Lettera / Non fraintendiamo monsignor Viganò

di Gianfranco Artale

Caro Valli,

sulla magnifica perorazione di monsignor Viganò «Aures habent» del 19 marzo ho letto almeno un paio di commenti che mi inducono a intervenire sull’argomento.

La pietra di scandalo pare sia contenuta nel secondo comma (grassetto di mia mano): «Pur essendo convinto che la mia “scomunica” sia una misura iniqua e ingiusta e per questo priva di effetti, non posso non rilevare che essa costituisce, per chi me l’ha inflitta, una sorta di aquæ et ignis interdictio, la pena del Diritto romano antico equivalente a una forma di esilio perpetuo e che implicava l’obbligo per il condannato di abbandonare il territorio romano, con la proibizione per chiunque di fornirgli acqua, fuoco o qualsiasi forma di assistenza, inclusa l’ospitalità o il riparo, sotto pena di sanzioni severe. In pratica, ciò rendeva il condannato un fuorilegge, privandolo dei beni essenziali per la sopravvivenza e isolandolo dalla società. E così, in spregio alle belle parole sull’accoglienza e l’inclusività, mi vedo condannato ad una “pena di morte spirituale”, privato dei Sacramenti e destinato alla dannazione eterna. Per Bergoglio e Prevost sarebbe dunque inammissibile la pena capitale che uccide solo il corpo ma ammissibile la scomunica che uccide l’anima condannandola alla morte eterna».

Qualcuno addirittura si è detto «esterrefatto» per l’enormità.

Ma a me sembra ovvio che il Monsignore si è posto dal punto di vista di Bergoglio-Prevost-Fernández. Ed è per questo che specifica «per chi me l’ha inflitta»!

Infatti, nelle intenzioni di chi irroga la scomunica essa effettivamente dovrebbe ben comportare la privazione dei Sacramenti, con la ben nota, tragica conseguenza. Ora, sappiamo bene che, grazie a Dio, Sua Eccellenza ha chi continua ad amministrargli premurosamente i Sacramenti (e pertanto, di certo non dispera affatto della propria salvezza!) ma ciò solo contro il volere degli artefici dell’anatema.

Dunque, il discorso alla cupola romana mi pare cristallino: «Voi che vi dite misericordiosissimi, che considerate immorale togliere la vita del corpo al più abbietto dei criminali, non vi peritate di esporre me, nelle vostre intenzioni, alla morte dell’anima».

A mio avviso, non fa una piega! Pertanto, il rifiuto opposto da Roma ignorando un’argomentazione così convincente è semplicemente inqualificabile.

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