Il dito e la Luna. La missione Artemis e l’indifferenza del mondo piatto
di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
la missione Artemis II è iniziata. Il 1° aprile, alle 18:35 ora della costa Est (nella notte italiana), dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral è stato lanciato il razzo Space Launch System per portare la navetta Orion verso un sorvolo lunare.
La notizia è epocale eppure viene vissuta come una delle tante da un sistema massmediale che divora informazioni a un ritmo impressionante. Tutto scivola via nell’arco di poco tempo e una notizia di un’ora fa sembra quasi archeologia.
Artemis II è la prima missione con equipaggio del Programma Artemis. Quattro astronauti sono stati inviati intorno alla Luna. Non atterreranno, ma poco importa: è il ritorno dell’uomo nello spazio profondo, oltre l’orbita terrestre.
È la prima volta, dopo oltre 50 anni, che questo accade. Era il 1972, infatti, quando è partita l’ultima missione del Programma Apollo (Apollo 17).
Nel frattempo abbiamo costruito stazioni spaziali, lanciato sonde e satelliti, fotografato buchi neri. L’uomo, tuttavia, fisicamente è rimasto lì: in un cortile orbitale, sempre a pochi passi (si fa per dire, naturalmente) da casa. La missione Artemis II rompe questa inerzia e lo fa stabilendo alcuni primati:
– si tratta del primo equipaggio umano nello spazio profondo del XXI secolo;
– è la prima volta che una donna e un astronauta non statunitense voleranno verso la Luna (tra l’equipaggio c’è anche un canadese);
– per la prima volta l’equipaggio volerà oltre 252.000 miglia dalla Terra, superando il record stabilito dall’Apollo 13 nel 1970.
Un tempo eventi del genere fermavano il mondo. Il lancio di Apollo 11, nel 1969, fu seguito in diretta globale, con milioni di persone incollate ai televisori come davanti a un’apparizione, mentre Tito Stagno e Ruggero Orlando, con un’eleganza oggi scomparsa, raccontavano agli italiani l’avvenimento e quel fatidico “ha toccato”, forse pronunciato con qualche secondo d’anticipo.
Oggi la missione Artemis II rischia di essere un trafiletto tra una polemica politica e un meme, notizia principale per qualche ora e presto relegata in secondo piano per essere soppiantata dallo scandalo (ma poi chi si scandalizza più?) di ministri nostrani e deputati europei che intrattengono relazioni con collaboratori (e non c’è differenza di colore politico: tanto a sinistra quanto a destra tutti tengono famiglia), del marito dell’ex segretario della sicurezza interna degli Stati Uniti d’America che si veste da donna e chatta online con modelle fetish e della nazionale di calcio italiana che per l’ennesima volta non si qualifica ai mondiali.
Il sistema dell’informazione è ormai cambiato e l’importanza della notizia è un dettaglio: anche la più significativa non ha più il tempo di sedimentare e viene subito sostituita ad uso e consumo di un lettore che fagocita informazioni a un ritmo sconcertante ma non ha il tempo di meditarle e metabolizzarle.
Così accade il paradosso: l’umanità torna verso la Luna dopo più di mezzo secolo ma la notizia si perde tra il ciclo isterico delle breaking news. Non c’è più gerarchia, tutto ha lo stesso significato e quindi nulla vale davvero.
Siamo così capaci di ritornare nello spazio ma non riusciamo a fermarci per guardare cosa significa. La Luna è forse più vicina ma la capacità di comprendere il senso delle cose appare sempre più lontano, con l’uomo che continua a fissare il dito e non l’orizzonte verso cui è puntato.
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