Cronache dalla grotta / Sul camminare all’asciutto
di Rita Bettaglio
Filii autem Israel ambulaverunt per siccum (Sal 15, 22): i figli d’Israele, invece, camminarono all’asciutto.
Il salmo fa riferimento al passaggio del Mar Rosso, che poi si richiuse sugli egiziani che rincorrevano Mosè e i suoi, fuggitivi dalla schiavitù.
Anche nella grotta è giunta la Pasqua e il tempo ampio e disteso che ci prende per mano e ci conduce all’Ascensione del Signore. Riceviamo, inconsapevoli del miracolo, il dono della luce di Cristo e, insieme, di quella del sole che si concede più generosamente agli uomini che ne hanno un estremo bisogno. Le giornate ormai lunghe (complice l’ora legale, che la cavernicola ama appassionatamente) sembrano fatte apposta per accogliere la risurrezione di Cristo nell’alba tersa che illumina l’infinita distesa marina.
Ricordi di bambina in vacanza da scuola, a girare per sepolcri, per ammirare il più bello, e giochi all’aperto senza cappotto, pregustando già la fine della scuola e un tempo senza fine di vacanza e libertà.
Quale allora ci appariva la vita umana, direbbe Leopardi a una novella Silvia: e davvero da bambini la vita appare sconfinata e luminosa, almeno a me così appariva. Poi il tempo si mette improvvisamente a correre e non si riesce a stargli dietro.
Vi ricordate quando vi dicevano: “Aspetta”. “Quanto?”, domandavate voi impazienti. “Cinque minuti”, diceva mamma. “Uffa”, mugugnavate voi a mezza voce, attenti a non farvi sentire perché sbuffare era disdicevole e veniva sempre rimproverato, insieme all’essere curioso e fare domande senza essere interrogato.
Quei cinque minuti parevano un’eternità, mentre adesso volano e non rendono nulla. Ci avviciniamo ogni giorno di più all’eternità e il tempo si fa breve e prezioso. È giunto il momento di discernere bene e tagliare tutto ciò che fa perdere tempo in attività inutili al fine della vita eterna.
Filii autem Israel ambulaverunt per siccum: non è normale che un mare si divida e qualcuno vi possa camminare come su una strada. Ogni mare che si rispetti bagna e non vi si può camminare sopra, a meno di non essere superiore alle forze della natura, come Gesù che queste forze le può dirigere a proprio piacimento.
Lasciamo perdere il significato storico, assolutamente reale, del passaggio del Mar Rosso e veniamo a noi.
Nella grotta il pensiero talora va per i fatti suoi e ne escono immagini e suggestioni insolite. Non tutte vanno seguite e talora, anzi, bisogna scrollarsele di dosso energicamente, perché ci fanno perdere la strada di casa, come si diceva un tempo.
Camminare all’asciutto in mezzo al mare mi pare l’immagine del cristiano che, pur nel mare agitato del mondo, cammina all’asciutto perché esiste una realtà che è invisibile agli occhi e che è quella di Dio che guida e protegge chi confida in lui.
Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi, canta il salmo 90 che in monastero si canta ogni sera a compieta. Anche nella grotta queste parole risuonano come una promessa che è già realtà, nel silenzio e nella solo apparente assenza di tutto questo bestiario. È parola di Dio, quindi è vera. Lo salverò perché a me si è affidato, continua lo stesso salmo.
Noi battezzati, cattolici, che ci nutriamo del Corpo e del Sangue di Cristo, realmente presente nel sacramento dell’altare, sappiamo (e dobbiamo sempre ricordare) che la realtà non si limita al visibile.
Crediamo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, visibilium omnium et invisibilium, di tutte le cose visibili e invisibili. Alla cavernicola ora interessano quelle invisibili, perché le altre le vedono tutti.
Le creature invisibili, i puri spiriti, buoni e cattivi, sono reali come quelle che vediamo e ci parlano di un mondo diverso da quello cui siamo abituati: un mondo che è già presente e sarà l’unico quando entreremo nell’eternità.
Già ora abbiamo accanto la Provvidenza di Dio, il nostro angelo custode, la Madonna e i santi: come possiamo sentirci soli? Eppure capita: per permissione divina capita, alla cavernicola e ad ognuno, di sperimentare la solitudine e quella puntura sottile, acutissima dello smarrimento. Signore, da chi andremo? Chi ci salverà da questo corpo votato alla morte? Non i medici, che oggi vengono consultati compulsivamente e a cui viene richiesto di dare ciò che non hanno: la salvezza.
“La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”, gridava a gran voce la moltitudine immensa dei santi in piedi davanti al trono e all’Agnello, avvolti in candide vesti, dice san Giovanni nell’Apocalisse. Amicti stolis albis, avvolti, coperti da lunghe vesti bianche: la stola era l’abito distintivo delle matrone romane, simbolo di virtù e castità. Bianca era la veste di cui i catecumeni venivano rivestiti al battesimo, nella veglia pasquale e che deponevano otto giorni dopo nella domenica in albis deponendis. Bianca l’anima lavata dal sangue di Cristo e rigenerata dal perdono sacramentale.
Bianche le zagare che inebriano l’aria vicino alla grotta della cavernicola.
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