Verso le consacrazioni della FSSPX il 1° luglio a Ecône / Lo stato di necessità e il caso del cardinale Slipyj (1977)
di padre Joseph d’Avallon
Le consacrazioni episcopali compiute senza mandato pontificio sono, di per sé, necessariamente scismatiche? Le consacrazioni realizzate dal cardinale ucraino Josyf Slipyj nel 1977, senza che alcuna sanzione sia stata infine inflitta contro di lui, costituiscono a questo riguardo un precedente particolarmente significativo.
Allo stesso modo dei cardinali Jozsef Mindszenty (arrestato in Ungheria il 26 dicembre 1948 e condannato alla prigione a vita il 5 febbraio 1949), Stefan Wyszynski (arrestato in Polonia il 25 settembre 1953 e imprigionato per tre anni) e Alojzije Stepinac (imprigionato in Croazia per la seconda volta il 18 settembre 1946 e condannato a sedici anni di lavori forzati), il cardinale Josyf Slipyj fu arrestato l’11 aprile 1945 in Ucraina e condannato una prima volta a otto anni di lavori forzati, una seconda nel 1953 a cinque anni in Siberia, nel 1958 a quattro anni e subì la sua ultima condanna nel 1962. Ecco quattro principi della Chiesa che sono vittime eroiche del comunismo.
Desideriamo evocare qui la figura del cardinale Slipyj, la cui esistenza ci pare essere del più alto interesse non soltanto in ragione del suo ruolo contro il totalitarismo rosso, ma anche a causa della sua opposizione all’«Ostpolitik» del Vaticano, senza dubbio esplicativa delle consacrazioni episcopali compiute senza mandato pontificale alle quali egli procedette il 2 aprile 1977.
Il confessore della fede
Josyf Slipyj nacque il 17 febbraio 1892 a Zazdrist, in Ucraina occidentale. Fin dalla sua infanzia brillò per il suo spiccato gusto per il lavoro intellettuale e per la sua pietà. Dopo aver completato le classi primarie e secondarie a Ternopil, iniziò gli studi di filosofia all’Università di Lviv (Leopoli). Successivamente si recò a Innsbruck, in Austria, per ricevere un’istruzione più approfondita.
Entrò poi in seminario e fu ordinato sacerdote il 30 settembre 1917. Fu allora che si recò a Roma per proseguire altri studi. Ritornò nel 1922 come professore di teologia dogmatica al seminario di Lviv, del quale fu nominato rettore nel 1925. In seguito fu designato anche rettore dell’Accademia teologica di Lviv, incarico che mantenne fino al 1944. Nel corso di questi anni scrisse e pubblicò in ambiti vari come la teologia, la filosofia, la liturgia, la letteratura, la storia e l’arte.
Mentre il clero ortodosso è stato e rimane spesso prevenuto contro la scolastica, non è così per il clero greco-cattolico ucraino. Josyf Slipyj la tiene in grande stima ed esprime in particolare un’ammirazione senza limiti per san Tommaso d’Aquino (1).
È presto apprezzato per i suoi doni straordinari da monsignor Sheptytsky, metropolita di Lviv. Questi è egli stesso una personalità eccezionale che godrà di tutta la fiducia dei papi e, in particolare, di san Pio X, il quale gli ridarà esplicitamente la possibilità di consacrare vescovi senza riferirne a Roma. Un privilegio che irrita notevolmente la Curia.
Nel novembre 1939 il metropolita Sheptytsky chiede a papa Pio XII di nominarlo suo coadiutore, cioè con diritto di successione. Così, il 22 dicembre 1939, Josyf Slipyj è segretamente consacrato. È senza dubbio presagendo il suo futuro che il nuovo arcivescovo sceglie come motto «Per aspera ad astra» (attraverso le prove verso le stelle).
