Opinione / Ministri che si dimettono e problemi (di fondo) che restano

di Daniele Trabucco

Il problema dell’Italia, prima del referendum costituzionale di natura approvativa/oppositiva dei giorni 22 e 23 marzo 2026 e ancor più dopo il suo esito, non risiede nella dimissione di questo o di quel ministro (ieri Sangiuliano, oggi Bartolozzi, Delmastro, Santanchè), non si esaurisce nel sacrificio di una figura governativa esposta alla furia del momento, non si lascia comprendere entro la povera grammatica giornalistica che riduce la crisi di un Paese alla caduta di una tessera dal mosaico del potere. Il nodo reale è più profondo, più grave, più antico e, perciò stesso, più difficilmente nominabile, poiché riguarda la qualità dei soggetti chiamati a reggere la cosa pubblica, la statura interiore di coloro che pretendono di governare una comunità politica, la loro capacità di elevarsi al di sopra dell’amministrazione del contingente per attingere quella prudenza superiore senza la quale il comando degenera in tecnica, la rappresentanza in teatro, la decisione in gesto, la politica in coreografia del consenso.

Per questa ragione il dibattito sulle responsabilità ministeriali, pur comprensibile nel suo ordine immediato, appare secondario rispetto al difetto originario da cui tutto discende, vale a dire l’assenza di un criterio vero nella selezione della classe dirigente.

Quando una nazione smarrisce il principio della scelta, quando non sa più distinguere tra la visibilità e l’autorevolezza, tra la parola gridata e la parola pensata, tra il talento tattico e la sapienza politica, allora le crisi non producono mai chiarificazione, ma soltanto sostituzioni, non generano conversione dell’ordine, ma semplice rotazione delle maschere. Si cambia il volto e si conserva il vuoto, si muta il nome e resta intatta la sterilità del ceto dirigente, si invoca l’avvicendamento come rimedio, mentre il male continua a riprodursi nel medesimo grembo che lo ha generato. In questo senso né Giorgia Meloni, né Elly Schlein, né Angelo Bonelli etc. possiedono, per vie differenti e tuttavia convergenti, la caratura necessaria per guidare davvero il Paese. Il limite di costoro non è anzitutto psicologico, non è meramente temperamentale, non attiene soltanto alla maggiore o minore efficacia della loro comunicazione pubblica, bensì è di natura spirituale, intellettuale e filosofica, poiché tutti e tre abitano, ciascuno secondo il proprio lessico, le aporie del pensiero moderno e, dunque, si muovono entro un orizzonte che ha già consumato in sé stesso le condizioni della vera politica. La loro distanza apparente, che tanta parte dell’opinione pubblica scambia per alternativa reale, è sovente la variazione interna di una medesima premessa, quasi che tre lingue diverse potessero ancora celare l’unità di una medesima povertà speculativa. Il pensiero moderno, infatti, ha compiuto una sostituzione radicale, la più decisiva di tutte, poiché ha rimosso l’ordine naturale e lo ha rimpiazzato con un ordine artificiale.

Là dove la tradizione classica e cristiana riconosceva una struttura del reale, una misura oggettiva del bene, una finalità intrinseca dell’agire umano e della convivenza civile, la modernità ha progressivamente collocato la volontà al posto della verità, il contratto al posto della natura, la procedura al posto della giustizia, il desiderio al posto del fine, la tecnica al posto della prudenza. Da questo slittamento originario derivano le aporie che oggi si manifestano in tutta la loro forza distruttiva e che rendono la politica occidentale, e quella italiana in particolare, oscillante tra sovranismo verbale e nichilismo procedurale, tra moralismo sentimentale e impotenza decisionale, tra retorica della libertà e dissoluzione del bene comune.

La prima aporia consiste nel primato della volontà sulla verità. Non si domanda più quale sia il giusto ordine delle cose, quale sia la forma buona della vita comune, quale sia il fine proprio della comunità politica, bensì chi disponga della forza sufficiente per imporre una decisione o per accreditarla nello spazio mediatico come inevitabile, progressiva, popolare o necessaria.

La seconda aporia consiste nella riduzione del bene comune a somma di interessi, a equilibrio instabile di pretese, a negoziazione permanente tra appetiti concorrenti, cosicché la politica non è più l’arte di ordinare la pluralità entro un fine superiore, bensì la gestione provvisoria di conflitti che nessuno osa più giudicare a partire da un criterio di verità.

La terza aporia consiste nella neutralizzazione della legge, ormai pensata non come misura razionale del giusto, ma come esito reversibile di rapporti di forza, di procedure formalmente corrette, di mediazioni numeriche prive di intrinseca nobiltà.

La quarta aporia, forse la più devastante, consiste nell’oblio del limite e, dunque, nell’incapacità di comprendere che il potere, per essere legittimo, deve riconoscere ciò che lo precede e ciò che lo trascende, poiché una politica che non si lasci misurare da nulla finisce inevitabilmente col misurare tutto su sé stessa.

L’alternativa, se non va bene nessuno dei profili oggi dominanti, non consiste nell’attendere un uomo provvidenziale calato dall’alto, perché questa è ancora una categoria moderna, personalistica e in fondo spettacolare. L’alternativa vera è molto meno teatrale e molto più esigente, poiché consiste nel ricostruire il criterio della scelta, prima ancora che il nome del prescelto. In altri termini, l’alternativa è una nuova formazione della classe dirigente, cioè uomini e donne capaci di pensare la politica non come gestione del consenso, quanto come servizio al bene comune, non come amministrazione di interessi contrapposti, bensì come ordinamento dei fini, non come occupazione del potere, ma come assunzione di responsabilità entro un orizzonte di verità.

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