Meditazione / Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce

Mt 26,14-27,66

di Eremita

Questo Vangelo della Passione secondo Matteo non è un racconto del passato: sei tu, sono io. Qui appare la verità del cuore dell’uomo e, insieme, la follia dell’amore di Dio. Perché quando ascoltiamo questa Passione, se abbiamo un po’ di luce, non possiamo metterci fuori dalla scena dicendo: “Che terribili quei sacerdoti, che vigliacco Pilato, che traditore Giuda”. No. Dentro questa Passione ci siamo noi. Noi siamo Giuda quando vendiamo Cristo per trenta monete, cioè per qualunque interesse, per salvare la faccia, per un po’ di piacere, per un’affermazione, per una sicurezza. Noi siamo Pietro quando diciamo che amiamo il Signore e poi, davanti a una serva, davanti allo sguardo degli altri, davanti alla paura di perdere qualcosa, diciamo: “Non lo conosco”. Noi siamo i discepoli che fuggono, perché quando arriva la croce, quando arriva l’umiliazione, quando Dio non corrisponde all’immagine religiosa che ci siamo fatti, scappiamo.

Eppure il centro di tutto non è il nostro peccato, ma Cristo che entra liberamente in questa storia. Questo è impressionante. Gesù non è una vittima schiacciata dagli eventi; è il Figlio che si consegna. Sa tutto, vede tutto, conosce il tradimento, conosce l’abbandono, conosce la menzogna dei falsi testimoni, conosce gli sputi, i colpi, la solitudine, e non fugge. Perché? Perché ama il Padre e ama noi. Qui c’è una rivelazione immensa: Dio non salva l’uomo da lontano, con una teoria, con una morale, con una legge più perfetta. Dio salva entrando fino in fondo nella tua morte, nella tua vergogna, nel tuo peccato, nella tua menzogna. Cristo scende lì dove tu non vuoi scendere, lì dove tu ti giustifichi, lì dove tu ti condanni, e prende tutto su di sé.

Guardate Giuda. È tremendo. Uno dei Dodici, uno che ha camminato con Gesù, che ha ascoltato la Parola, che ha visto i miracoli. Questo ci fa tremare, perché si può stare vicinissimi alle cose di Dio e avere il cuore lontano. Si può stare nella comunità, nella Chiesa, nelle celebrazioni, e tuttavia custodire dentro un altro signore. Giuda bacia Gesù. Che mistero terribile: il segno dell’amore trasformato in segno di tradimento. Anche noi, quante volte usiamo parole pie, gesti religiosi, perfino servizi ecclesiali, e dentro cerchiamo noi stessi. Ma il dramma di Giuda non è solo il tradimento; è che non crede fino in fondo alla misericordia. Si pente, sì, ma in modo chiuso, sterile, disperato. Riconosce il peccato ma non si lascia raggiungere dal perdono. Questa è una tentazione fortissima anche per noi: pensare che il nostro male sia più grande dell’amore di Dio. E allora uno si chiude, si impicca interiormente, si condanna da sé. Invece Pietro, che pure ha rinnegato, piange. E nel pianto di Pietro c’è già una fessura aperta alla misericordia.

Poi c’è il Getsemani, e qui Matteo ci mostra qualcosa di sconvolgente: Gesù vero uomo. Non un eroe impassibile. Dice: “La mia anima è triste fino alla morte”. Questo è di una bellezza enorme, perché vuol dire che Cristo ha assunto fino in fondo la tua angoscia. La paura della sofferenza, il peso dell’ora, il combattimento interiore, il silenzio degli amici che dormono, tutto questo il Signore lo conosce dall’interno. Perciò quando tu sei nella notte, quando non senti Dio, quando la tua preghiera ti sembra soffocata, quando dici: “Padre, se è possibile passi da me questo calice”, non sei fuori dal cammino di Cristo. Sei in un luogo che lui ha già abitato. Ma Gesù aggiunge: “Però non come voglio io, ma come vuoi tu”. E qui c’è il passaggio decisivo della fede. La salvezza entra nel mondo attraverso l’obbedienza del Figlio. Dove Adamo ha detto: “Sia fatta la mia volontà”, Cristo dice: “Sia fatta la tua”. E questa obbedienza apre un cammino nuovo anche per noi, che siamo schiavi della nostra volontà, delle nostre reazioni, dei nostri idoli.

I discepoli dormono. Non è un dettaglio psicologico, è una parola per noi. Davanti al dramma della storia, davanti al combattimento della fede, davanti al fratello che soffre, quante volte dormiamo. Dormiamo spiritualmente, siamo anestetizzati, ripiegati sui nostri problemi, incapaci di vegliare un’ora con Cristo. Eppure Gesù non li caccia, non li umilia; li sveglia, li richiama. Questo è il Signore con noi: conosce la nostra debolezza, ma continua a cercarci.

