Dal caricatore alla caricatura. Un’altra pensata geniale degli euroburocrati
di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
l’Unione europea si distingue, come sempre, per efficienza e precisione. Mentre il mondo arranca tra guerre e instabilità, il Vecchio Continente diventa guida indiscussa del nulla e ci regala l’ennesima perla: il caricabatterie universale per i notebook.
Dal 28 aprile 2026, infatti, tutti i computer portatili venduti nell’Unione dovranno essere ricaricabili tramite porta USB-C. Addio connettori proprietari, addio differenze, addio – già che ci siamo – anche ai caricatori inclusi nella scatola (come già avvenuto per i cellulari, tenuto conto che la normativa europea si applica già da tempo a questi dispositivi).
Come sempre, la motivazione ufficiale è nobile: ridurre i rifiuti elettronici, semplificare la vita ai consumatori, salvare pure il pianeta dalle immancabili emissioni di CO2. E infatti la direttiva europea nasce proprio con l’obiettivo di diminuire gli sprechi e standardizzare i dispositivi (Consiglio dell’Unione europea).
Tutto molto bello, tutto molto razionale, tutto molto… burocratico.
Il punto, in effetti, non è il caricatore ma la mentalità di una classe politica incapace che mentre il mondo corre a velocità mai vista prima concentra le proprie energie normative non sulla competizione tecnologica globale e sulle catene produttive strategiche, ma sulla forma del buco in cui infilare un cavo.
Saremo, così, obbligati a utilizzare un caricatore basato su una tecnologia forse oggi avanzata (USB-C) ma che non tra dieci anni bensì già tra un mese potrebbe essere archeologia. Perché la tecnologia si evolve rapidamente e fissarla per legge significa paralizzarla.
Domani potrebbe esserci qualcosa di migliore, di più efficiente, di più sicuro, di più economico e, perché no, perfino di più ecosostenibile. Solo che a quel punto non si potrà utilizzare se non è conforme alla direttiva, con l’innovazione che invece di correre dovrà chiedere permesso.
L’incoerenza è evidente: si pretende di favorire il progresso imponendo uno standard rigido. È come se negli anni Novanta qualcuno avesse imposto per legge il floppy disk universale per “ridurre i rifiuti”. In definitiva si blocca lo sviluppo, si congela l’innovazione, impedendo alle aziende europee di studiare nuove soluzioni e per di più avvantaggiando le aziende straniere che possono liberamente sperimentare e immettere immediatamente sui mercati (ovviamente non europei, ma ormai anche come consumatori siamo per lo più irrilevanti) soluzioni migliori.
Non solo. La standardizzazione forzata rischia di generare esattamente ciò che si pretende di combattere: obsolescenza, spreco e inquinamento. Perché ogni volta che si impone una transizione tecnologica dall’alto, si crea una massa di dispositivi “vecchi” non per usura, ma per decreto.
Altro che riduzione dei rifiuti. È il paradosso perfetto: si invoca il progresso ecologico e si costruisce un sistema che lo rallenta.
Viene, allora, da chiedersi: era davvero questa la priorità?
In un continente che fatica a competere con Stati Uniti e Cina, che arranca sulla produzione di semiconduttori, che rincorre l’innovazione invece di guidarla, il legislatore europeo trova il tempo per stabilire quale debba essere il caricatore dei nostri computer.
Non si tratta di serietà ma di infantilismo regolatorio che rischia di affossare definitivamente l’industria europea. D’altro canto, la regolamentazione folle delle auto elettriche e lo sconquasso che ha provocato, con la perdita di competitività “per legge” in uno dei pochi settori in cui l’Europa era ancora all’avanguardia, non è bastata. Sembra quasi che a Bruxelles si mediti sugli errori non per evitarli ma per ripeterli.
La politica, quella vera, dovrebbe occuparsi di creare condizioni favorevoli allo sviluppo: meno burocrazia, più libertà di ricerca, meno vincoli ideologici travestiti da sostenibilità.
Invece qui si procede al contrario: si normano i dettagli e si dimenticano le strategie pretendendo di regolare ciò che non siamo più capaci di creare.
E così, mentre altrove si inventa il futuro, noi armonizziamo le prese, con l’Europa che nel tentativo di disciplinare il caricatore, finisce per diventare la caricatura di sé stessa.
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