Commento / Benedire o confondere? La Chiesa davanti al rischio di smarrire il senso del gesto

di Giulio Ferri

Negli ultimi giorni, alcune dichiarazioni di Papa Leone XIV di ritorno dal suo viaggio in Africa hanno riportato al centro del dibattito ecclesiale una questione che da tempo attraversa la vita della Chiesa: la possibilità di benedizioni, in forma informale e non liturgica, rivolte a coppie omosessuali. Un articolo di LifeSiteNews ha sottolineato come il Pontefice abbia confermato questa linea, già presente nel recente orientamento pastorale di “Fiducia supplicans”, accompagnandola con affermazioni che tendono a ridimensionare il peso della morale sessuale nel quadro complessivo della vita cristiana.

A queste parole ha risposto con chiarezza il vescovo Joseph Strickland, ricordando un principio tanto semplice quanto decisivo: la Chiesa non può benedire il peccato.

Non siamo davanti a una polemica tra posizioni opposte. Siamo davanti a una tensione interna alla stessa coscienza ecclesiale. E per comprenderla occorre andare oltre le reazioni immediate, entrando nel cuore della questione: che cosa significa benedire?

Nel linguaggio biblico e teologico, la benedizione non è mai un gesto neutro, né una semplice espressione di benevolenza umana. È un atto che invoca Dio su una realtà, riconoscendola — almeno implicitamente — come orientata a Lui, come inserita, o inseribile, nel suo disegno di verità e di bene.

Per questo la distinzione, spesso evocata, tra benedizione della persona e benedizione della coppia non è un dettaglio tecnico. È il punto decisivo.

Se si benedice la persona, si riconosce la sua dignità, si invoca su di lei la grazia, si accompagna il suo cammino. Questo è sempre possibile, sempre doveroso.

Ma se si benedice la coppia in quanto tale, la relazione stessa entra — almeno simbolicamente — nello spazio di ciò che viene presentato a Dio come bene. Ed è qui che nasce la tensione, perché la tradizione cattolica ha sempre insegnato con chiarezza che non ogni relazione è conforme alla verità dell’uomo.

Si dirà: si tratta di benedizioni informali, non liturgiche, non equiparabili al matrimonio. Ed è vero. Ma il problema non è soltanto giuridico o liturgico. È simbolico e teologico.

Perché nella vita della Chiesa i gesti parlano. E spesso parlano più delle definizioni.

Dire che la morale sessuale non è il centro della vita cristiana è, in sé, un’affermazione corretta. Il centro è Cristo. Il centro è la carità. Il centro è la comunione con Dio. Ma proprio per questo ogni dimensione della vita umana, compresa la sessualità, è chiamata a entrare in questa verità.

Il rischio, invece, è che questa affermazione venga percepita come una relativizzazione implicita: come se alcuni aspetti della morale potessero essere messi tra parentesi, o trattati con minore chiarezza, in nome di un bene più grande.

Ma la tradizione cristiana non conosce questa logica di compensazione.
Non esistono verità meno vere.
Non esistono ambiti della vita umana sottratti alla luce del Vangelo.

La reazione di Joseph Strickland va letta in questo orizzonte. Non come un atto di opposizione, ma come un richiamo a una coerenza fondamentale: Dio non può essere invocato su ciò che, nella sua stessa struttura, contraddice il suo disegno.

Questo non significa negare la complessità delle situazioni umane, né chiudere la porta alla misericordia. Al contrario. Significa riconoscere che la misericordia autentica non consiste nel confermare ogni situazione, ma nel accompagnare verso la verità.

Negli ultimi anni si è affermata, spesso in modo implicito, una dinamica nuova: non si modifica direttamente la dottrina, ma si trasformano i gesti, il linguaggio, la prassi. E poco alla volta è la prassi a plasmare la percezione della dottrina.

È un processo lento, quasi impercettibile, ma profondamente incisivo.

Se un fedele vede un sacerdote benedire una coppia omosessuale, difficilmente entrerà nelle distinzioni teologiche tra persona e relazione, tra benedizione liturgica e non liturgica. Vedrà un gesto. E interpreterà quel gesto secondo la sua evidenza immediata: come un riconoscimento.

Ed è qui che la questione diventa seria.

Perché la fede cristiana non è fatta solo di enunciati, ma di segni. E quando i segni diventano ambigui, anche la fede rischia di diventarlo.

Il problema, in fondo, non riguarda solo una questione morale specifica. Riguarda la visione dell’uomo.

Per la tradizione cattolica, la sessualità non è un ambito periferico come sembra intenderla Leone XIV. È parte integrante della verità della persona. Il corpo non è un accessorio. È linguaggio. È vocazione. È chiamato a esprimere una verità che non può essere arbitrariamente ridefinita.

Non tutto ciò che è affettivamente sincero è, per questo, conforme alla verità dell’uomo. E proprio per questo la Chiesa ha sempre tenuto insieme due dimensioni inseparabili: l’accoglienza e la verità.

Separarle significa perdere entrambe.

Il rischio delle parole recenti del Papa non è tanto ciò che affermano esplicitamente, ma ciò che lasciano aperto. Uno spazio interpretativo ampio, nel quale la chiarezza si attenua e la distinzione si fa meno percepibile.

Ma la Chiesa non può permettersi un linguaggio indistinto. Non perché debba essere rigida, ma perché è chiamata a essere fedele.

Fedele a Cristo, che non ha mai separato la misericordia dalla verità.
Fedele all’uomo, che ha bisogno di essere accompagnato, ma anche illuminato.

Alla fine, la domanda non è se la Chiesa debba essere più accogliente. Lo è sempre stata, nei suoi momenti migliori.

La vera domanda è un’altra: può la Chiesa permettersi di compiere gesti che rischiano di essere interpretati come una conferma di ciò che, nella sua stessa dottrina, riconosce come disordinato?

Se la risposta è incerta, allora il problema non è pastorale. È teologico.

E in gioco non c’è soltanto una questione morale, ma la coerenza stessa tra ciò che la Chiesa crede, ciò che dice e ciò che fa.

Perché quando questa unità si incrina anche la benedizione — che dovrebbe essere luce — rischia, senza volerlo, di diventare ambigua.

E una Chiesa che non è più chiara nei suoi segni prima o poi smarrisce anche la forza della sua parola.

___________________________________

Cari amici di «Duc in altum»,

il libro «Gesù e don Camillo. Dialoghetti per non morire»

con una nota inedita di Giovannino Guareschi

e prefazione di Paolo Gulisano

può essere ordinato cliccando qui.

Don Camillo e Aldo Maria ringraziano tutti coloro che lo acquisteranno e lo vorranno diffondere!

 

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!