In questo stesso periodo l’Ucraina occidentale è annessa dall’Urss. La persecuzione inizia. Decine di sacerdoti sono assassinati, imprigionati o deportati. Il metropolita Sheptytsky muore il 1° novembre 1944 e Josyf Slipyj assume al suo posto questa pesante responsabilità in un periodo terribilmente difficile che manifesterà la sua anima eroica. Fisicamente è un uomo di grande forza; sul piano intellettuale è un lavoratore instancabile, come attestano le sue opera omnia in diciotto volumi. Ma è ora che inizia il periodo in cui si rivelerà la sua straordinaria statura spirituale e morale.
L’arresto: diciotto anni di lavori forzati
Nel dicembre 1944 il nuovo metropolita tenterà di far legalizzare la Chiesa cattolica ucraina da parte del governo sovietico. Il Cremlino si dichiara pronto, ma alla condizione che il cardinale Slipyj si impegni a «persuadere gli insorti ucraini ad abbandonare la loro lotta per l’indipendenza nazionale» (2).
Ma il prelato si rifiuta e inizia allora una terribile persecuzione. È arrestato l’11 aprile 1945 con tutti i vescovi d’Ucraina. «I sacerdoti imprigionati avevano la scelta tra il ralliement all’ortodossia russa o la condanna come agenti del fascismo» (3).
I comunisti condussero Slipyj a Kiev e «gli chiesero di separarsi dal Papa, offrendogli come ricompensa di riconoscerlo come metropolita di Kiev nella chiesa ortodossa russa» (4).
Ma egli rimase fermo come tutti gli altri vescovi e fu allora condannato ai suoi primi otto anni di prigione e lavori forzati. La metà del clero ucraino fu imprigionata e le diocesi, le scuole e le case religiose furono soppresse. Questa prima pena fu seguita da una seconda di cinque anni in Siberia, poi da una terza. Nel 1962 «il KGB fece un ultimo tentativo per corrompere l’uomo di Dio con l’esca dell’ortodossia. Gli offrirono il patriarcato di Mosca (5). Egli tenne duro come il suo Maestro nel deserto» (6).
E iniziò allora per lui la sua quarta pena nel campo più temuto dai prigionieri, quello di Mordovia, «da cui non si esce vivi». Ma Giovanni XXIII ottenne allora la sua liberazione nelle circostanze che vedremo. Precisiamo che il cardinale Slipyj fu, con monsignor Hopko, vescovo ausiliare di Presov, l’unico di tutti i vescovi ucraini che sopravvisse ai suoi anni di gulag.
Josyf Slipyj, pedina e vittima dell’Ostpolitik
Monsignor Lefebvre ha elogiato il libro «Mosca e il Vaticano» di Ulisse Floridi. (7) L’autore ha dimostrato, con l’ausilio di documenti, quanto i cattolici perseguitati nei paesi comunisti siano stati vergognosamente abbandonati dal Vaticano, impegnato a perseguire la sua «Ostpolitik». Questo autore italiano ha intitolato la prima parte del suo libro «Dal monologo al dialogo». In essa egli evidenzia la rottura di pensiero e di atteggiamento di papa Giovanni XXIII rispetto ai suoi predecessori. Nelle encicliche «Mater et Magistra» (1961) e «Pacem in terris» (1963) vengono abbozzate nuove linee di cooperazione e di dialogo. Il Vaticano punta ormai su relazioni diplomatiche con i paesi il cui regime era stato definito intrinsecamente perverso da Pio XI. Il nuovo ecumenismo promosso dal Concilio Vaticano II giunge al momento opportuno per avviare un dialogo, in particolare con il patriarcato ortodosso di Mosca, completamente asservito al Cremlino.
