Back to the future. Ministero episcopale, tradizionalismo e tradizione vivente della Chiesa. Riflessioni

Il caro amico e collaboratore don Martin Grichting ha inviato al blog il saggio che qui propongo alla vostra attenzione. Immagino che non pochi fedeli legati alla Tradizione e in particolare alla Fraternità sacerdotale San Pio X non lo accoglieranno con benevolenza. Ne sono consapevole,  ma, come voi sapete, qui cerchiamo la verità e siamo aperti a chi procede non per partito preso ma argomentando in modo pacato e accurato.

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di Martin Grichting

Nella Chiesa, tradizione non significa fossilizzazione, ma vitalità. Infatti, la Chiesa è accompagnata nel suo cammino attraverso il tempo dallo Spirito Santo, che la introduce sempre più profondamente nella verità (Gv 16,13). Già nel V secolo, san Vincenzo di Lérins aveva paragonato la dottrina della Chiesa al corpo umano. Questo si sviluppa nel corso della vita. Si differenzia, ma conserva la sua identità. E Vincenzo precisa: «Quanti arti possiedono i ragazzi, tanti ne possiedono anche gli uomini. E se ve ne sono alcuni che si formano solo in età matura, essi sono già presenti in germe in precedenza, cosicché in seguito, nell’anziano, non viene alla luce nulla di nuovo che non fosse già nascosto in precedenza nel ragazzo» («Commonitorium», 23,4).

Il tradizionalismo, al contrario, è il tentativo di dichiarare conclusa la crescita a partire da un determinato momento di questo sviluppo. Per questo il tradizionalismo è fossilizzazione.

Lo dimostra l’evoluzione della dottrina ecclesiastica relativa al ministero episcopale. Nel corso del primo millennio, la Chiesa nella sua realtà concreta era strutturata in modo episcopale come cosa ovvia, senza disporre ancora di una teologia articolata del ministero episcopale. Questa concezione di sé entrò in crisi nel secondo millennio. La responsabilità principale di ciò è da attribuire al conciliarismo: la tesi secondo cui il collegio episcopale o il concilio sarebbe al di sopra del Papa. Questa concezione errata ha reso impossibile, durante il Concilio di Trento (1545‒1563), approfondire e formulare la dottrina del primo millennio sul ministero episcopale. C’era accordo sul fatto che il sacramento dell’ordine conferisse il ministero di santificare, cioè la facoltà di amministrare i sacramenti (Eucaristia, Cresima, Ordinazione). Ma in quel delicato momento della storia della Chiesa era politicamente difficile spiegare esplicitamente che il sacramento dell’ordine trasmettesse anche gli uffici di insegnare e di governare. Ci sarebbe stato il rischio che il papato, nuovamente messo sotto pressione dalla Riforma, venisse relativizzato. Infatti, se fosse stato vero che i vescovi ricevevano le loro potestà giuridiche direttamente da Gesù Cristo attraverso il sacramento, non sarebbe stato più possibile spiegare in cosa consistesse ancora la posizione primaziale del Papa. Egli avrebbe corso il rischio di essere nuovamente subordinato al collegio episcopale, nel senso del conciliarismo.

Il Concilio Vaticano I (1870) chiarì la questione del primato giurisdizionale del Papa. Il conciliarismo era così definitivamente superato. Ciò permise al Concilio Vaticano II (1962‒1965) di chiarire, attraverso la Costituzione dogmatica «Lumen Gentium» (LG), la dottrina sul ministero episcopale, ancora incompletamente sviluppata: la consacrazione episcopale conferisce la pienezza del sacramento dell’ordine e quindi anche gli uffici di insegnare e di governare. Ma questi ultimi, per quanto riguarda il loro esercizio, necessitano sempre della determinazione da parte del Papa (LG 21). Per quanto riguarda le affermazioni fatte prima del Concilio – ad esempio da Pio XII – Papa Paolo VI, attraverso la «Nota explicativa praevia» (NEP), che dichiarò parte integrante della LG, ha determinato interpretativamente: «I documenti dei recenti romani Pontefici circa la giurisdizione dei vescovi vanno interpretati come attinenti questa necessaria determinazione delle potestà» (n. 2). Ciò che era quindi presente in germe è ora venuto alla luce.

