Come scegliere un vescovo sinodale. Con scarse possibilità che sia cattolico

Caro Aldo Maria,

il “Rapporto finale della prima parte sulle procedure di selezione dei candidati all’episcopato”  [qui] è l’ennesimo capolavoro della Chiesa sinodale.

La sintesi del documento è presto fatta: per scegliere i nuovi vescovi bisogna ascoltare tutti, tutti, tutti. Tranne, forse, quelli che credono davvero in ciò che un vescovo dovrebbe custodire.

Per carità, non che la selezione dei vescovi come avviene oggi sia un esempio da seguire (“dai frutti li riconoscerete”), ma la proposta di una consultazione pressoché permanente con tanto di questionari, focus group, comitati e sottocomitati appare come l’ennesima burocratizzazione della Chiesa alla ricerca di un consenso democratico più che all’ascolto dello Spirito, seppure evocato di continuo.

L’inizio del documento è incoraggiante, laddove si rammenta che “le qualità che si ricercano nel Vescovo” sono “l’integrità morale, l’ortodossia dottrinale, la sensibilità pastorale, l’attitudine al governo, la capacità di amministrare i beni della Chiesa”.

Subito dopo si aggiunge un’altra qualità: le “competenze sinodali”, intese come “apertura alla complessità, propensione all’innovazione, capacità di adattarsi a nuove situazioni, conoscenza profonda delle culture locali e disponibilità a integrarsi in esse in modo costruttivo”.

Anche i nunzi devono possedere un “profilo sinodale e missionario”, con l’auspicio che i membri del personale diplomatico della Santa Sede possano “accogliere in futuro anche Laiche e Laici” (rigorosamente in maiuscolo)!

Non può mancare, naturalmente, nel processo di discernimento sui candidati da proporre al vescovo di Roma “un metodo sinodale”, caratterizzato, tra l’altro, dalla “conversazione nello Spirito (o da un metodo analogo)”. Sarei curioso di sapere in cosa consista il “metodo analogo”, ma andiamo avanti.

Il vescovo locale è chiamato ad avviare “processi” con cadenza triennale o almeno quinquennale coinvolgendo tutti gli organismi diocesani di partecipazione. Dovrà convocare il Consiglio presbiteriale e il Consiglio pastorale (ciascun membro consegnerà in busta chiusa al vescovo i nomi dei presbiteri giudicati adatti all’episcopato e le relative motivazioni nonché un parere circa il profilo del futuro vescovo) e laddove le circostanze lo consentono, dovrà convocare nell’ordine anche:

“il Capitolo cattedrale”;

“il Consiglio diocesano per gli affari economici”;

“la Consulta dei Laici”;

“le Unioni dei Consacrati e delle Consacrate”;

“Gruppi diocesani che rappresentano istituzionalmente giovani e poveri”, che poi sono spesso formati da anziani e ricchi.

Quando la Chiesa locale diviene vacante o quando la Santa Sede autorizza l’avvio delle procedure per la successione del Vescovo, andrà costituito il Comitato per la provvista della Chiesa locale, “composto da due Presbiteri diocesani eletti dal Consiglio Presbiterale, due Consacrate/Consacrati e due Laiche/Laici eletti dal Consiglio Pastorale Diocesano, ai quali si aggiunge, se c’è, l’Amministratore Diocesano o l’Amministratore Apostolico” con il nunzio che dovrà interagire sia con questo Comitato che con i Vescovi del territorio per attivare “non tanto un processo lineare … quanto un processo circolare”. In effetti di lineare nella Chiesa attuale è rimasto ben poco; tanto vale ammetterlo e affidarsi alla circolarità.

Il nunzio è quindi tenuto a integrare i risultati delle consultazioni compiute in ciascuna diocesi e in ciascuna provincia ecclesiastica con ulteriori consultazioni. E qui emerge la sinodalità in tutto il suo splendore, con la necessità di interpellare non solo chierici ma “una quantità possibilmente equivalente di Consacrate e Consacrati, Laiche e Laici, cercando di scongiurare rischi come il clericalismo, la politicizzazione o la polarizzazione delle posizioni, influenze di tipo familiare, tribale o etnico”.

Non può mancare, allora, la presenza, sempre nell’ordine di:

“un numero adeguato di donne e giovani” (le quote rosa prima di tutto);

“rappresentanti delle Università e Facoltà ecclesiastiche”;

“esponenti delle Aggregazioni ecclesiali”;

“persone cui si riconoscono speciali carismi”;

“poveri ed emarginati” (chissà se sarà necessario esibire il modello 730);

“membri di comunità indigene”

“minoranze etniche/linguistiche”.

Sarà possibile “ascoltare anche persone che rappresentano la società civile e il mondo della cultura, come pure persone che non si professano credenti o che hanno abbandonato la pratica ecclesiale” o attingere informazioni utili da Internet.

Non è dato sapere se sarà possibile ascoltare anche qualche cattolico, ma il riferimento alle minoranze fa ben sperare.

Sono previsti, infine, la somministrazione di “questionari riservati … differenziati per le categorie di persone interpellate” e “colloqui personali riservati con gli informatori”.

Insomma, un “processo circolare” infinito che si avvita su sé stesso, con una tavola rotonda continuamente allargata da cui diventa sempre più difficile vedere il centro, e una selezione che sembra più dettata da esigenze di consenso che pastorali.

A questo punto, anche se bocciato dal recente referendum sui componenti del Csm, mi chiedo se non sia davvero più onesto un bel sorteggione. Non sarà sinodale, non sarà partecipativo, non sarà inclusivo, ma almeno sarebbe chiaro e, paradossalmente, potrebbe perfino lasciare più spazio, per la selezione di un vescovo cattolico, allo Spirito Santo di quanto non faccia questo interminabile meccanismo in cui tutti parlano, tutti partecipano, e nessuno sembra più responsabile.

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