È in questo contesto che il Vaticano negozia con il regime comunista russo la presenza di osservatori ortodossi al Concilio. Le trattative che ebbero luogo per ottenere questa presenza sono ormai ben note e si sa quale fu il prezzo da pagare: la mancata condanna del comunismo da parte del Concilio. Il cardinale Tisserand, artefice di questo tradimento, veglierà efficacemente sul rispetto di questa condizione durante il Concilio. Una petizione firmata da quattrocento padri conciliari che chiedeva la condanna del comunismo finì smarrita in un cassetto di monsignor Glorieux, mentre tracce di un pensiero filo-comunista saranno rilevabili in più di un intervento persino nell’aula conciliare. (8) Fu così che il cardinale Alfrink affermò il 6 novembre 1964 davanti a tutti i padri conciliari che «il dialogo con il comunismo può essere vantaggioso» (9).
Al Concilio sono tuttavia presenti diversi vescovi dell’Est, confessori ed eroi della fede, che hanno conosciuto le prigioni comuniste, i lavori forzati, la tortura rossa e i massacri di sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli. Le loro proteste si fanno sentire sotto la cupola di San Pietro, in particolare in occasione del «Messaggio al mondo» redatto durante la prima sessione, messaggio il cui irenismo fu salutato dalla stampa sovietica. D’altra parte, quindici vescovi cattolici di rito orientale in esilio, gli uniati (10), che con l’unione di Brest-Litovsk del 1596 avevano giurato fedeltà a Roma, rifiutarono di associarsi al messaggio perché esso non rifletteva la drammatica situazione imposta dal comunismo alla Chiesa nei paesi dell’Est. Il 23 novembre, diffusero il testo di una dichiarazione in cui richiamavano l’attenzione del mondo sull’assenza al Concilio del loro metropolita Josyf Slipyj, deportato in Siberia da più di diciassette anni, l’unico sopravvissuto degli undici vescovi ucraini (11) mandati al gulag, mentre al Concilio partecipavano due osservatori del patriarcato di Mosca (…). (12)
Si comprende che Giovanni XXIII abbia sentito il bisogno di dimostrare l’efficacia della sua «Ostpolitik». La ricerca della liberazione del cardinale Josyf Slipyj trova posto in questo piano. Floridi racconta che Krusciov vi fu inizialmente ostile, temendo la potente denuncia che il vescovo ucraino avrebbe potuto fare del gulag. Ma alla fine, all’inizio di gennaio del 1963, diede il suo consenso. Slipyj sospettò molto probabilmente un accordo in malafede. Questo è senza dubbio il senso della domanda che pose al rappresentante pontificio venuto a prenderlo: «Devo partire o posso partire?». Partì, per obbedienza, solo in ragione della risposta che gli fu data: «È volontà del Santo Padre che lei parta» (13). I dettagli delle trattative tra Krusciov e Giovanni XXIII sono stati raccontati dal mediatore ufficioso della liberazione del cardinale Slipyj, Norman Cousin, giornalista americano. Ne troviamo la narrazione nella biografia che Paul Dreyfus ha dedicato a Giovanni XXIII e vi apprendiamo dell’assenso del Vaticano alle richieste del governo sovietico, in particolare all’impegno che Slipyj non tornasse mai più in Ucraina (14).
I presentimenti del metropolita erano, purtroppo, fin troppo fondati. Questo eroe della fede, reduce da diciassette anni di lavori forzati, fu accolto in Vaticano in un’atmosfera di indifferenza e di silenzio forzato. Il presidente italiano della Camera dei deputati Andreotti si rammaricò del suo arrivo, quasi in incognito a Roma: «Quando siete arrivato qui, siete stato accolto da noi, cattolici di Roma, in uno strano silenzio. Il nostro mondo è strano. Un mondo in cui si ha paura di onorare i perseguitati per timore che il persecutore sia spinto a causare ancora più male che mai. Avremmo voluto accogliervi con la stessa esplosione di gioia con cui i cristiani di Roma accolsero san Pietro quando fu liberato». Il cardinale Slipyj citò nel suo testamento questo estratto del discorso del 28 settembre 1969 del politico italiano (15).
