Tutta l’ambiguità sinodale su omosessualità e peccato
Con espressioni equivoche ben nascoste tra le righe di un prolisso rapporto finale di un gruppo di studio, il sinodo ci fa sapere che “il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)” bensì in una “mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione”.
Il Gruppo di studio numero 9 del sinodo sulla sinodalità ha pubblicato il 5 maggio la sua relazione finale, intitolata “Criteri teologici e metodologie sinodali per il discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti”. Nel capitolo “Adottare un approccio sinodale al discernimento: una proposta per l’attuazione nelle Chiese locali”, il documento afferma di basarsi sulle testimonianze dell'”esperienza vissuta” di due persone con attrazione per lo stesso sesso per “favorire la promozione del discernimento pastorale”.
Proprio nel presentare le due testimonianze come “esperienze di bontà” che costituiscono “fasi successive di sviluppo negli individui coinvolti”, il documento rileva la presunta “scoperta da parte del protagonista della prima testimonianza che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)”.
In proposito il documento prende di mira Courage, gruppo cattolico nato per sostenere le persone con attrazione per lo stesso sesso che desiderano vivere in castità e in conformità con l’insegnamento della Chiesa. Citando una testimonianza che parla di “membri problematici” del gruppo, il rapporto definisce condanna l’approccio di Courage perché ha “l’effetto di separare la fede dalla sessualità”.
Più avanti nel testo, il Gruppo di studio presenta il matrimonio come una questione aperta riguardo alle “relazioni” tra persone dello stesso sesso e afferma che le risposte agli interrogativi morali “non possono essere anticipate con formule prestabilite”. Sotto il titolo “Possibili percorsi e interrogativi per il discernimento sinodale”, il gruppo suggerisce che, “ascoltando la Parola di Dio vissuta nella Chiesa”, è “necessario affrontare con parresia la questione, tuttora ricorrente, se si possa parlare di matrimonio in relazione a persone con attrazioni omosessuali”.
Lasciando dunque la questione aperta, il documento si chiede se le “relazioni” omosessuali possano essere considerate equivalenti “all’unione coniugale eterosessuale”, nonostante “l’evidente impossibilità della procreazione”.
“Di conseguenza – si legge –, dobbiamo chiederci come la comunità cristiana sia chiamata a interpretare e ad affrontare le questioni relative agli impegni educativi nei confronti dei bambini nell’ambito della vita familiare, ecclesiale e sociale, in relazione alle unioni di fatto tra credenti dello stesso sesso”.
Il cardinale Mario Grech, segretario generale del sinodo, ha affermato che il rapporto “offre strumenti concreti per affrontare le questioni più difficili senza fuggire dalla complessità: ascoltare le parti interessate, interpretare la realtà e mettere a confronto diverse forme di conoscenza: è il metodo sinodale applicato alle situazioni più complesse”.
Ricordiamo che la Chiesa cattolica insegna che l’attività omosessuale è un peccato mortale e che le inclinazioni omosessuali sono “oggettivamente disordinate”. Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma: “Basandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta gli atti omosessuali come atti di grave depravazione, la tradizione ha sempre dichiarato che gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati”.
La manipolazione del significato di peccato operata dal Gruppo di studio sposta l’attenzione dagli atti morali oggettivi alla disposizione interiore soggettiva, lasciando intendere che se soggettivamente ci si sente in pace con Dio non c’è peccato. Siamo di fronte a un’ulteriore passo contro la teologia morale della Chiesa cattolica.
La concezione cattolica del peccato non è riducibile a una vaga mancanza di fiducia in Dio. Il peccato include certamente una rottura nel rapporto con Dio, ma si esprime concretamente in azioni che violano la legge divina e naturale. La dottrina cattolica distingue chiaramente tra inclinazione e atto.
Il linguaggio del rapporto annulla questa distinzione. Affermando che il problema morale non risieda nella relazione in sé, ma in una carenza di fede, relativizza il contenuto morale oggettivo delle azioni. Così l’insegnamento morale della Chiesa diventa negoziabile.
Il desiderio pastorale di accompagnare le persone non può realizzarsi al prezzo di negare il fondamento dottrinale. L’accompagnamento è tale solo se presuppone chiarezza sulla legge morale, non ambiguità.
Il documento del gruppo di studio è sintomatico del problema metodologico che caratterizza il sinodo. L’approccio sinodale privilegia il dialogo e il consenso, ma la verità in materia di fede e morale non è determinata dall’opinione della maggioranza o dalla narrazione di esperienze soggettive. Quando i documenti enfatizzano “l’ascolto” senza dare uguale importanza ai confini dottrinali, trasmettono di fatto l’idea che l’insegnamento sia soggetto a revisione.
L’inclusione tanto cara alla chiesa sinodale non può avvenire a scapito della verità. Un testo come quello del Gruppo di studio numero 9 non solo apre la porta alla giustificazione del peccato, ma introduce subdolamente l’idea che il concetto stesso di peccato sia da superare, perché ai diritti di Dio vengono anteposti i diritti dell’uomo.
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