Nel rapporto con Dio recuperiamo la lentezza. E impariamo a non ingoiare le grazie senza masticarle

di Radical Fidelity

Crescendo, ho spesso sentito gli adulti dire: “Non lasciarti assorbire così tanto dalle cose di Dio da trascurare Dio stesso”.

Non pensavo a questo detto da molto tempo, fino a circa un mese fa, durante la Quaresima, quando ho iniziato a percepire che qualcosa non andava nella mia vita spirituale. Direi umilmente che si è trattato di un suggerimento dello Spirito Santo, poiché Egli spesso opera nella mia vita in questo modo, con una sorta di spinta gentile ma persistente. Mi ci è voluto un po’ per capire di cosa si trattasse. Poi, quando ci sono riuscito, ho potuto solo formularlo come una domanda: sono forse così preso dalle cose di Dio da non occuparmi più di Dio stesso?

Nonostante frequentassi la messa quasi ogni giorno, recitassi più volte il Rosario, dicessi fedelmente le mie preghiere, mi dedicassi quotidianamente alla lettura delle Scritture e alla spiritualità, e mi impegnassi costantemente in tutto ciò che riguarda il cattolicesimo sia per questo blog sia per un altro progetto imminente che richiederà un’immersione ancora più profonda nella mia fede, ho iniziato ad avere la sensazione di fare le cose meccanicamente.

Inutile dirlo: l’orgoglio, insieme al potenziale disagio di affrontare questa questione, mi hanno portato a evitare di affrontarla seriamente. Ma tutto è cambiato il giovedì santo, quando ho trascorso del tempo davanti all’altare della Reposizione.

Descrivere a parole quell’esperienza è difficile. Quell’ora è stata pervasa da bellezza, silenzio, una pace indescrivibile, autentica trascendenza e una sorta di comunicazione senza parole tra me e il mio Signore. Il linguaggio non può renderle pienamente giustizia.

Quella sera ho lasciato la cappella colmo di gioia e con lo stesso desiderio che san Pietro espresse durante la Trasfigurazione, quando disse: “Signore, è bene che stiamo qui; se vuoi, farò qui tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia”. Come il primo papa, desideravo rimanere lì alla presenza di Dio. Ma sapendo di non poterlo fare, un’altra domanda è sorta nel mio cuore: come posso coltivare questo incontro con Cristo, con le grazie che ne derivano, e portarlo avanti nella mia vita quotidiana?

La risposta si stava già delineando gradualmente durante la Quaresima, ancor prima che ponessi la domanda il giovedì santo, mentre leggevo due opere spirituali: “Apparecchio alla morte” di sant’Alfonso Maria de’ Liguori e “Conferenze spirituali” di padre Frederick Faber, queste ultime consigliate da uno dei miei sacerdoti più cari, al quale sono profondamente grato.

Un capitolo di “Conferenze spirituali” sulla confessione è diventato per me un momento chiave. Vorrei utilizzare questo passaggio come fondamento per quanto sto scrivendo, che consisterà in una serie di umili riflessioni sull’argomento in questione: “Tendiamo troppo spesso a ingoiare le nostre grazie senza masticarle. Non estraiamo nemmeno la metà della dolcezza, metà del nutrimento o metà della virtù medicinale che Dio vi ha depositato. Le usiamo troppo in fretta, siamo troppo impetuosi. Non le sviluppiamo. Credo che la chiara conoscenza di cosa sia la grazia, della sua natura, delle sue abitudini e delle sue possibilità distruggerebbe metà della tiepidezza nel mondo, perché sospetto che la metà di essa derivi dall’impetuosità e dalla precipitosità, dall’attività umana e dalla mancanza di lentezza di fronte a Dio”.

Ho compreso, grazie alla bontà e alla misericordia di Dio, che Lui si prende cura di me instancabilmente, nonostante io sia un peccatore così inutile. La mia vita spirituale non è povera perché Dio mi dà poco, ma perché io prendo poco di tutto ciò che mi dà.