Apparve immediatamente che i negoziati con il governo comunista includevano il divieto di ritorno di Slipyj in Ucraina e il suo silenzio sulle sue prigioni. Slipyj era in Vaticano, prigioniero del Vaticano e, come testimonieranno molti dei suoi discorsi e, soprattutto, il suo testamento, soffrì ben più delle catene morali che vi trovò che di quelle che lo avevano circondato nell’inferno comunista (16).
Citiamo qui questo significativo passaggio del suo grandioso testamento: «Negli anni ’70, la sede apostolica a Roma, sotto l’influenza e il dominio dei responsabili della Curia romana, forse anche con buone intenzioni, ha adottato una certa linea politica che ha inferto un colpo molto doloroso alla nostra Chiesa in Ucraina, e ancor più alla parte della nostra Chiesa e del nostro popolo che si è ritrovata nel mondo libero. L’intero mondo cristiano è testimone del fatto che i costanti avvertimenti e le umili argomentazioni che abbiamo presentato a papa Paolo VI non sono stati presi in considerazione. Così, oggi, mentre sono noti i documenti segreti riguardanti i contatti tra la Santa Sede a Roma e il Patriarcato di Mosca, documenti che, per loro stessa natura, pronunciano la sentenza di morte della Chiesa ucraina e che colpiscono in modo umiliante l’intera Chiesa ecumenica di Cristo, guidata dal successore dell’Apostolo San Pietro (…)» (17).
Il grande vescovo ucraino capiva che, al di là persino dell’acquisto del suo silenzio e del suo esilio a Roma, ciò che Krusciov aveva preteso era, in Ucraina, la fine della Chiesa greco-cattolica ucraina, l’obbligo imposto ai cattolici ucraini di entrare nella Chiesa ortodossa russa. Tale era già stato l’appello del patriarca di Mosca, Alessio, agli ucraini: «Liberatevi! Spezzate le catene che vi legano al Vaticano, i cui errori vi trascinano fuori dalla retta via, verso le tenebre e la decadenza spirituale (…). Affrettatevi a tornare tra le braccia della vostra vera madre: la Chiesa ortodossa russa». (18)
Ma il combattente che era Slipyj non poteva rassegnarsi, non riuscì a rassegnarsi, alla rassegnazione che il Vaticano voleva imporgli. L’amore per il suo popolo, il pensiero di tutti coloro che, laggiù, soffrivano e morivano, la sua acuta consapevolezza di incarnare per il suo popolo l’ultima speranza che gli restava, la sua indomabile energia, tutto lo spinse a mettere al servizio del cattolicesimo ucraino il tempo della sua reclusione forzata in Vaticano.
E la grande e antica idea di Slipyj, quella che gli stava più a cuore, era la creazione di un patriarcato per la Chiesa ucraina, un patriarcato che riunisse sia gli uniati dell’Ucraina che quelli della diaspora. Questo fu l’oggetto del suo primo intervento al Concilio, l’11 ottobre 1963. Spiegò nell’aula conciliare perché la creazione di un patriarcato ucraino fosse la condizione per la salvaguardia dell’unità e dell’esistenza stessa della Chiesa cattolica ucraina. La sua richiesta fu accolta dall’acclamazione dei padri conciliari.
Il cardinale ucraino non poteva essere ottimista almeno su questo punto? Infatti, il Concilio, nel suo decreto «Orientalium ecclesiarum», si sarebbe mostrato generoso sui diritti delle Chiese d’Oriente, le avrebbe esortate a tornare alle loro tradizioni ancestrali (19) e si sarebbe dichiarato aperto alla creazione di nuovi patriarcati (20).
È abbastanza facile comprendere l’immenso peso che una tale decisione avrebbe avuto per sostenere e fortificare la popolazione ucraina fedele, quella delle catacombe, come quella della diaspora.