Quando lo arrestano, uno estrae la spada. Sempre così l’uomo religioso: invece di entrare nel mistero della croce, vuole difendere Dio con la violenza, con la forza, con il controllo. Ma Cristo rifiuta tutto questo. Il suo Regno non si impone. Dio non salva distruggendo i nemici, ma lasciandosi ferire dai nemici. Questo è scandaloso, perché noi vorremmo un Messia potente secondo la carne, che umilia chi ci umilia, che ci dà ragione, che trionfa subito. Invece Gesù accetta di apparire debole, perché solo così può raggiungere la radice del male.

Il processo religioso è pieno di menzogne. Cercano falsi testimoni. È impressionante: l’innocente viene giudicato dai peccatori, la Verità viene processata dalla menzogna. E Gesù tace. Questo silenzio è fortissimo. Non è il silenzio di chi non sa rispondere; è il silenzio dell’Agnello. C’è un momento in cui la verità di Dio non si impone discutendo, ma offrendosi. E quando il sommo sacerdote gli chiede se è il Cristo, il Figlio di Dio, Gesù lo confessa. Cioè: tace davanti agli insulti, ma non tace sulla sua identità. Va alla morte dicendo la verità su chi è. E proprio questa verità lo conduce alla condanna. Anche qui c’è una parola per noi: seguire Cristo non significa essere applauditi perché buoni; significa spesso essere rifiutati proprio a causa della verità.

Pietro intanto lo segue da lontano. Questo “da lontano” è una radiografia della nostra vita spirituale. Quanti cristiani seguono Gesù da lontano: un po’ di religione, un po’ di preghiera quando serve, un po’ di Vangelo purché non costi troppo. Ma da lontano non si resiste nella prova. Basta una serva, basta uno sguardo, basta il timore del giudizio altrui e crolliamo. Pietro non cade perché è più cattivo degli altri, cade perché confida in sé stesso. “Anche se tutti ti abbandoneranno, io no”. Ecco il pericolo: una fede appoggiata sulle proprie forze. Il gallo canta e Pietro piange amaramente. Benedetto quel pianto. Perché ci sono lacrime che aprono alla verità. Quando uno smette di giustificarsi, quando vede che senza Cristo è capace di tutto, allora può cominciare davvero il cammino.

Pilato è un personaggio terribile perché rappresenta l’uomo che vede il bene ma non ha la libertà di compierlo. Sa che Gesù è innocente, se ne accorge, lo intuisce, cerca perfino una via d’uscita. Ma alla fine consegna Cristo per paura della folla, per convenienza, per calcolo politico. Quante volte anche noi facciamo così. Non scegliamo il male perché ci convince, ma perché costa meno del bene. Pilato si lava le mani. Ma nessuno si lava le mani davanti a Cristo. Questa immagine è potentissima: l’uomo vuole dichiararsi innocente senza convertirsi. Vuole pulirsi esternamente lasciando il cuore uguale. E questo non è possibile.

E poi il popolo che grida: “Sia crocifisso!”. Lo stesso popolo che cercava miracoli, che forse aveva ascoltato Gesù. È la massa instabile, il cuore umano senza conversione, che oggi acclama e domani distrugge. Per questo la fede non può fondarsi sull’entusiasmo. Ci sono momenti di fervore, di emozione, di consolazione; ma se non c’è una vera opera dello Spirito, se non c’è una fede adulta, l’uomo passa facilmente dall’osanna al “crocifiggilo”.

La scena della flagellazione e degli oltraggi è di una durezza spaventosa. Lo spogliano, lo rivestono per deriderlo, gli mettono la corona di spine, lo sputano, lo colpiscono. Qui appare tutto il disprezzo dell’uomo verso Dio. Ma appare anche il modo in cui Dio regna. Regna da re umiliato. Regna amando fino all’estremo. Regna senza difendersi. Questo è il contrario totale dei nostri criteri. Noi vogliamo gloria, successo, riconoscimento. Cristo manifesta la gloria del Padre nell’umiliazione. E questa è una parola decisiva per chi vive fallimenti, esclusioni, disprezzo, povertà, malattia: Dio non ti abbandona lì. Cristo ha preso su di sé anche l’umiliazione, perché nessuno possa dire: “Nel mio abbassamento Dio non c’era”.

Sul Calvario costringono Simone di Cirene a portare la croce. Anche questo è bellissimo: Dio coinvolge un uomo nella croce del Figlio. Nessuno si salva da solo e nessuno porta da solo la croce. Nella Chiesa, nella comunità, ciascuno porta i pesi dell’altro. A volte entriamo nel mistero della croce non per scelta, ma perché veniamo “costretti” dagli eventi: una malattia, un figlio difficile, un matrimonio ferito, una umiliazione sul lavoro, una solitudine. E proprio lì, portando una croce non scelta, possiamo incontrare Cristo.

