Ostie ai cani. Ecco come ci siamo arrivati. Ma nel rito tradizionale non sarebbe mai successo
di Michela Di Mieri
Caro Aldo Maria,
come sai, sono ormai afona davanti alla desolazione che ci circonda. Il senso di estraneità aumenta ogni giorno che passa e questo mi impedisce di scrivere qualcosa che abbia il valore di un contributo che vada oltre l’amara constatazione, lo sfogo, la lamentazione.
Ma il recente fatto di cronaca svizzero che ci racconta del Corpo di Nostro Signore dato candidamente in pasto ai cani è talmente abissale da chiederti di darmi lo spazio di una riflessione.
Non credo sia necessario ripercorrere il fatto in sé. Tutti siamo a conoscenza di come il sacrilegio si sia consumato.
Vorrei, invece, concentrarmi sul dopo, sulle reazioni, specie da parte del vescovo e del clero locale, e, per estensione, sullo stato in cui versa la Chiesa romana.
È noto che i proprietari dei quadrupedi non sono stati scomunicati, né sottoposti a punizioni canoniche, in quanto non si è ravvisato alcun intento sacrilego.
E io, che non sono nessuno, ma che sono stata dotata dal Buon Dio di un cervello in grado di eseguire ben semplici ragionamenti, aggiungo: e meno male! Vorrei anche vedere!
Sarebbe, infatti, profondamente iniquo che venissero bastonate le pecore per le colpe dei pastori.
I quali farebbero bene se non ad auto-scomunicarsi, quantomeno a battersi il petto fino a farsi male, imputando a loro stessi e a nessun altro il perché e il percome di questo obbrobrio.
Costoro, seguendo un adagio popolare dalla incontestabile veridicità, dovrebbero ben sapere che il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero.
E dunque, a rigor di logica, quali frutti di devozione e consapevolezza possono mai pretendere da parte di fedeli che hanno pasturato essi stessi con uno stillicidio degno dei più pervasivi indottrinamenti da stato totalitario, volto alla desacralizzazione del Santo Sacrificio della Messa e dell’Eucarestia?
Come aspettarsi da noi comuni mortali, strutturalmente bisognosi della forma per comprendere la sostanza, il sacro timore ad Esso dovuto, quando persino le più alte gerarchie trattano il Corpo di Nostro Signore alla stregua di una patatina da trastullare nelle mani?
E, soprattutto, dato che il messaggio passato in modo più o meno surrettizio è che la domenica ci si ritrova per un momento conviviale per auto educarsi al volersi bene universale, ma perché mai, io, padrone del mio prezioso cagnolino, magari la mia unica compagnia nelle assordanti solitudini delle nostre società occidentali contemporanee, magari vecchiotto, malaticcio, in procinto di abbandonarmi definitivamente a una dimensione in cui, letteralmente, non ci sarà neppure un cane ad aspettare il mio rientro, non dovrei farmi venire l’amorevole idea di condividere anche con il mio quadrupede quel pezzettino di pane che poi, sai mai, fa bene anche alla salute? In fondo, non sono qui per una benedizione? E allora, che male ci sarà mai, io la vivo come una benedizione più efficace della semplice acqua.
A casa mia, che non sono teologa o esperta di faccende ecclesiastico pastorali, due più due fa ancora quattro, e, data la causa A, consegue l’effetto B.
Nel comunicato conclusivo sulle indagini del caso, il vescovo di Coira Bonmemain ha ammesso, facendo eco al parroco von Holzen, che il problema di fondo risiede nella mancata comprensione da parte della grandissima parte dei fedeli di cosa sia l’Eucarestia. E dunque, ecco la pronta istituzione di tavole rotonde, assemblee, riunioni, brain storming del team pastorale, comprendente parroco e laici impegnati a vario genere e titolo, per cercare di capire come, dove e quando si sono persi per strada e come recuperare la corretta comunicazione su quel pezzettino tondo di pane azzimo.
Ora, io ben comprendo che sessant’anni di devastazione si frappongono tra la bimillenaria devozione cattolica e la mens moderna che l’ha buttata a mare come un ferrovecchio. E che, dunque, ai chiamati a cavarci fuori i piedi da questo cortocircuito innanzitutto della ragione viene assegnato l’improbo compito di risanare un moribondo senza le dovute medicine né cognizioni mediche appropriate. Perciò, mi permetto di dare un umile consiglio a qualcuno di costoro, o affini, che fossero in lettura di queste mie righe.
Ebbene, periti, esperti, analisti super pastorali di ogni ordine e grado, abbiate contezza che in un contesto di liturgia tradizionale a nessuno verrebbe mai in mente neanche lontanamente di augurare buona salute al proprio amatissimo amico a quattro zampe con il Corpo di Nostro Signore. E come mai? Perché i fedeli sono più acculturati? Hanno partecipato a conferenze e gruppi di lavoro? Hanno maturato una qualche posizione socio-teo-antropologica innovativa? Nulla di tutto questo.
Essi si sono semplicemente lasciati educare, domenica dopo domenica, dalla pedagogia del rito di sempre, che lavora nelle anime anche attraverso le parole e l’esempio dei loro pastori, per cui il sacro è il sacro e il profano è il profano, senza tentazione alcuna di inventarsi improbabili mescoloni.
La Messa è inequivocabilmente il Santo Sacrificio, non una cena in compagnia, al cui cospetto si piegano il capo e le ginocchia; le mani non osano toccare il Santo dei Santi; il silenzio sottolinea l’ineffabilità di un mistero che si può soltanto accettare, schiacciando l’orgoglio di volersene appropriare e manipolare.
Non ci vuole chissà quale studio sottile, chissà quale ennesima trovata geniale delle nostre povere menti, basta girare lo sguardo in questa direzione e semplicemente trarre le logiche conclusioni che i fatti manifestano alla luce del sole.
Capisco bene che per ammettere tutto questo è necessaria una buona dose di coraggio e onestà intellettuale, nonché di una fede che Dio solo sa se ci sia ancora, ma credo che la posta in gioco valga ben lo sforzo. Qui si decide della Fede e del destino delle anime.
O si tornano a nutrire le radici, o l’albero inesorabilmente si schianterà al suolo, provocando orrori talmente inimmaginabili al cui confronto la Comunione ai cagnolini è percepibile come una pia pratica.
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