Il metropolita ucraino non si sbagliava certo nel chiedere la creazione di questo patriarcato. Nessun segno da parte di Roma avrebbe potuto esprimere meglio ai cattolici ucraini la protezione e la sollecitudine del Papa nei loro confronti. E nessuno, meglio del cardinale Slipyj, sarebbe stato in grado di esserne il primo patriarca, coronato com’era dai suoi anni di coraggio e martirio. Ma, come si capirà facilmente, nessuna decisione avrebbe potuto provocare maggiormente l’ira dei bolscevichi. Prigioniero della sua malvagia Ostpolitik, come avrebbe potuto papa Paolo VI accettare una simile proposta?
Si assistette allora a un tragico duello tra il cardinale ucraino che lottava per la sopravvivenza di un popolo e di una Chiesa che avevano riposto in lui tutte le loro speranze e un papa che respingeva ostinatamente le sue suppliche per non dispiacere all’orco ateo. Non possiamo ripercorrere tutti gli episodi di questo dialogo diventato pubblico, e che non avrebbe mai avuto esito. Citiamo tuttavia l’intervento del cardinale Slipyj al Sinodo mondiale dei vescovi cattolici tenutosi a Roma nell’ottobre 1971. Alla presenza del papa regnante, egli accusò l’inerzia di Roma: «(…) i sei milioni di fedeli ucraini che hanno subito la persecuzione religiosa sono stati trascurati. Quando il patriarca moscovita Pimen, in un sinodo elettivo, dichiarò che l’unione di Brest-Litovsk era denunciata, nessuno dei delegati del Vaticano presenti protestò. La proposta al Concilio Vaticano II di istituire un patriarcato ucraino non fu accolta (…). Tre delle nostre diocesi in Polonia sono rimaste senza vescovo per trent’anni. Non è stato nemmeno nominato un vescovo ausiliare (…)» (21).
L’elenco delle lamentele era lungo e schiacciante. Nel 1972, l’associazione sacerdotale di Sant’Andrea, favorevole al cardinale Slipyj, scriveva a Paolo VI: «Come possiamo noi, sacerdoti, spiegare ai nostri parrocchiani che il Vaticano trascura tutti i diritti della nostra Chiesa e le nega la possibilità di amministrarsi da sola? (…) Non possiamo continuare a tacere, quando il Vaticano, non solo non difende la nostra Chiesa in Ucraina, ma, secondo i desideri di Mosca, avvia una politica nei confronti della Chiesa cattolica ucraina nel mondo libero che può portare alla totale soppressione della nostra Chiesa. In questo modo il Vaticano raggiungerebbe l’obiettivo che né i tiranni di Russia, né i comunisti moscoviti erano mai riusciti a raggiungere» (22). Non si può che comprendere e condividere l’indignazione di questi sacerdoti. Si noterà il riferimento a queste tre diocesi polacche della diaspora ucraina. Un’altra diocesi, quella di Priasiv, in Cecoslovacchia (23), è anch’essa menzionata come perduta per il rito ucraino. Quanti vescovi mancano in realtà crudelmente ai loro fedeli e non vengono sostituiti per non nuocere all’Ostpolitik… I fatti sono questi: rifiuto del patriarcato e consacrazioni episcopali proibite… Sarà questa la fine della Chiesa ucraina? Cancellata ufficialmente dalla mappa dal potere comunista nel 1946, dovrà ora scomparire anche dalla clandestinità a causa di Roma? Sono morti invano tutti questi cattolici ucraini, fedeli, religiosi, religiose, sacerdoti, vescovi, torturati nei gulag?