Recentemente, tuttavia, il tradizionalismo si è opposto alla tradizione vivente. La Fraternità San Pio X ha dichiarato, in una presa di posizione del 19 febbraio 2026 (Allegato II), di voler mantenere la posizione preconciliare, così come era stata espressa da Pio XII. Anche il Dicastero per la Dottrina della Fede si è schierato in senso tradizionalista contro la tradizione vivente. Infatti, definisce la dottrina ancora incompleta, semplicistica e ormai superata della teologia medioevale, così come era stata espressa da Pio XII, come la dottrina «tradizionale» (Sinodo dei vescovi 2021‒2024, Relazione della Commissione n. 5: Sulla partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa, Appendice V, n. 17). La dottrina del Concilio Vaticano II appare così come una novità. Già questo è di per sé manipolatorio. Particolare diffidenza deve tuttavia suscitare anche la forma in cui il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato il suo documento. Esso elenca la sua relazione nella propria homepage tra i propri documenti. Inoltre, sul documento figura come autore. Allo stesso tempo, il Dicastero sostiene che non si tratti di un documento «ufficiale». La mancanza di trasparenza di questo modo di procedere – esistono forse documenti non ufficiali del Magistero? – fa pensare che ci sia qualcosa che non va.

Comunque sia: ci troviamo di fronte a una bizzarra alleanza, in cui la Fraternità San Pio X, insieme al Dicastero per la Dottrina della Fede, contraddice in modo tradizionalista la tradizione vivente della Chiesa. Entrambi vogliono tornare a una posizione ormai superata, poiché è stata ulteriormente sviluppata dal Magistero. Ciò che è particolarmente grave è che, con la nomina di laici a uffici che comportano l’esercizio della potestà di governo, anche Papa Francesco è passato al campo del tradizionalismo. Papa Leone XIV lo ha finora seguito in questo, mantenendo di fatto le nomine che contraddicono il Concilio Vaticano II.

L’argomento classico dei tradizionalisti è sempre che la Chiesa abbia introdotto qualcosa di nuovo che non è contenuto nel «depositum fidei» tramandato e tradizionale. Per questo si rifiuta di seguirla e si rimane fedeli a ciò che si considera la «tradizione».

Vale la pena approfondire, nel caso concreto, la questione se il Concilio Vaticano II abbia inventato qualcosa o se, nel senso della tradizione vivente secondo san Vincenzo di Lérins, abbia semplicemente sviluppato qualcosa che era implicitamente sempre esistito.

Se si considera il primo millennio, vi è consenso sul fatto che la Chiesa fosse strutturata secondo il principio episcopale. La consacrazione episcopale era di fatto considerata la pienezza del sacramento dell’ordine. Inoltre, nei concili e nei sinodi, i vescovi esercitavano responsabilità di governo che andavano oltre la propria diocesi, nella quale e per la quale detenevano giurisdizione. Esisteva quindi sempre, in virtù della consacrazione episcopale, una corresponsabilità dei singoli vescovi per la Chiesa nel suo insieme, così come il collegio apostolico, insieme a Pietro e sotto di lui, aveva una corresponsabilità per l’intera Chiesa. A un vescovo veniva quindi affidata, con mezzi giuridici – ad esempio dal Papa – la responsabilità di una determinata diocesi. Oltre a ciò, però, il vescovo possedeva anche una competenza di guida pastorale che andava oltre la propria Chiesa particolare e che egli esercitava nei sinodi e nei concili. E questa non era conferita giuridicamente, ma era già sacramentale: l’ufficio di governare nella sua forma fondamentale. Infatti, l’incarico legale conferito, ad esempio, dal Papa, era sempre stato valido solo per una determinata diocesi.

