In morte di Zanardi / La fede, la vita

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

“credere che in noi c’è una coscienza, un pezzo di Dio che Lui ci ha donato. La fede è sicuramente il bene più prezioso che mi hanno lasciato i miei genitori”. Così rispondeva Alex Zanardi alla domanda su cosa significa avere fede in un’intervista rilasciata nel 2013 e pubblicata sul settimanale “A sua immagine”.

Zanardi è morto il 1° maggio, lo stesso giorno di una delle più grandi leggende dell’automobilismo, Ayrton Senna. Zanardi è stato un campione di automobilismo e, dopo un tragico incidente in Germania nel 2001 e l’amputazione di entrambe le gambe, è diventato anche lui un’icona nello sport inciampando, come amava dire, in una seconda vita. Prima ancora nell’automobilismo, tornando perfino a vincere seppure in categorie minori, e poi nell’handbike, dove ha trionfato ovunque.

L’icona è quindi diventata leggenda, e non per i risultati sportivi ma perché è riuscito a trasformare la disabilità in abilità, la tragedia in opportunità.

Nonostante l’incidente, non ha inveito contro la vita, ritenendo anzi che fosse stata enormemente generosa nei suoi confronti e che “se una specie di bacchetta magica, oltre a cambiare l’esito del mio brutto incidente e a restituirmi gli arti, cancellasse questi ultimi dieci anni, non accetterei. Se non fossi passato attraverso il mio calvario, sarei sicuramente arrabbiato con la vita per mille altre ragioni. E non le sarei, invece, così grato”.

L’ennesimo terribile incidente del 2020, durante una staffetta di beneficenza in handbike, ha segnato la fine della sua carriera sportiva ma non ha spento la sua testimonianza, né cancellato il senso profondo di ciò che è stato e continua, nonostante la morte, a rappresentare, dimostrando ancora una volta con l’esempio che la dignità non dipende dalle condizioni fisiche, che i veri eroi sono quelli che accettano di vivere fino in fondo, senza sconti e senza illusioni.

Un esempio per molti, tanto più in un’epoca che vede l’eutanasia trasformata da tragedia in diritto, da sconfitta in conquista, da resa in atto di libertà. In un tempo in cui la sofferenza viene considerata uno scandalo da sopprimere, Zanardi ci ha insegnato che la libertà non consiste nel decidere quando morire per non soffrire più ma nello scegliere di vivere anche quando tutto suggerirebbe il contrario. Anche perché la vita non vale la pena di essere vissuta perché è perfetta ma perché è un dono che va custodito, anche quando pesa, anche quando ferisce, anche quando sembra incomprensibile. In fondo spesso è proprio quando scopriamo le nostre fragilità, che il mondo rifiuta e che la cultura dominante vorrebbe cancellare, che sentiamo più vicina la presenza di Dio.

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