Dal patriarcato alle consacrazioni episcopali del 2 aprile 1977
Nel 1975 il cardinale Slipyj aveva 83 anni. Sembra che sia stato proprio in quell’anno che aggiunse per la prima volta il titolo di «patriarca» alla sua firma in calce alla lettera pastorale di Pasqua. Ma Paolo VI non aveva nominato Slipyj patriarca e non voleva conferirgli questo titolo. Glielo aveva detto e ridetto, scritto e riscritto. Lo aveva del resto nominato arcivescovo maggiore già il 23 dicembre 1963… Ma non patriarca! Cosa spinse dunque l’esemplare prelato a questa apparente disobbedienza? Senza dubbio, la voce unanime del suo popolo che lo salutava e lo acclamava con quel titolo… E ancora di più, i vescovi che si univano ai laici per rivolgersi a lui con la formula «Vostra Beatitudine, nostro patriarca». Senza contare le parole degli studiosi che sottolineavano che «i patriarchi sono stati promossi dal basso e non istituiti da alcun decreto proveniente dall’alto, come un decreto di un concilio ecumenico o del papa. L’origine dei patriarchi va ricercata in un diritto prescrittivo o nell’uso, semplicemente ratificato dal concilio o riconosciuto dai papi» (24). Floridi afferma, dal canto suo, che «nel chiedere il riconoscimento di questo patriarcato, il cardinale non chiedeva alcun privilegio, ma l’adempimento delle promesse fatte da Roma alla sua Chiesa in occasione dell’unione di Brest-Litovsk» (25).
Questo autore osserva ancora con profondità profetica: «Il documento [la lettera pastorale di Pasqua del 1975] controfirmato dai rappresentanti dell’episcopato ucraino segnava per la sua Chiesa l’inizio di una nuova era» (26). Paolo VI ricordò allora al cardinale il 5 maggio 1975 e per iscritto il 24 maggio che «almeno per il momento», non intendeva riconoscere il patriarcato. Ma le acclamazioni per «il Patriarca Giuseppe I di Galizia e Kiev» continuarono a risuonare durante le cerimonie solenni celebrate per il vescovo ucraino fino alla basilica di San Pietro. E l’eroe del gulag, il figlio obbediente della Chiesa, continuerà tuttavia a fregiarsi di questo titolo.
Il conflitto ormai aperto tra Paolo VI e il prelato ucraino del gulag non cesserà, come dimostra un discorso del Papa del 13 dicembre 1976 al cardinale Slipyj e ad altri sei vescovi ucraini. Paolo VI evoca il malessere dei cattolici ucraini di fronte al suo rifiuto di concedere il patriarcato richiesto dal loro metropolita e ardentemente desiderato da tutto il loro popolo. Per giustificare la sua posizione, egli avanza la formula vaga, insoddisfacente e al tempo stesso terribilmente eloquente secondo cui «circostanze indipendenti da questa Sede Apostolica impediscono davvero di accogliere una richiesta più volte presentata» (27).
Tutti coloro che lo conoscevano, amici come nemici, sapevano che, per spiegare la condotta del cardinale Slipyj, se c’era un motivo da escludere, era proprio quello dell’ambizione. Del resto, che cosa avrebbe avuto da guadagnarci? La sua gloria era di un altro ordine, immensa e definitiva davanti alla Chiesa: quella di un confessore della fede e di un martire. Aveva piuttosto, secondo i canoni umani, tutto da perdere, essendo trattato a 83 anni come un disobbediente e un ribelle.
No, ipotizziamo che il cardinale Slipyj abbia finito per acconsentire ad apporre quel titolo alla sua firma e a lasciarsi acclamare in tal modo per manifestare al suo popolo che, nonostante il rifiuto di Paolo VI, sarebbe stato per il suo amato popolo quel patriarca e avrebbe agito in tale veste per la sopravvivenza della Chiesa ucraina. E che, in qualità di patriarca, avrebbe potuto confermare i vescovi che avrebbe scelto (28). Era la garanzia che dava ai cattolici ucraini della sua determinazione ad andare fino in fondo in tutto ciò che avrebbe potuto fare per loro. Ed è questo che lo portò a entrare in opposizione con il successore di Pietro. Werenfried ci dice che «la polemica sul patriarcato fu la sofferenza più amara del suo esilio». Avrebbe firmato il suo testamento come “l’umile Josyf, patriarca e cardinale”, ma non fu mai riconosciuto come tale per ragioni che egli giudicava troppo umane e indegne» (29).
