La Via Crucis al Colosseo, ovvero come politicizzare la Passione

di Chris Jackson

La Via Crucis del venerdì santo di Leone XIV è stata affidata a padre Francesco Patton, e Vatican News ha presentato apertamente le meditazioni come un tentativo di portare fede, speranza e carità nel “mondo reale”. Lo stesso Patton ha affermato che le riflessioni erano tratte dalla “realtà attuale” e intendevano provocare riflessione e, se necessario, “cambiamento”. Questo chiarisce immediatamente di che tipo di testi si sia trattato. Non principalmente una meditazione sul peccato, la propiziazione, il giudizio e la redenzione, ma una narrazione della Passione filtrata attraverso il linguaggio sociale del Vaticano moderno.

Nella prima stazione, quando Cristo si trova davanti a Pilato, la meditazione vira quasi immediatamente verso un discorso sul potere terreno: il potere di iniziare o porre fine alle guerre, di usare l’economia per opprimere o alleviare la miseria, per calpestare la dignità o difenderla. Non sono preoccupazioni illegittime di per sé. Ma quando la prima stazione della Via Crucis inizia ad assumere i toni di un forum politico globale, l’accento immediatamente si sposta. Pilato non è più principalmente il giudice ingiusto davanti al quale Gesù viene condannato. Diventa il punto di partenza per commenti vari su guerra, economia e governo.

La quarta e la quinta stazione sono ancora più rivelatrici. Nella quarta, dopo aver invocato il dolore della Madonna, l’intenzione di preghiera include improvvisamente “migranti, sfollati e rifugiati”. Nella quinta, Simone di Cirene diventa il modello per gli operatori umanitari e i volontari, e il testo arriva a dire che sebbene molti di loro “non credono nemmeno in te” aiutano Cristo a portare la croce. Il che introduce di nascosto il vecchio concetto postconciliare del “cristiano anonimo”. La vecchia lezione di Simone era sul discepolato, la conversione e la partecipazione alle sofferenze di Cristo. La nuova lezione è che gli operatori umanitari non credenti, di fatto, stanno già portando la croce.

Poi si arriva alla settima stazione, dove la seconda caduta di Cristo viene interpretata come un’elevazione di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dallo sfruttamento, dalla violenza e da una “economia che cerca il profitto individuale” a scapito del bene comune. Anche qui, emerge uno schema ricorrente. La caduta di Cristo non è più considerata innanzitutto parte della sua sofferenza redentrice per il peccato. Diventa un simbolo della miseria sociale sistemica. La croce viene mantenuta, ma la sua forza è reindirizzata. Invece di spingere l’anima verso il pentimento, orienta l’immaginazione verso strutture, condizioni e fardelli materiali.

L’ottava stazione è ancora peggiore, perché sfacciatamente attualizzata. Le donne di Gerusalemme vengono trasformate in un catalogo di lamentele contemporanee. Ci viene parlato di bambini imprigionati durante le proteste, deportati da “politiche prive di compassione”, naufragati in viaggi disperati, uccisi in zone di guerra e persino soppressi nei campi di sterminio. La preghiera che segue chiede lacrime per la guerra, i massacri, i genocidi, il cinismo dei potenti e la nostra stessa indifferenza. Si tratta di una deliberata rielaborazione della stazione in un lamento umanitario moderno. Una devozione che un tempo era pensata per indurre i fedeli al pentimento ora è trasformata in un documento liturgico per l’era delle crisi migratorie, della repressione delle proteste e della copertura mediatica dei conflitti globali.

Persino la spogliazione di Cristo nella decima stazione è veicolata da una serie di temi contemporanei: le condizioni nelle carceri, la tortura, la sorveglianza invasiva, lo stupro, lo sfruttamento sessuale, l’esposizione mediatica, il voyeurismo e la violazione della privacy. Ancora una volta, la Passione è tradotta nel linguaggio dei diritti, della dignità e dell’abuso sociale.

Alla tredicesima stazione le preghiere sono rivolte ai prigionieri, compresi quelli politici, alle famiglie degli ostaggi e a coloro che sono sepolti sotto le macerie. A questo punto si possono quasi prevedere le omissioni. Aborto, eutanasia, sodomia, pornografia, sacrilegio, apostasia e ribellione contro natura sono tenuti ben lontani dal fulcro della riflessione. Invece sorveglianza, migrazione, detenzione e umiliazione pubblica trovano immediato accesso liturgico al Calvario.

Ecco perché il tutto, pur utilizzando un linguaggio formalmente cattolico, appare così estraneo alla nostra fede. Cristo è ancora presente. La Croce è ancora presente. Il peccato è ancora menzionato. Ma l’enfasi è stata spostata. Alla Passione non è più permesso di ergersi nella sua terribile chiarezza soprannaturale come sacrificio che riconcilia l’uomo con Dio. Deve anche, e quasi soprattutto, servire da veicolo per le ansie predilette della Chiesa postconciliare. Deve mantenere l’idea di redenzione, ma rappresentare il male principalmente in termini sociali e politici. Mantiene la Madonna, ma la fa presiedere alle priorità morali dell’immaginario umanitario moderno. Ecco ciò che hanno fatto le stazioni, ed è per questo che sono così dannose. Non hanno negato il Calvario in toto. Lo hanno addomesticato.

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