità definitiva: entrambe comportano rischi, entrambe espongono a forme diverse di autoinganno, entrambe richiedono una vigilanza interiore che nessuna posizione può di per sé garantire. La separazione radicale preserva la purezza della testimonianza, ma rischia l’irrilevanza; la resistenza interna può incidere più direttamente sulla realtà ecclesiale, ma rischia di essere assorbita dall’apparato che intende contrastare.
In definitiva, quindi, la scelta non può essere determinata da un criterio astratto, ma solo dal discernimento concreto di ciascuno, alla luce della propria posizione, delle proprie responsabilità, della propria capacità di sostenere la prova. Per alcuni, la fedeltà alla verità integrale, radicalmente espressa, potrà condurre alla rottura; per altri, la stessa fedeltà, interiormente custodita, potrà consigliare di restare, pur tra mille ambiguità, per impedire che l’inganno colonizzi integralmente l’apparato, rendendolo ancora più implacabilmente fagocitante nei confronti di chi è privo di sufficiente capacità di difesa. In entrambi i casi, ciò che conta non è la forma esterna della scelta, ma la disposizione interiore che la sostiene: la volontà e l’impegno a fare del proprio meglio, in tutta coscienza, per dare forza e quindi respiro provvidenziale alla propria testimonianza di verità, anche quando nessuna via appare pienamente praticabile.
Così il dilemma non si scioglie, ma si chiarisce: non esiste una via “giusta” in senso assoluto, ma solo la fedeltà possibile dentro una condizione storica che non offre garanzie. E proprio questa impossibilità di una soluzione pacificante è ciò che rende il martirio bianco una forma autentica di testimonianza: una testimonianza che si consuma nella tensione e nella ricerca, non nella sicurezza e nel possesso; che si misura con l’opacità del presente, e che proprio per questo non può essere programmata né rivendicata come scelta esemplare; che è segnata da una sofferenza inevitabile di fronte a un tradimento tanto inaudito e destabilizzante quanto radicale e conclamato.
Il valore della testimonianza
Se c’è un punto in cui tutta la riflessione precedente sembra convergere, esso riguarda il valore della testimonianza che, pur nella dispersione e nella fragilità presente, continua a essere offerta da coloro che non hanno ceduto alla dissoluzione del senso. In un’epoca in cui la mediazione ecclesiale appare compromessa e la visibilità della Chiesa sembra oscurare più che rivelare il mistero che dovrebbe custodire, la fedeltà di piccoli gruppi, spesso isolati e marginali, nella sua intrinseca dimensione comunitaria fondata sulla custodia condivisa della verità ricevuta, mostra con l’esempio, con la perseveranza, con la resistenza ferma e coerente, che un’altra forma di appartenenza è possibile, e che la verità non è necessariamente e interamente consegnata alle strutture che dovrebbero presidiarla. Una testimonianza quindi capace di anticipare il futuro rendendo visibile e rafforzando, nel presente, ciò che il presente tende a occultare: la certezza che ogni atto di vera fedeltà, per quanto piccolo, ha una importanza vitale, in quanto mantiene aperto uno spazio di autentica tensione escatologica che altrimenti la macchina, anche nella sua articolazione ecclesiale, chiuderebbe del tutto, rendendo totale e definitiva l’alienazione dell’uomo dalla sua vera essenza divinamente rivelata. È in questa fedeltà dispersa, non organizzata, non garantita, che è possibile custodire ancora – come un seme sotterraneo – la possibilità di una rinascita che nessuno può programmare, rimanendo affidata al tempo di Dio, che opera anche attraverso ciò che nel tempo presente sembra sterile.
Accanto a questa testimonianza minoritaria, ma che si esprime comunque nella salda continuità dell’atto di fede, esiste forse un’altra forma di testimonianza, estremamente più fragile, marginale e isolata: quella di chi, pur essendosi dovuto arrendere alla perdita, dimostra che l’essenza vera della fede cattolica, una volta esperita per quello che è – e non come mera abitudine o identità culturale – è capace di rimanere operante nell’anima anche di chi non riesce più a viverla con piena adesione, proprio perché, al di là degli scogli rivelatisi soggettivamente (ma forse solo provvisoriamente) insuperabili, essa possiede una consistenza, una coerenza, un fondamento (la Rivelazione) che, nella loro stabile oggettività, trascendono ogni possibile mediazione storica e istituzionale. Con questo naturalmente mi riferisco alla mia pretesa, in cui è fin troppo facile vedere una contraddizione, di parlare con partecipazione – e per di più in un’ottica di fedeltà alla tradizione – di fede, di Provvidenza, di crisi della Chiesa, di coscienza del credente, pur avendo dichiarato di non potermi più definire a pieno titolo credente. Criticare questa pretesa è del tutto legittimo. L’unica risposta che posso offrire è che la fede – la fede cattolica (nessun’altra per me sarebbe possibile) – che pure ho perduto, non ha mai smesso di interrogarmi. Per questo non ho parlato come chi al riguardo ritiene di poter possedere delle verità, ma come chi dall’esperienza della fede è stato segnato in modo così profondo da portarne dentro una impronta indelebile, più forte della perdita stessa: una impronta che rende intollerabile vedere questa stessa fede manipolata, ridotta a ideologia, resa funzionale a logiche estranee al Vangelo. È da questa ferita che nasce il mio tentativo di comprendere e di restituire, per quanto posso, la drammaticità della situazione attuale. So di non poter dire ai credenti come debbano vivere la loro fede: la mia voce può solo offrire uno sguardo disarmato, senza pretendere di orientare scelte che superano la mia misura. Ma forse proprio questa distanza relativa mi permette di affrontare certi nodi con un’ottica che, per quanto non ortodossa, può cogliere aspetti che l’immediatezza dell’esperienza credente tende a mettere in secondo piano. Non è un vantaggio, ma una condizione da cui può emergere una forma diversa di consapevolezza. Sicuramente problematica, e tuttavia, forse, non del tutto priva di valore.
