L’Ultima Cena, il quarto calice e l’essere Chiesa
di don Marco Begato
«Il quarto calice», edito dall’Ares (2024), è un agile testo che incrocia biografia e teologia, offrendo alcuni spunti innovativi. La biografia è quella del suo autore, Scott Hahn, teologo evangelico calvinista il quale, nel corso dei suoi approfondimenti accademici, ha incontrato la strada della conversione al cattolicesimo. La teologia è quella biblico-liturgica che porta Hahn a trovare nelle Scritture la spiegazione completa del mistero pasquale, sotto il suo profilo storico e teologico, per accorgersi poi di come sia proprio il cattolicesimo con la sua liturgia ad averne conservato il memoriale più esaustivo e vitale.
Mi limiterò di seguito a riportare la tesi centrale del testo, proteso alla caccia del quarto calice, misterioso assente della narrazione neotestamentaria. Il finale sarà la chiave di volta e di svolta per il nostro. Lascio ai lettori ulteriori approfondimenti dal libro.
Hahn compie uno studio relativo all’Ultima Cena. Possiamo anche intuire il retroterra teologico e la sfida in palio: il modo in cui intendiamo tale evento, la profondità del suo dispiegamento, segna infatti il confine tra ebraismo (che nega l’eccezionalità della Cena-Seder cristiana), protestantesimo (che ne fa una semplice memoria per segni) e cattolicesimo (che ne attua il memoriale simbolico, cioè implicante la presenza sacramentale divina). Il Seder appena citato è appunto il termine che individua il rituale ebraico della cena pasquale. La domanda di partenza potrebbe essere: Gesù Cristo nella sua ultima cena ha celebrato un Seder oppure no? Gli studiosi convengono per il sì, i Vangeli offrono infatti testimonianze a riguardo. Hahn cita i quattordici punti esaminati dal teologo protestante Joachim Jeremias in cui si vedono corrispondenze tra il rituale del Seder e la cena di Gesù. Li riporto in sintesi (cfr. pp. 70-71): avviene durante il pellegrinaggio a Gerusalemme; in una stanza affittata; dopo il tramonto; ci sono un rabbino e più di dieci discepoli; si mangia sdraiati; c’è purificazione rituale; il pane è spezzato più volte; bevono vino; si tratta di vino rosso; il pasto è preparato in fretta; danno un’elemosina; cantano un inno; restano a Gerusalemme; il rabbi spiega il simbolismo dei cibi. L’Ultima Cena dunque è stata un Seder, ma con elementi di forte discontinuità col rito ebraico, a cominciare dalla grande variazione teologica per cui Cristo ha identificato il suo corpo e il suo sangue nelle specie consumate, proponendosi come novello agnello sacrificale.
In realtà c’è un’altra variante, molto particolare, che incuriosisce il nostro autore, ma va scovata con attenzione leggendo tra le pieghe del testo sacro. Hahn si accorge che il Seder di Gesù termina prematuramente, «lasciando incompiuta la liturgia». Infatti «Gesù e i suoi discepoli abbandonano la stanza ed escono nella notte, cantando un inno. Ma evitano di bere il calice di vino prescritto per accompagnare l’inno» (p. 109). Per gli studiosi ebrei «la mancanza del calice finale costituisce un problema serio» (p. 110), per i cristiani costituirà l’elemento fondante.
Hahn riconosce che il vino nel Seder è in fondo un elemento meno importante rispetto al pane azzimo e all’agnello, d’altra parte esso è pur sempre previsto dalla Mishna (testo ebraico che interpreta normativamente le Scritture rivelate). Il rito maturo del Seder comprende di fatto quattro calici di vino: il primo è benedetto insieme alle erbe amare (qiddùsh), il secondo si consuma al termine della lettura del racconto pasquale e della recita del Piccolo Hallel (Salmo 113); il terzo è il calice della benedizione, consumato dopo l’agnello e il pane azzimo; «il culmine del Seder era il momento in cui si cantava il Grande Hallel (Salmo 114-118) e si beveva il quarto calice di vino, spesso chiamato il calice della consumazione (p. 111). Tale calice aveva una grande funzione, in quanto concludeva i riti che rinnovavano l’alleanza di Israele con Dio» (p. 112).
