Inabissamento del cattolicesimo romano

di Piergiorgio Seveso

Viviamo tempi indubitabilmente tragici, drammatici, confusi e svianti ma di più di ogni terribile strage di innocenti, più di qualsiasi scatenamento di guerre ingiuste, quello che preoccupa maggiormente e rende quasi marginale tutto ciò che accade intorno a noi è l’inesorabile inabissamento babelico di quanto resta del cattolicesimo romano.

Qualcuno sarebbe tentato di intravedere nelle scaramucce verbali tra l’americano Trump e l’americano a Roma Prevost una nuova riedizione delle lotte tra Papato e Impero, tra un Gregorio VII ed un Enrico IV, tra Alessandro III e il Barbarossa, tra il Papato romano e l’horror mundi Federico II.

Quelle lotte, quegli scontri anche sanguinosi che videro anche la mia Milano impegnata in prima fila, erano conflitti tra due forze complementari e necessarie all’interno della Cristianità, il Papato in senso assoluto, l’Impero in senso relativo.

Qui nello smembramento generale del mondo terracqueo e della società ci troviamo di fronte al pallido conflitto tra il liberalismo imperialista e sionisteggiante (vagamente autocratico ma con le tinte albicocca di un cesarismo flaccido) e un neomodernismo perfettamente compito e irreversibile, vera monade senza porte e finestre, irenista e astratto che ricalca il “Jamais plus la guerre” pronunziato dall’accomodante Montini all’Assemblea delle fantomatiche “Nazioni unite” nell’ottobre 1965 (due mesi prima di “Dignitatis humanae”).

Un bel derby tra liberali che ovviamente ha subito creato la bipartizione tra opposte tifoserie, fedeli coi lucciconi agli occhi e le ginocchia sbucciate del novus ordo, politici opportunisti e facinorosi assortiti.

Ovviamente nel (nostro) paese di Pulcinella, Arlecchino, Balanzone, Gianduia e Stenterello, abbiamo assistito ad una rincorsa patetica neo-papalina, spesso effettuata da laicisti di ogni sorta e da trumpiani volta-la-giubba, da lasciare senza fiato.

Abbiamo assistito anche ai dubitosi e balbettanti distinguo, ai ricami e alle didascaliche amenità di tante officine di cartapesta che avevano scambiato Trump per l’ennesimo Carlo Magno, dopo averlo fatto con Nixon (forse persino Eisenhower), Reagan, Bush padre e Bush figlio: ecco, ci vuole una nuova concordanza tra Sacerdotium et Regnum, sentenziano questi da giornali e tribune.

Ma quale concordanza, quando entrambi gli esponenti sono già rappresentanti della medesima rivoluzione: i neo-ghibellini degli imperialismi sinarchici e i neo-guelfi (horresco scribens) tra Maritain e Mounier sono comodamente seduti nel grande parlamento della Rivoluzione. Ed il capo di questi “neo-guelfi” ha ampiamente lasciato quel Trono vicariale della pienezza della Verità e del Papato monarchico per sedersi, uomo tra gli uomini, nella grande assemblea delle opinioni, delle suggestioni sentimentalistiche e delle libertà autocefale. Non si stupisca se poi il primo scopino che passa per strada interloquisca da pari a pari.

Cor Jesu, saturatum opprobris, miserere nobis!

radiospada

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