Questa la tacita accusa che permea le parole di padre Frederick Faber, che in nessun altro passaggio mi hanno colpito più profondamente come là dove parla del nostro modo di rapportarci alla grazia: “Siamo troppo inclini a ingoiare le grazie senza masticarle”. Una singola frase rivelatrice: la grazia è abbondante, ma viene sprecata. Non che io la rifiutassi o la disprezzassi apertamente, ma la trangugiavo troppo in fretta perché potesse produrre i suoi effetti.

Mi vergogno di ammettere che molte delle mie pratiche spirituali si erano trasformate in un mero adempimento formale. Inoltre, avevo permesso alle esigenze e alle responsabilità della vita di privarmi, nella relazione con Dio, del giusto rallentare. La terribile verità è che, poiché tutta la mia vita ruota attorno alla fede cattolica e alle questioni connesse, mi illudevo di essere “in pace con Dio”. Non sto affatto dicendo che Nostro Signore non mi stesse elargendo le sue numerose grazie. Dico che andavo troppo di fretta per permettere loro di influenzarmi nel modo in cui Lui aveva previsto. Non mi lasciavo il tempo, lo spazio o il silenzio necessari.

Quando padre Faber dice che “non riusciamo a estrarre da loro nemmeno la metà della dolcezza, del nutrimento o della virtù medicinale che Dio vi ha depositato”, avverto che per me si tratta di qualcosa al tempo stesso sconcertante e inquietante. La grazia è piena, ricca e viva, e porta dolcezza al cuore, nutrimento all’anima e medicina alle sue ferite, ma io l’ho trascurata e sprecata. Spesso sono stato debole, irrequieto e superficiale, non perché la grazia fosse insufficiente, ma perché non sono riuscito a dimorare in essa. Non sono riuscito a rimanere in Lui. L’ho accolta e ricevuta, ma non lho veramente assimilata.

La causa, ci dice padre Faber, non è difficile da individuare: “Siamo troppo frettolosi nell’usare le grazie, troppo impetuosi. Non le coltiviamo”. Questa impetuosità non è solitamente considerata un difetto, poiché spesso si maschera da fervore e si traveste da zelo. Moltiplica le devozioni, ci spinge a passare da un’attività all’altra in tutta fretta, cerca di fare e sentire molto. Eppure, agli occhi di Dio, potrebbe non essere altro che impazienza spirituale, un rifiuto di rimanere in silenzio abbastanza a lungo perché la grazia possa operare.

Il giudizio finale di padre Faber deve penetrare in profondità: “Sospetto che almeno metà di ciò derivi da impetuosità e fretta, dall’attività umana e dalla mancanza di lentezza di fronte a Dio”.

Lentezza. Una parolaccia nella società moderna. Un concetto completamente controculturale. Tutto deve essere veloce, consumabile, usa e getta. Ma Dio è solido e immutabile, la causa senza causa che è la stessa ieri, oggi e domani. Non si può affrettare l’Eterno.

Il grande ostacolo alla santità non è sempre il peccato nelle sue forme più grossolane, ma una certa irrequieta superficialità nel nostro rapporto con Dio. Siamo inclini a pensare che se solo pregassimo di più, leggessimo di più, facessimo di più, progrediremmo nella fede. Ma padre Faber suggerisce che spesso può accadere il contrario. Non è l’assenza di attività spirituale che ci impoverisce, ma il suo eccesso senza profondità. Il problema non è che facciamo troppo poco, ma che facciamo troppo senza perseverare.

In un altro suo insegnamento sull’azione divina, padre Faber conferma questa intuizione: “Egli è lento: noi siamo veloci e precipitosi… La grazia, per la maggior parte, agisce lentamente… Egli opera a poco a poco”. Il contrasto è assoluto e ci impone di rallentare anche solo per comprenderlo, figuriamoci per metterlo in pratica. Dio è lento, e invece noi andiamo di fretta. Dio opera gradualmente, ma noi esigiamo immediatezza. Dio dispiega i suoi disegni nel silenzio e nella pazienza, mentre noi cerchiamo risultati, progressi e movimento.