L’intuizione di Hahn è quella di poter trovare riferimenti al quarto calice negli ultimi capitoli del quarto Vangelo. Il teologo convertito ci invita a prendere in considerazione due frasi, entrambe tratte da Giovanni 19: al versetto 28 Gesù «affinché si compisse la Scrittura disse: ho sete»; mentre nel versetto seguente leggiamo che «posero una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna di issopo».
Diamo spazio al puntuale commento di Hahn: «Solo Giovanni ha osservato che è stato usato l’issopo, la pianta prescritta nelle disposizioni della Pasqua ebraica per spruzzare il sangue dell’agnello. Questo versetto rivela qualcosa di molto significativo. Gesù lasciò incompiuta la liturgia della Pasqua ebraica quando decise di non bere il quarto calice. Dichiarò la sua intenzione di non bere più vino finché non fosse entrato nella gloria del suo regno. Poi rifiutò il vino che gli fu offerto poco prima di essere inchiodato sulla croce. Infine proprio all’ultimo a Gesù fu offerto vino inacidito o aceto. Tutti i sinottici attestano questo. Solo Giovanni ci riferisce la risposta di Gesù: “dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: ‘È compiuto!’. E, chinato il capo, rese lo spirito”. È compiuto! Finalmente avevo una risposta alla domanda del predicatore. Quello che era compiuto in quel momento era il rito della Pasqua ebraica! (p. 118-119)».
Il quarto calice, compimento di Seder, non è quello lasciato sulla mensa nel Cenacolo, ma quello consumato con la crocifissione e la morte. L’evento fondante del cristianesimo non è dunque la semplice Cena, momento irenico simposiale e conviviale, ma anche l’immolarsi in Croce, presenti la madre, le pie donne, il discepolo amato.
Lineare e puntuale, la tesi di Hahn è carica di fortissime conseguenze sul piano della vita ecclesiale. L’indagine mostra con grande fondatezza scritturistica e storica il modo con cui Cristo ha modificato specificamente e irreversibilmente il rito di Seder. D’altro canto questo episodio mostra che la tradizione cattolica ha un fortissimo radicamento scritturistico, con buona pace di quanti tra i protestanti ci accusano fino a oggi di aver manipolato i testi sacri. Infine questa narrazione suggerisce che la Chiesa dovrà dotarsi di un cerimoniale di forte spessore liturgico, non una semplice orazione meditativa tra fedeli o una rappresentazione commemorativa (protestantesimo), ma nemmeno una ripetizione di gesti incentrata su simboli scritturistici antichi (ebraismo), né una Cena comunionale (modernismo), bensì un rituale che sia densamente fondato sulla Rivelazione scritturistica, ricorrendo non a segni convenzionali ma a simboli spirituali (pane e vino in primis) intesi come realtà capaci di comunicare efficacemente la presenza del Risorto, vero Agnello di Dio, Pane vivo spezzato per noi, Calice offerto sulla Croce.
Nel finale del libro l’autore racconta la sua esperienza con la liturgia cattolica e conferma di avervi trovato effettivamente tutti gli elementi testé citati. La coerenza tra Scritture, Tradizione e Liturgia ha poi fatto da motore per la conversione al cattolicesimo. Anche qui troviamo alcune indicazioni per la nostra fede: certamente poter vedere le Scritture e la Liturgia con gli occhi di uno studioso convertito aiuta ad apprezzare sempre meglio i tesori che ci sono donati. Conoscerli e approfondirli è un dovere cui siamo tenuti per poterli sempre meglio accogliere. Accoglierli degnamente è il primo atto di testimonianza tramite il quale impetrare la piena conversione e salvezza di tanti fratelli ancora distanti.
____________________________________



