Così nell’era digitale il pensiero sta diventando un bene di lusso

Nell’era digitale la capacità di pensare in modo profondo e consapevole rischia di diventare un privilegio di cui possono godere soltanto le classi più privilegiate. L’avvertimento, che fa seguito a non pochi altri sulla stessa linea, è della scrittrice britannica Mary Harrington.

A partire dalla propria formazione e recenti ricerche, la scrittrice collega il crescente declino dell’alfabetizzazione e della capacità di attenzione all’ascesa degli smartphone e a una cultura “post-alfabetizzata” figlia dell’uso degli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie.

La sua analisi suggerisce che questo cambiamento potrebbe creare un divario cognitivo sempre più ampio, con gravi implicazioni sia per la conservazione di un pensiero riflessivo e ragionato sia per la partecipazione alla vita sociale e politica.

Il pensiero è la capacità umana più tipica della nostra specie, alla base del processo decisionale, dell’apprendimento, della creatività, della partecipazione civica, dell’adattabilità e del benessere emotivo. Ci permette di analizzare le situazioni, valutare le opzioni, distinguere il vero dal falso e arrivare a scelte consapevoli per quanto riguarda sia le questioni quotidiane sia le sfide complesse. Oltre alla risoluzione dei problemi, la capacità di pensare consente la crescita personale, l’apprendimento continuo, la messa in discussione delle narrazioni consolidate e lo sviluppo di soluzioni innovative. Senza il pensiero evoluto, consapevole di sé, la possibilità di orientarsi nel mondo, costruire società e condurre vite significative risulta gravemente compromessa.

Mary Harrington, redattrice di  “UnHerd” e autrice di “Feminism Against Progress ” (2023), lancia l’allarme sull’erosione di questa capacità in un articolo del “New York Times” (“Thinking is Becoming a Luxury Good”) che in questi giorni sta ottenendo molta attenzione. Nota per le sue critiche alle politiche identitarie e agli effetti della globalizzazione, la scrittrice sostiene che la tecnologia digitale, in particolare gli smartphone, è all’origine di un preoccupante e sempre più accentuato calo della e della qualità del ragionamento. Da qui una nuova forma di disuguaglianza, perché la capacità di pensare in profondità sta diventando un privilegio sempre più esclusivo.

Mary Harrington contrappone la sua educazione infantile in una scuola Waldorf, dove la televisione era scoraggiata a favore della lettura e del gioco all’aperto, alla realtà iperconnessa di oggi. La vita moderna, osserva, richiede uno sforzo consapevole per evitare le continue distrazioni di internet e dei dispositivi mobili. Se un tempo i punteggi del QI aumentavano costantemente, nei paesi Ocse ci sono recenti evidenze di un calo sia negli adulti sia nei bambini, il che avviene parallelamente al calo dei tassi di alfabetizzazione, con le diminuzioni più marcate tra coloro che provengono da contesti socioeconomici meno privilegiati.

Harrington attribuisce questa tendenza a una cultura “post-alfabetizzata”, caratterizzata da brevi video e immagini che prevalgono su testi scritti più complessi. Così come l’industria del cibo spazzatura ha un impatto negativo sulla salute fisica, i media di bassa qualità, che frammentano l’attenzione e abituano a messaggi semplificati, stanno creando un “divario cognitivo” tra chi riesce a proteggersi da essi e chi no. Le famiglie benestanti spesso impongono limiti rigorosi al tempo trascorso davanti allo schermo, optando talvolta per scuole costose che privilegiano la lettura e l’apprendimento approfondito, mentre le famiglie più povere potrebbero non disporre delle risorse necessarie per creare ambienti simili.

Leggere testi lunghi e complessi non è una capacità innata, bensì un’abilità appresa che rimodella il cervello, rafforzando la concentrazione, la comprensione e il pensiero lineare. Al contrario, le piattaforme digitali sono progettate appositamente per incoraggiare un rapido passaggio tra gli stimoli. Tutto ciò riprogramma la mente verso una scansione piuttosto che un’analisi, erodendo la disciplina mentale necessaria per un impegno prolungato all’insegna di idee complesse. Col tempo, tali abitudini rendono la concentrazione profonda una capacità sempre più rara e fragile, impedendo di fatto la comprensione e l’analisi critica.

Le implicazioni sociali e politiche, avverte Harrington, sono gravi. Una popolazione meno capace di pensare in modo critico e per periodi prolungati diventa più vulnerabile alla manipolazione, al tribalismo e alla disinformazione, come si è visto nel caso del Covid. Il discorso pubblico rischia di ridursi a messaggi semplicistici e carichi di emotività, mentre le argomentazioni basate su dati concreti non sono nemmeno prese in considerazione. In un contesto simile, i demagoghi possono promuovere i propri obiettivi attraverso contenuti brevi ed emotivi, con la tendenza a colpire chi ancora ragiona e aggirando la necessità di un dibattito coerente. Una dinamica che sta indebolendo non solo le capacità dei singoli ma anche l’impegno civico.

In definitiva, l’avvertimento di Harrington secondo cui il pensiero sta diventando un bene di lusso evidenzia il rischio di una società culturalmente stratificata. Una piccola élite, protetta da interessi personali, potrebbe preservare le capacità di ragionamento approfondito e di pensiero riflessivo, mentre la maggioranza scivola in uno stato post-alfabetizzato, plasmato da continue distrazioni. Una divisione che minaccia sia il potenziale individuale sia i fondamenti intellettuali e morali delle nostre società.

Non dimentichiamo che Steve Jobs vietò ai suoi figli l’utilizzo dei dispositivi inventati da lui stesso, e anche Bill Gates ha detto di aver vietato il cellulare ai suoi figli prima dei quattordici anni e prima di andare a dormire.

In alcuni paesi (come abbiamo riferito qui) si sta cercando di correre ai ripari limitando l’uso dei dispositivi a scuola, oppure introducendo un’età minima per l’accesso ai social media.

___________________________________

Cari amici di «Duc in altum»,

il libro «Gesù e don Camillo. Dialoghetti per non morire»

con una nota inedita di Giovannino Guareschi

e prefazione di Paolo Gulisano

può essere ordinato cliccando qui.

Don Camillo e Aldo Maria ringraziano tutti coloro che lo acquisteranno e lo vorranno diffondere!

 

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!