Se si studiano ora gli atti del Concilio di Trento, emerge un dato interessante. Erano soprattutto vescovi e prelati spagnoli, francesi e italiani che, in una moltitudine di voti, esprimevano la convinzione implicita che con la consacrazione episcopale venissero fondamentalmente conferiti anche gli uffici di insegnare e di governare. La loro ricerca tentennante si manifestava, ad esempio, nell’enfasi sul fatto che anche la «potestas iurisdictionis» fosse «spirituale». I vescovi non ricevevano la giurisdizione dal Papa, ma solo il suo uso («Habent igitur episcopi a pontefice non iurisdictionem, sed usum»). Il potere giurisdizionale derivava da Dio, poiché Gesù Cristo aveva istituito il ministero episcopale nella chiesa. Dal Papa derivava poi la disposizione che questo o quel vescovo operasse qui o là. Altri prelati hanno parlato di una «giurisdizione interna» dei vescovi, che deriverebbe da Gesù Cristo. Sarebbe però necessaria anche una «chiamata esterna» da parte del Papa. Queste constatazioni non possono sorprendere. Infatti, già nel Medioevo era noto che Gesù Cristo aveva chiamato il collegio degli apostoli. Non fu Pietro a nominare gli apostoli e a conferire loro l’autorità. Secondo la testimonianza della Sacra Scrittura, gli apostoli non erano nemmeno semplici collaboratori di Pietro. Insieme a lui formavano un collegio. E per questo motivo, nell’epoca della Chiesa, i vescovi non potevano essere solo vicari del Papa, i cui poteri dipendevano esclusivamente da lui. Essi, in virtù della loro stessa natura di successori degli apostoli (attraverso la consacrazione episcopale), possedevano già una corresponsabilità riguardo il governo della Chiesa universale, il cui moderatore gerarchico era, ovviamente, il Papa.

Alle dichiarazioni dei padri conciliari di Trento, che si avvicinano a quanto insegna il Concilio Vaticano II, si contrapponeva l’opinione di coloro che vedevano il pericolo soprattutto nel conciliarismo. A esprimere con maggiore forza la convinzione di questi vescovi fu Diego Laínez (1512‒1565), secondo generale dell’ordine dei gesuiti. Egli sosteneva la tesi binaria della divisione tra la «potestas iurisdictionis» illimitata del Papa, che questi poi conferiva ai vescovi, e la «potestas ordinis», conferita da Gesù Cristo attraverso il sacramento dell’ordine.

Con questa visione, Laínez esaltò eccessivamente l’onnipotenza papale. Fu così uno dei primi rappresentanti del suo ordine a cercare ripetutamente l’avvicinamento ai poteri centrali sia ecclesiastici che politici, cercando di rafforzarli per poi, attraverso l’influenza su tali poteri, rafforzare il potere della Chiesa (o dell’ordine?). Come è noto, questa spiritualità malsana contribuì a far sì che papa Clemente XIV dovesse sopprimere l’ordine dei gesuiti nel 1773. Infatti, i gesuiti avevano esagerato nella loro brama di potere, governando gli affari secolari delle corti reali dalla seconda fila. La reazione politica che ciò provocò costò temporaneamente l’esistenza al loro ordine. Un approccio simile da parte dei gesuiti nei confronti del papato è responsabile del fatto che ancora oggi nella Chiesa essi siano più temuti che amati e che vengano guardati con diffidenza.

In questo contesto, non sorprende che dietro l’ultima esaltazione della supremazia papale – che oscura la natura sacramentale della Chiesa e, in nome del tradizionalismo, rifiuta il Concilio Vaticano II – si nasconda ancora una volta un gesuita: il canonista Gianfranco cardinale Ghirlanda. Il suo saggio «L’origine e l’esercizio della potestà dei Vescovi. Una questione di 2000 anni» (Periodica de re canonica 106 [2017], pp. 537‒631) serve al Dicastero per la Dottrina della Fede come base per procurare ai laici la potestà di giurisdizione nella Chiesa. E ciò è possibile solo se il sacramento dell’ordine non conferisce già di per sé l’ufficio di governare. Bisogna inoltre respingere quanto sottolineato in via esplicativa da Papa Paolo VI in NEP, n. 2: che il sacramento dell’ordine crea il fondamento «ontologico» per l’esercizio dell’ufficio di governare. Bisogna piuttosto spostare l’origine di ogni potestà giurisdizionale al papato, come unica fonte del diritto. Solo per mezzo di questo superpapalismo, che contraddice la dottrina della Chiesa, si può attribuire ai laici la potestà di governo, aggirando il sacramento dell’ordine, come già avveniva nel Medioevo.