Ai piedi della croce continuano le beffe. “Ha salvato altri e non può salvare sé stesso”. Ecco la tentazione radicale: scendere dalla croce. Questo è quello che tutti noi diciamo a Dio quando passa per la nostra vita una prova: “Se sei con me, toglimi subito da qui. Dimostrami che mi ami evitando la sofferenza”. Ma Cristo non scende dalla croce, e proprio perché non scende salva gli altri. Se scendesse, resterebbe chiuso nella logica del potere. Restando, apre la via della redenzione. Questo è fondamentale: la salvezza non consiste nell’evitare la morte, ma nel trasformarla dall’interno.

E poi il grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Queste parole sono un abisso. Gesù entra nell’esperienza più oscura dell’uomo, quella di sentirsi lontano da Dio. Non dice solo il dolore fisico; porta l’estrema solitudine. Per questo nessuno, assolutamente nessuno, può dire: “Cristo non sa cosa significa il mio buio”. Lo sa. Lo ha attraversato. E tuttavia questo grido non è disperazione pura: è il Salmo, è una preghiera lanciata al Padre dal fondo della notte. È come se Gesù prendesse su di sé il grido di tutta l’umanità e lo portasse davanti a Dio. Anche quando non senti nulla, anche quando la fede ti sembra spenta, puoi gridare al Padre con le parole di Cristo.

Quando Gesù muore, il velo del tempio si squarcia. È una immagine immensa: con la morte di Cristo si apre l’accesso a Dio. Non c’è più separazione. Il Santo dei santi non è più chiuso. In Cristo crocifisso il cielo si apre ai peccatori. E la terra trema, i sepolcri si aprono: la creazione stessa reagisce, perché nella morte del Figlio sta accadendo qualcosa di cosmico, definitivo. La morte è ferita dall’interno. Il centurione pagano lo riconosce: “Davvero costui era Figlio di Dio”. Non i religiosi, non i sapienti, ma uno straniero, davanti a un condannato a morte. Così agisce Dio: suscita la fede dove noi non ce l’aspettiamo.

C’è poi la fedeltà silenziosa delle donne. Mentre molti fuggono, esse sono lì, guardano da lontano, restano. Nella storia della salvezza c’è questa piccolezza fedele che non fa rumore e tuttavia non abbandona Cristo. È una consolazione per tanti fratelli semplici, nascosti, che non fanno grandi discorsi ma restano fedeli nel tempo.

Anche la sepoltura è importante. Gesù entra davvero nella morte, fino al sepolcro, fino alla pietra, fino al sigillo, fino alla guardia. Cioè non c’è aspetto della condizione umana che il Signore abbia evitato. È entrato nel buio completo. E proprio lì si prepara la vittoria di Dio. Questo ci dice una cosa enorme per la nostra vita: quando tutto sembra chiuso, sigillato, perduto, quando una situazione sembra ormai morta, Dio può ancora agire. Il cristianesimo nasce proprio lì dove umanamente non c’è più niente da aspettare.

Allora questa Passione non è anzitutto un invito morale a “essere più buoni”. È l’annuncio che Cristo ha amato te quando eri nemico, quando fuggivi, quando lo tradivi, quando non capivi nulla. E da questa esperienza nasce la conversione. Solo chi si sente amato così può cominciare a cambiare veramente. Per questo la Chiesa ci fa ascoltare la Passione: perché tu riconosca il tuo peccato senza disperare, e riconosca l’amore di Dio senza banalizzarlo. La croce smaschera tutto: il nostro orgoglio, la nostra religiosità falsa, la nostra paura, la nostra violenza, i nostri compromessi. Ma nello stesso tempo rivela che l’ultima parola non ce l’ha il peccato, ce l’ha la misericordia.

Davanti a questa Passione la domanda non è: “Chi ha ucciso Gesù?”. La domanda è: “Per chi entra lì Gesù?”. E la risposta è: per me. Per me che fuggo. Per me che giudico. Per me che nego. Per me che non riesco ad amare. Per me che mi scandalizzo della croce. Per me che porto ferite e peccati nascosti. Cristo prende tutto questo e lo porta al Padre. Questa è la buona notizia.

E allora forse l’unica posizione vera davanti a questo Vangelo è chiedere al Signore un cuore nuovo. “Signore, fammi vedere che io sono dentro la tua Passione, ma fammi vedere soprattutto che tu sei entrato nella mia. Dammi la grazia di non fuggire davanti alla croce, di non disperare del mio peccato, di non seguire da lontano, di lasciarmi amare da te”. Perché il cristiano non è uno bravo: è uno salvato. Uno che poco a poco scopre che proprio nel luogo della sua sconfitta Cristo lo ha già preceduto.

 

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