La nuova ferula del papa: la teologia della Pasqua senza il Calvario
di Chris Jackson
Uno dei simboli più evidenti del regime attuale in Vaticano è un pezzo di metallo. Quando il Vaticano presentò la nuova ferula di Leone XIV a gennaio, l’Ufficio per le celebrazioni liturgiche spiegò che essa raffigura Cristo non più legato dai chiodi della Passione, ma in un’ascesa glorificata, un’unione visiva della Croce e della Resurrezione. Ma proprio qui sta il problema.
Cristo non è risorto dalla croce. È morto sulla croce. La tomba è vuota la mattina di Pasqua perché il Calvario si è già compiuto. I chiodi non sono una sfortunata tappa da scavalcare esteticamente. Sono il terribile e glorioso strumento della redenzione. Pio XII, nella “Mediator Dei”, ammonisce: ci si allontana dalla retta via presentando un crocifisso in cui il corpo del Redentore “non mostra traccia delle sue crudeli sofferenze”. Quest’avvertimento risuona con forza, perché l’intero scopo del nuovo simbolo è quello di smorzare la Passione a favore di un trionfalismo post-calvario più gradito al gusto moderno.
La Chiesa postconciliare si muove in questa direzione da decenni: mantenere il linguaggio della speranza, dell’incontro, della vittoria, ma attenuare ciò che ha reso possibile la vittoria. Un Cristo sofferente rimprovera il mondo. Un Cristo morto sull’altare si confronta con il peccato, l’espiazione, il giudizio e la necessità del sacrificio. Una figura stilizzata del Risorto che si libera dai chiodi è più facile da proporre e commercializzare. Preserva lo splendore domando lo scandalo. Ed è per questo che la ferula del papa è importante. È una teologia visiva dello spostamento.
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