A difesa di Diego Laínez va tuttavia sottolineato che, quando espose le sue tesi, non era ancora stato compiuto l’approfondimento della dottrina ecclesiastica da parte del Magistero. Lo stesso vale per la tanto citata abadesa de las Huelgas, che di fatto esercitava un potere giurisdizionale episcopale, e per i principi-vescovi dell’Impero romano della Nazione germanica, che non erano stati consacrati vescovi. Indubbiamente era inammissibile che questi ultimi spesso non fossero nemmeno stati ordinati sacerdoti. Si accontentavano di godere dell’ufficio conferito dal Papa e dei redditi che ne derivavano, lasciando però il lavoro pastorale e sacramentale ai sacerdoti consacrati e ai vescovi ausiliari. Ma potevano farlo con la coscienza tranquilla, poiché si basavano sulla visione teologica medioevale allora diffusa riguardo al ministero episcopale, come l’aveva sostenuta anche Laínez: la nomina papale da sola conferisce l’autorità di governo.

All’epoca non si parlava ancora di un Concilio Vaticano II. Ma oggi, dopo il chiarimento apportato da un concilio ecumenico, continuare a propagare la tesi di Laínez e cercare di metterla in pratica è un’altra cosa: è tradizionalismo, il rifiuto di riconoscere la tradizione vivente della Chiesa.

In questo contesto, appare altrettanto inaccettabile l’astrazione con cui la Fraternità San Pio X sostiene di consacrare semplici vescovi ausiliari, privi di potestà di governo e che quindi non potrebbero essere considerati scismatici. Infatti, ogni consacrazione episcopale implica sempre anche l’integrazione sacramentale nel collegio episcopale. Essa comporta il trasferimento fondamentale dell’ufficio di governare nei confronti della Chiesa universale e non può quindi avvenire senza il consenso di colui che è il capo di tale collegio.

Resta ancora un punto da aggiungere: la fonte relativa agli interventi dei vescovi citati al Concilio di Trento. Tutto il necessario al riguardo si trova in Joseph Ratzinger, «Gesammelte Schriften», Freiburg ‒ Basel ‒ Wien 2012, vol. 7/2, p. 685 sgg. Ma poiché l’avversione dei tradizionalisti nei suoi confronti in entrambi gli schieramenti – nella Fraternità San Pio X e nel Dicastero per la Dottrina della Fede – è probabilmente insormontabile, si fa notare quanto segue: per quanto riguarda i voti dei Padri di Trento, Ratzinger non è affatto originale. Infatti cita da un’altra opera. È stata pubblicata a Roma nel 1964 con il titolo «Lo sviluppo della dottrina sui poteri nella Chiesa universale. Momenti essenziali tra il XVI e il XIX secolo». L’opera è stata scritta da colui che in seguito è stato definito il padre progressista della «Scuola di Bologna»: Giuseppe Alberigo (1926‒2007). Alberigo conclude le sue ricerche sul Concilio di Trento (pp. 11‒95) con l’osservazione: «Deve altrettanto essere ritenuta sentenza comune dei padri tridentini ‒ anche se più allo stadio di convincimento, piuttosto che di tesi perfettamente formulata ‒ che ad ogni vescovo venga conferita con la consacrazione, e solo per effetto della consacrazione, una certa potestà pastorale extrasacramentale sovrannaturale nei confronti della chiesa universale». In altre parole: l’ufficio di governare nella sua forma fondamentale.

Il riferimento ad Alberigo rischia di rendere la Fraternità San Pio X ancora più diffidente. Ma il Dicastero per la Dottrina della Fede, con il suo attuale orientamento teologico, se già disattende Papa Paolo VI e i Padri del Concilio Vaticano II, dovrebbe almeno fidarsi di Alberigo. È vero che in seguito si è guadagnato la fama di essere, riguardo all’ultimo Concilio, il padre di un’ermeneutica della rottura. Ma nella questione che qui ci interessa egli ha sostenuto un’ermeneutica della continuità della dottrina della chiesa, così come già insegnava Vincenzo di Lérins.

E il Papa deve essere consapevole di una cosa: egli può – e probabilmente deve – scomunicare coloro che consacrano un vescovo senza il suo mandato, nonché gli stessi consacrati. Infatti essi non solo violano il diritto canonico vigente, ma soprattutto la dottrina della Chiesa sul sacramento dell’ordine, così come è stata esposta in modo approfondito dal Concilio Vaticano II. Ma se il Papa, nella grave materia del sacramento dell’ordine, disprezza egli stesso la dottrina del Concilio Vaticano II, conferendo giurisdizione senza il sacramento dell’ordine, si rende inaffidabile. A lui si può allora solo citare il nostro Signore Gesù Cristo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno» (Matteo 23, 2 sgg.).

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Fotografia di Laura Valli

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