“C’è qualcosa di profondamente imponente nell’estrema lentezza di Dio… Dobbiamo aspettare Dio… Aspettate, ed Egli verrà. Non viene mai a coloro che non aspettano”. Queste sole parole bastano a spiegare gran parte della sterilità che ho sperimentato finché Dio, nella sua bontà, non mi ha mostrato l’errore che commettevo.

I santi lo hanno capito in un modo che noi abbiamo in gran parte dimenticato. Le loro vite non sono caratterizzate dall’agitazione, ma dalla profondità. Sapevano come rimanere in silenzio e come lasciare che la grazia discendesse nell’anima e la possedesse. Non temevano il silenzio, né la semplicità, né l’apparente inattività.

San Francesco di Sales, con la sua caratteristica mitezza, insiste sul fatto che “la semplicità guarda direttamente a Dio” e mette in guardia contro quell’agitazione interiore che turba l’anima. La vita spirituale, per lui, non consiste nel moltiplicare le azioni, ma nel purificare l’intenzione e nell’approfondire l’attenzione. Un’azione ben fatta, compiuta lentamente e con amore, ha più valore di molte compiute in fretta.

Santa Teresa d’Avila descrive la preghiera come una conversazione intima, una condivisione tra amici. Ma tale condivisione presuppone tempo, presenza e una certa quiete dell’anima. L’amicizia non si affretta né la si misura in base alla quantità. La si vive con costanza.

San Giovanni della Croce si spinge ancora oltre. Insegna che le opere più profonde di Dio nell’anima sono “segretissime e pacifiche”, e pertanto richiedono una corrispondente quiete. Quando l’anima è piena della propria attività, non può ricevere queste comunicazioni. È come una superficie costantemente agitata, incapace di riflettere la luce.

La grazia richiede spazio, silenzio e lentezza. L’immagine di Faber della grazia masticata acquista maggiore profondità quanto più ci si riflette. Masticare significa ritardare e resistere all’impulso di inghiottire in fretta. Significa rivoltare qualcosa, scomporla, permetterle di sprigionare il suo sapore e il suo nutrimento. Applicato alla vita spirituale, ciò significa soffermarsi su una preghiera, tornare a una grazia, meditare su una verità, lasciarla penetrare oltre la superficie. Significa dedicare più tempo alla preparazione della messa e rimanere più a lungo dopo la conclusione. Significa esaminare costantemente le nostre intenzioni: si tratta di Dio o di me?

La maggior parte di noi non lo fa. Passiamo rapidamente da una cosa all’altra. Finiamo una preghiera e ne iniziamo subito un’altra. Riceviamo la Comunione e quasi immediatamente ci distraiamo. Leggiamo verità spirituali senza fermarci a lasciarle sedimentare. E così rimaniamo immutati.

Faber mette in guardia anche da un altro pericolo: “I libri spirituali… possono renderci irreali”. Leggiamo di stati elevati, di amore profondo, di virtù eroiche e immaginiamo di possederli. Ma questo accade proprio perché non ci soffermiamo abbastanza a lungo sulle semplici grazie che Dio ci dona realmente. Preferiamo il movimento e l’eccitazione delle idee alla fatica dell’assimilazione.

Questa irrealtà è frutto della fretta e risultato di una vita spirituale vissuta in superficie. Come ho scoperto (sia lodato Dio!), è possibile essere costantemente occupati da cose sacre eppure rimanere interiormente superficiali. Anzi, spesso è proprio la molteplicità di queste occupazioni che impedisce la profondità.

Essere lenti davanti a Dio significa accettare di non avere il controllo e sottomettersi al suo ritmo, al suo metodo, al suo silenzio. Significa permettere a Dio di agire a modo suo, invece di imporre la nostra attività. In una parola, significa essere umili. Ecco perché la lentezza è così difficile. Sembra una perdita, un fare di meno o una sorta di inefficienza. In realtà è la condizione per la fecondità. Perché Dio non opera secondo la nostra misura, ma “opera a poco a poco”, e le sue opere più grandi sono spesso nascoste, impercettibili, quasi inosservate.

