Meditazioni / Domenica 19 aprile 2026
Vetus ordo
Domínica secunda post Pascha
Ego sum pastor bonus
Gv 10,11-16
di Eremita
Qui Gesù fa una rivelazione potentissima: “Io sono il buon pastore”. Non è una immagine poetica, è una dichiarazione sulla tua vita. Perché tutti noi, in fondo, siamo come pecore: fragili, dispersi, facilmente ingannabili, incapaci di salvarci da soli.
E Gesù dice: “Io sono il buon pastore”. Non uno qualsiasi. Non uno che sfrutta, non uno che domina, non uno che usa le pecore per sé. No. Lui è quello che dà la vita per le pecore. Qui sta lo scandalo: Dio non ti chiede qualcosa, ma dà sé stesso per te.
Perché la verità è che nella nostra vita spesso seguiamo altri pastori. Seguiamo il successo, i soldi, l’approvazione degli altri, il piacere, e questi pastori, dice il Vangelo, sono mercenari. Non ti amano. Quando arriva il lupo – la sofferenza, la crisi, la morte – scappano. Ti lasciano solo.
Quante volte lo hai sperimentato: quando tutto va bene, sembra che funzioni, ma quando arriva una prova seria, crolla tutto. Le sicurezze spariscono, le persone ti deludono, tu stesso non reggi. Questo è il lupo che disperde le pecore.
E Gesù dice: “Il buon pastore dà la vita”. Non fugge davanti al male. Entra dentro il tuo male. Entra nella tua morte, nel tuo peccato, nella tua paura. Non si tira indietro. E lo fa per te, personalmente. Non per un’idea, non per un gruppo: per te, con il tuo nome, con la tua storia concreta.
E dice qualcosa di ancora più profondo: “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. Questa non è una conoscenza intellettuale. È una relazione viva, intima. Gesù ti conosce davvero: conosce quello che ti porti dentro, quello che non dici a nessuno, le tue ferite, le tue contraddizioni. E nonostante questo, ti ama.
E la cosa incredibile è che anche tu puoi conoscerlo. Non come un concetto, non come una religione, ma come una presenza viva che entra nella tua esistenza. Una voce che puoi imparare a riconoscere in mezzo a mille altre voci che ti confondono.
Perché il problema è proprio questo: ci sono tante voci. La cultura, i social, le paure, i giudizi, tutto parla dentro di noi. Ma la voce del buon pastore è diversa: non ti schiaccia, non ti condanna, non ti usa. Ti chiama alla vita, ti conduce, ti dà pace.
E poi dice una cosa che apre tutto: “Ho altre pecore che non sono di questo recinto”. Questo è un annuncio universale. Cristo non è venuto per pochi, per i “bravi”, per quelli che sono a posto. È venuto per tutti. Anche per chi è lontano, anche per chi si sente escluso, anche per chi pensa di non avere più speranza.
E il progetto di Dio è uno solo: “Un solo gregge, un solo pastore”. L’unità. Ma non un’unità fatta con sforzi umani o ideologie. Un’unità che nasce dall’ascolto della sua voce, dall’incontro con Lui.
Questa Parola oggi ti provoca: chi stai seguendo? Quale voce guida la tua vita? Se segui i mercenari, prima o poi arriverà il lupo e resterai solo. Ma se ascolti il buon pastore, anche dentro la prova più dura, non sarai mai abbandonato.
Questa è la Buona Notizia: c’è qualcuno che ti ama fino a dare la vita per te, che ti conosce profondamente e che non fugge davanti al tuo male. Cristo è il buon pastore, e oggi continua a chiamarti.
E la fede nasce proprio qui: quando, in mezzo a tante voci, cominci a riconoscere la sua, e decidi di seguirla.
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Novus ordo
Davvero il Signore è risorto
Lc 24,13-35
di Eremita
Ascoltate: questo Vangelo è per noi oggi. Non è un racconto del passato, è la nostra vita. Siamo noi quei due discepoli che scappano da Gerusalemme. Perché scappano? Perché hanno perso la speranza. Avevano creduto, avevano seguito Gesù, avevano visto miracoli… e adesso tutto è finito. Crocifisso. Morto. Fallimento.
E camminano tristi. Parlano, discutono, cercano di capire, come facciamo anche noi quando la vita ci crolla addosso. Quando un matrimonio va in crisi, quando i figli si allontanano, quando arriva una malattia, quando ti accorgi che non sei felice. E allora parli, analizzi, cerchi spiegazioni, ma dentro hai solo tristezza.
E proprio lì, in quella fuga, in quella delusione, succede qualcosa di sconvolgente: Gesù si avvicina. Non quando loro sono forti, non quando credono, ma quando scappano. Questo è il kerigma: Cristo viene a cercarti proprio mentre te ne stai andando via. Si fa vicino alla tua vita concreta, entra nei tuoi discorsi, nelle tue ferite.
Ma c’è un dramma: “I loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. Gesù è lì, ma loro non lo vedono. Come noi: Dio agisce nella nostra vita, ma noi non ce ne accorgiamo. Pensiamo che sia assente, che non faccia nulla, che ci abbia abbandonato.
E Gesù fa una cosa incredibile: non si impone. Fa una domanda. “Di che cosa parlate?”. Li ascolta. Lascia che tirino fuori tutta la loro delusione, tutta la loro amarezza: “Noi speravamo…”. Questa frase è tremenda. È la tomba della fede. Anche noi diciamo: “Io speravo che Dio mi aiutasse… speravo che il matrimonio funzionasse, speravo che la mia vita fosse diversa…”.
E allora Gesù annuncia. Non consola superficialmente, non dice “andrà tutto bene”. No. Dice: “Stolti e lenti di cuore”. È una parola forte, perché la radice del problema è non credere alla Parola di Dio. E comincia a spiegare le Scritture: mostra che la croce non è un fallimento, ma il cammino necessario alla gloria.
Questo è decisivo: Dio salva attraverso la croce, attraverso ciò che noi rifiutiamo. Quella sofferenza che tu non accetti, quella storia che ti pesa: proprio lì Dio sta operando la salvezza. Ma senza la Parola non lo capirai mai.
E poi arriva il momento decisivo: “Resta con noi”. È la preghiera della Chiesa. Quando comincia a far sera, quando arriva il buio nella tua vita, puoi dire a Cristo: resta con me. E Lui entra.
E dove si fa riconoscere? Non in un miracolo spettacolare, ma nello spezzare il pane. Nell’Eucaristia. Lì si aprono gli occhi. Lì capisci che è vivo, che è presente, che non ti ha abbandonato.
E succede qualcosa di straordinario: sparisce dalla loro vista. Perché ormai non hanno più bisogno di vederlo con gli occhi: lo hanno riconosciuto nella fede.
E allora ricordano: “Non ardeva forse il nostro cuore?”. Questo è il segno della presenza di Dio: un fuoco dentro, una vita nuova, una speranza che nasce dove prima c’era morte.
E immediatamente tornano a Gerusalemme. Non sono più in fuga. La fede ti rimette in cammino, ti riporta alla Chiesa, ti rende testimone. Non puoi tenere per te questa esperienza: devi annunciare che Cristo è vivo, che ha vinto la morte, che entra nella tua storia concreta.
Questo Vangelo ci dice una cosa precisa: Cristo è risorto e cammina con te, anche se non lo riconosci. Entra nella tua delusione, illumina la tua storia con la Parola, si dona nell’Eucaristia e trasforma la tua fuga in missione.
Questa è la Buona Notizia: non sei solo. Cristo è vivo, e oggi passa nella tua vita. Sta a te accoglierlo e dirgli: resta con me.
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