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[6] Si noti in proposito lo stretto parallelismo con la più specifica situazione di coloro che partecipano attivamente alla messa novus ordo pur essendo al corrente della sua dubbia validità e sicura illiceità (cfr. https://www.aldomariavalli.it/2026/02/13/novus-ordo-vetus-ordo-unobiezione-diffusa-e-una-risposta-con-piccolo-catechismo-annesso/): come “coloro che sanno che la nuova messa comporta una professione di fede ambigua (o che ne dubitano seriamente e non fanno alcunché per togliersi il dubbio) commettono un peccato contro la virtù della fede” partecipandovi attivamente, così coloro che sono consapevoli della traiettoria teologicamente e dottrinalmente eversiva della Chiesa attuale non possono optare per la connivenza con essa pretendendo con ciò di comportarsi rettamente. Nell’altro verso però, se “quelli che celebrano o assistono alla nuova messa senza sapere che è illecita e a volte invalida non commettono peccato, perché sono nell’ignoranza invincibile”, non sembra così scontato che la fiducia ingenua nella Chiesa visibile elimini automaticamente ogni responsabilità. Infatti, anche se in entrambi i casi la non-consapevolezza è dirimente, nel secondo l’ignoranza non riguarda un fatto “tecnicamente oggettivo” (illecità o invalidità della liturgia) che il fedele non ha i mezzi per discernere autonomamente, bensì quello che può configurarsi come un disagio presente ma non ascoltato, una scarsa attenzione prestata a una intuizione interiore che qualcosa non è come dovrebbe essere, un non lasciarsi inquietare da ciò che suona dubbio rispetto a contenuti evengelici e a un “senso comune cattolico” che, per quanto in via di “reingegnerizzazione”, mantiene viva la sua eco plurisecolare.
[7] Queste considerazioni appaiono coerenti con numerosi, ben noti e – sia pur con livelli di pertinenza diversa e tenendo conto dei diversi contesti – difficilmente equivocabili riferimenti scritturali, più volte autorevolmente proposti sulle pagine di questo blog e alcuni dei quali, senza alcuna pretesa di rigore esegetico, sono di seguito riportati con associati dei brevi commenti:
Gal 1,8-9: “Ma anche se noi stessi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema!” (la verità del Vangelo è superiore a qualsiasi autorità umana o angelica, perché la fedeltà non è all’istituzione, ma al Vangelo);
Mt 5,37: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (qualsiasi forma di ambiguità e doppiezza va rifiutata come inganno diabolico);
Mt 18,7-9: “Guai al mondo per gli scandali! … Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te” (di fronte allo scandalo, la separazione è preferibile alla complicità);
Mt 10,34-37: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada” (la fedeltà radicale a Gesù e alla verità può comportare una dolorosa rottura di legami, anche sacri e naturali);
Mt 18,6: “Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (chi contribuisce a tradire la fiducia dei credenti vulnerabili subirà la punizione divina);
Mc 8,33: “Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (quando l’umano, per quanto istituzionalmente autorevole, ostacola il disegno divino, è necessario un allontanamento radicale);
Ap 18,4: “Uscite, popolo mio, da essa, per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli” (la separazione da Babilonia è necessaria per non partecipare ai peccati e non subire il giudizio di Dio, che colpirà coloro che Lo tradiscono);
2Cor 6,17: “Perciò uscite di mezzo a loro e separatevene” (occorre separarsi attivamente da tutto ciò che è contrario a Dio).
[8] Cfr. https://www.aldomariavalli.it/2025/11/22/caro-tradizionalista-devi-scegliere-vuoi-essere-un-leone-come-de-castro-mayer-e-lefebvre-o-un-cagnolino-mansueto-come-rifan/
3.fine
Le precedenti puntate sono state pubblicate qui e qui.