La Beata Vergine è la perfetta incarnazione di questa verità. Il Vangelo ci dice che ella “serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”, l’opposto della fretta. È l’assimilazione interiore della grazia e la quieta, fedele e perseverante attenzione a ciò che Dio ha fatto e sta facendo.

Tutta la vita di Maria fu segnata da questa lentezza. Non c’era agitazione, né fretta, né attività irrequieta. C’era solo una profonda quiete, una prontezza e una ricettività totali. Ed è in questa quiete che il Verbo si fece carne.

Se vogliamo progredire nella vita spirituale, dobbiamo imparare a ridurre, a semplificare, a fare spazio. Non abbandonando i mezzi di grazia, ma usandoli in modo diverso. In altre parole, indugiando, e rifiutandoci di affrettarci oltre ciò che Dio ci ha donato.

Questo vale soprattutto per la preghiera. È meglio recitare poche preghiere con attenzione e intenzione che molte preghiere in fretta e in modo superficiale. È meglio soffermarsi su un solo mistero che sfiorarne superficialmente molti. Meglio rimanere in silenzio davanti a Dio che riempire ogni istante di parole, come ho scoperto davanti all’altare della Reposizione.

Vale anche per i sacramenti. Una sola Comunione, ricevuta con raccoglimento e seguita da un momento di silenzioso ringraziamento, può fare di più per l’anima di molte ricevute senza preparazione o riflessione. Vale anche per i nostri moti interiori. Quando sorge un buon pensiero, quando un movimento di grazia tocca il cuore, non dovremmo subito lasciarlo andare. Dovremmo soffermarci su di esso, meditarlo e lasciarlo discendere.

La grazia è data come un seme che racchiude in sé immense possibilità, ma deve essere coltivata e lasciata crescere, e la crescita richiede tempo.

L’anima che è sempre in movimento non può crescere in profondità. Può espandersi esteriormente, ma non mette radici e diventa come una pianta superficiale che appassisce facilmente e si turba con facilità. L’anima che è lenta, al contrario, affonda le sue radici in profondità nel terreno della grazia e diventa stabile.

Secondo padre Faber e i santi, a questa lentezza si accompagna una profonda pace. Non necessariamente una consolazione tangibile, ma una certa stabilità e liberazione dall’agitazione. Faber descrive gli inizi di questa pace quando parla di un’anima in cui “la pace si insinua consapevolmente in una vita che prima forse era inquieta e agitata”.

Infine, vorrei parlare del silenzio. Non solo del silenzio esteriore, che spesso è impossibile da raggiungere nella vita di tutti i giorni, ma del silenzio interiore. Quell’acquietamento dei pensieri, delle ansie e dei desideri che è così essenziale ma spesso così difficile da praticare. Occorre la disponibilità a stare soli con Dio senza riempire quello spazio. “Non solo siate lenti, ma tacete, tacete profondamente, perché egli è Dio”. Questo è forse il consiglio più difficile di tutti. Tacere davanti a Dio significa lasciare che sia Lui a parlare, e rinunciare al controllo. Significa ricordare che non siamo noi i protagonisti del film.

Nel silenzio la grazia raggiunge la sua piena espressione. È qui che si assapora la dolcezza e si riceve nutrimento, ed è qui che la virtù medicinale comincia a guarire.

In definitiva, la cosa meravigliosa è che l’insegnamento di padre Faber conduce a una sorta di conversione dell’intera vita spirituale. Ci chiama ad allontanarci dalla molteplicità e dalla fretta per abbracciare l’unità, la pazienza e la ricettività. Principi che possiamo applicare in ogni ambito e risultati che dovremmo desiderare ardentemente.

Per me, quindi, non si tratterà di abolire o rifiutare le pratiche devozionali, bensì di tentare di ordinarle correttamente e di purificarne l’uso.

Spero che riuscirò ad avvicinarmi alla padronanza dell’arte di essere lento davanti a Dio. O almeno a migliorare in questo, perché se è vero, come dice padre Faber, che la metà della nostra tiepidezza deriva dalla mancanza di lentezza, allora è altrettanto vero che il suo recupero ci restituirebbe una profondità di santità che a malapena riusciamo a immaginare.

radicalfidelity

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