Una Chiesa diabolica? Il fenomeno sinodale tra denuncia e discernimento

di Giulio Ferri

Negli ultimi giorni, un’intervista pubblicata da LifeSiteNews ha riacceso con forza il dibattito sul cosiddetto “processo sinodale”. Protagonista è il professor William Thomas, ex compagno di seminario di papa Leone XIV, che ha espresso giudizi estremamente duri sull’attuale direzione ecclesiale, arrivando a definire il movimento sinodale «non cattolico» e addirittura «diabolico».

Non si tratta di una voce qualunque. Thomas è presentato come un uomo che conosce personalmente il papa, con una lunga esperienza missionaria e teologica alle spalle. La sua denuncia nasce anche da episodi concreti: tra questi, la partecipazione di gruppi LGBT a eventi giubilari in Vaticano, vissuta da lui come uno scandalo e come un segno di rottura con la tradizione morale della Chiesa.

Tuttavia, proprio per la radicalità del giudizio espresso, la questione non può essere affrontata sul piano emotivo o polemico. Occorre fare ciò che la tradizione cattolica ha sempre fatto nei momenti di crisi: distinguere.

Non tutto ciò che è forte è vero. Ma non tutto ciò che è scomodo è falso.

La parola “sinodalità”, in sé, appartiene alla storia della Chiesa. Indica il camminare insieme, il discernere comunitariamente, il riconoscere che lo Spirito Santo guida il popolo di Dio non solo attraverso la gerarchia, ma anche attraverso la vita concreta dei fedeli. In questo senso, nulla di più cattolico.

Ma le parole non vivono nel vuoto. Cambiano significato a seconda del contesto in cui vengono usate. Ed è proprio qui che nasce il problema.

Secondo Thomas, il termine “sinodalità” sarebbe diventato il contenitore di una trasformazione più profonda, caratterizzata da un linguaggio nuovo — inclusione, diversità, accompagnamento, partecipazione — che, a suo giudizio, non apparterrebbe alla tradizione ecclesiale, ma a un orizzonte culturale differente, influenzato da categorie sociopolitiche moderne e laiciste.

L’accusa è grave. Ma non priva di un nucleo che merita attenzione. Perché il punto decisivo non è la parola “sinodalità”. È ciò che attraverso quella parola si intende realmente.

Se la sinodalità significa ascoltare meglio per annunciare meglio il Vangelo, allora è un arricchimento. Se invece diventa un processo attraverso cui la verità viene ridefinita sulla base del consenso o dell’esperienza, allora siamo davanti a qualcosa di diverso.

La Chiesa non è una democrazia spirituale. Non perché disprezzi la partecipazione, ma perché la verità che custodisce non nasce dal basso.

La verità, nella fede cristiana, è ricevuta attraverso la Scrittura, la Tradizione e il Magistero autentico della Chiesa che l’amministra per la salvezza delle anime. Essa non è costruita da “mani d’uomo”, ma da Dio mediante lo Spirito Santo.

Quando questa distinzione si attenua, il rischio è sottile ma reale: si passa dal discernimento alla negoziazione, dalla ricerca della verità alla gestione delle differenze.

Ed è qui che il linguaggio cambia. Termini come “inclusione” o “diversità” non sono di per sé problematici. Ma quando diventano criteri normativi — quando cioè determinano ciò che è accettabile o meno all’interno della Chiesa — allora entrano in tensione con un altro criterio, che per la fede cristiana è fondamentale: la conformità alla verità rivelata.

Thomas parla di “movimento diabolico”. È un’espressione forte, ma vera. La tradizione cristiana usa la parola “diabolico” in un senso preciso: ciò che divide, ciò che confonde, ciò che separa dalla verità.

Ora, la domanda che dobbiamo porci non è se questa definizione sia appropriata in senso assoluto, ma se esista oggi, all’interno della Chiesa, una dinamica di confusione e quindi potenzialmente diabolica

E qui la risposta non può essere semplicemente negata.

Esiste una crescente difficoltà nel distinguere tra accoglienza e approvazione, tra accompagnamento e legittimazione, tra ascolto e relativizzazione.

Non è necessario usare parole estreme per riconoscerlo. Basta osservare.

Il problema, ancora una volta, non è l’intenzione, ma l’effetto. Quando il linguaggio diventa sistematicamente ambiguo, quando le categorie tradizionali vengono sostituite senza essere chiarite, quando i gesti pastorali sembrano anticipare conclusioni non esplicitate, allora si crea uno spazio in cui la verità appare meno definita, se non tradita.

E una verità meno definita (o tradita) è una verità più fragile.

Thomas denuncia anche un’altra dinamica: la presenza, all’interno del processo sinodale, di figure e correnti fortemente orientate verso una revisione della morale sessuale tradizionale.

Anche qui, al di là dei giudizi personali, il dato è difficilmente ignorabile. Il dibattito su questi temi è oggi centrale nella vita ecclesiale. E proprio per questo richiederebbe un linguaggio più preciso e meno ambiguo.

La questione, in fondo, è sempre la stessa: la Chiesa può cambiare il modo di parlare senza cambiare ciò che dice?

In teoria sì. In pratica, è estremamente difficile. Perché il linguaggio non è un semplice strumento. È il luogo in cui la verità prende forma.

Se le parole cambiano, cambia anche ciò che viene percepito come vero. E qui si comprende, almeno in parte, la radicalità della reazione di Thomas. Non tanto come giudizio definitivo, ma come segnale di una inquietudine reale: la percezione che qualcosa stia scivolando, non attraverso dichiarazioni esplicite, ma attraverso un processo più lento, più sfumato, più difficile da individuare.

Come rispondere a tutto questo?

Non con la negazione. Non con l’esasperazione. Ma con il discernimento.

La Chiesa ha attraversato molte crisi nella sua storia. E ogni volta ha ritrovato sé stessa non semplificando, ma approfondendo. Non scegliendo tra verità e carità, ma tenendole unite.

Forse è proprio questo il punto oggi. Recuperare un linguaggio che sia accogliente senza essere ambiguo, aperto senza essere indeterminato, pastorale senza perdere la precisione teologica

Perché una Chiesa che ascolta è una Chiesa viva. Ma una Chiesa che non distingue più rischia di non sapere più che cosa annunciare.

E alla fine, la domanda decisiva non è se il processo sinodale sia giusto o sbagliato. È un’altra: sta aiutando la Chiesa a dire con più chiarezza chi è Cristo, oppure sta rendendo questa risposta più incerta se non deviante?

Se la risposta si offusca, allora anche il cammino — per quanto partecipato — rischia di perdere la direzione. E una Chiesa senza direzione, prima o poi, smarrisce anche la sua unità.

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