Il triduo pasquale e Vittorio Messori

di Aurelio Porfiri

Ho sempre pensato che ci sia un mistero grande nel triduo pasquale, un mistero che trascende tempo e spazio. Un mistero che tocca tutti e ci rivela il senso ultimo delle vicende umane. Il Figlio di Dio che accetta di morire sulla croce per la nostra salvezza è sconvolgente ma ci parla anche di una speranza che non muore. In questo triduo sacro anche noi moriamo e risorgiamo e così la Chiesa, che ci sembra umanamente sul punto di fallire ma è sempre assistita da Cristo, suo Signore, così come Lui aveva promesso.

Questo senso di lutto e speranza l’ho sempre vissuto più intensamente nel sabato santo, tempo di lutto ma anche di attesa che si trasforma nell’esplosione della risurrezione. Cristo risorge per noi anche se noi continuiamo a essere indegni, deboli, infidi e traditori. Malgrado la nostra inadeguatezza, Lui è sempre lì, sulla sua croce a braccia aperte per accogliere chi confida in Lui e portarlo con sé nella beatitudine eterna.

Non può essere un caso che il grande apologeta cattolico Vittorio Messori sia morto proprio nel giorno del venerdì santo, all’età di ottantaquattro anni. Devo a Vittorio Messori la mia passione per il cristianesimo autentico, non quello annacquato degli ultimi decenni. Ho divorato i suoi libri durante la mia adolescenza a cominciare dal suo grande classico, «Ipotesi su Gesù», un libro che ha venduto più di un milione di copie ed è stato tradotto in più di cinquanta lingue. Tutti i suoi libri mi hanno entusiasmato ed egli ha avuto senza dubbio un’influenza fondamentale nella mia formazione intellettuale. Per me c’è stato un prima e un dopo la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli. Grazie a lui, ho cominciato a guardare al cristianesimo con altri occhi e a capirlo più in profondità, direi a riscoprirlo.

Poi, a un certo punto della mia vita, ho avuto la gioia inaspettata di conoscerlo e di diventare amico suo e dell’altrettanto compianta Rosanna, compagna di una vita. Non solo: Vittorio mi chiese di collaborare per uno dei suoi ultimi libri, «La luce e le tenebre». Fu una grande gioia poter collaborare con colui che mi aveva formato con i suoi libri e con i suoi articoli, specie quelli pubblicati sul giornale «Avvenire», che compravo solo per leggere la sua rubrica «Vivaio». Vittorio non era solo un grande apologeta cattolico, era una grande persona. Con me è stato di enorme generosità e conservo sempre il ricordo dei nostri incontri a Desenzano sul Garda, dove viveva, e delle nostre telefonate. Una persona che era stata familiare con i papi, come san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sapeva essere di una semplicità e di un candore disarmanti.

Quello che mi è sempre piaciuto di lui era che non voleva fare il ”buon cattolico” a tutti i costi. Aveva sempre raccontato le difficoltà e le cadute durante il suo percorso, che sono poi le difficoltà e le cadute di tutti. Il suo era un cattolicesimo senza ipocrisia e vissuto con grande intensità, ma anche con grande pudore.

A tutti lascia la sua opera intellettuale che mai come oggi merita di essere letta e riscoperta. Grazie a Dio, alcuni dei suoi libri sono ancora disponibili. Chi vuole andare alla radice del cattolicesimo farebbe bene a leggerli, o rileggerli.

A me lascia un enorme esempio come cattolico vero e come protagonista in un periodo storico così complesso non soltanto per la Chiesa, ma per il mondo intero.

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