In questa prospettiva, come avrebbe potuto Slipyj non essere innanzitutto preoccupato per la grave carenza di vescovi ucraini in Ucraina e in tutte le regioni della diaspora ucraina situate dietro la cortina di ferro? Meglio di chiunque altro conosceva la situazione. Sapeva bene che, sebbene la persecuzione fosse diminuita dopo il 1956, quando fu liberata la maggior parte dei greco-cattolici arrestati, tutti i vescovi erano rimasti in prigione (30). Aveva inoltre familiarità, sotto Pio XII, con le consacrazioni episcopali clandestine, volute, richieste e approvate dal Papa. Poco prima di lasciare l’Urss, consacrò ancora nella sua camera d’albergo monsignor Vasyl Velychkovsky.
Questo ci porta, salvo prova contraria, a comprendere la decisione presa dal cardinale Slipyj riguardo alle consacrazioni episcopali clandestine del 2 aprile 1977.
Le consacrazioni episcopali del 2 aprile 1977
Il 2 aprile 1977 il cardinale Slipyj conferì la consacrazione episcopale (31) in clandestinità a tre sacerdoti: Ivan Choma, Liubomyr Husar e Stean Lzmil. Le consacrazioni ebbero luogo senza autorizzazione pontificia nel monastero studita di Grottaferrata, vicino a Castel Gandolfo. Esse si svolsero in un clima di segretezza che fu facilitato dal fatto che uno dei tre sacerdoti consacrati, Liubomyr Husar, era diventato nel 1974 l’egumeno del monastero studita di San Teodoro, dove dovevano avvenire le consacrazioni.
Monsignor Husar racconterà: «Fu una cerimonia molto semplice, quasi silenziosa, nella cappella del monastero. Il cardinale era molto solenne. Ci disse che non dovevamo indossare le insegne episcopali in pubblico, che eravamo vescovi per il futuro, per il momento in cui l’Ucraina sarebbe stata libera. Ci ha consacrati non per gli onori, ma per garantire la successione».
Ovviamente, tali circostanze richiedono a loro volta una spiegazione: come ha potuto il cardinale Slipyj arrivare a consacrare dei vescovi senza il consenso del Papa, pur risiedendo in Vaticano e avendo la possibilità di chiederglielo? (32)
È ragionevole pensare che il cardinale Slipyj abbia agito in questo modo solo per due ragioni congiunte. La prima è che si sentiva spinto da una necessità molto grave e la seconda che non avrebbe ottenuto da Paolo VI l’autorizzazione per queste consacrazioni che aveva in mente e/o che non era tenuto a chiedergliela.
La necessità era quella della situazione della sua Chiesa ucraina. Ne era il patriarca, se non di diritto, almeno di fatto. Alla sua età (85 anni), si preoccupa del futuro della sua Chiesa. Affinché questa Chiesa continui, ci vogliono vescovi. Ma i vescovi ucraini sono morti, imprigionati, esiliati o perseguitati. Ci vogliono vescovi, vescovi affidabili. Slipyj conosce coloro ai quali vuole conferire l’episcopato. Ma i loro nomi, sottoposti al giudizio di Paolo VI, sarebbero stati approvati? Cosa temeva Slipyj? Che gli venisse vietata qualsiasi consacrazione episcopale o quella di quei tre che considerava figli spirituali del suo spirito e della sua tempra? Non lo sappiamo, ma constatiamo che non ha corso il rischio di subire un rifiuto.
3) Riguardo alla validità delle consacrazioni del cardinale Slipyj
Secondo il Codice del 1983, la consacrazione di un vescovo senza mandato pontificio comporta per il vescovo consacrante e per i sacerdoti consacrati una scomunica latæ sententiæ (33). Tuttavia, le consacrazioni hanno avuto luogo prima della pubblicazione del Codice del 1983 e il Codice del 1917 rimane ancora in vigore. Ora, secondo il Codice del 1917, la pena per una tale consacrazione comporta per questo motivo solo la suspens a divinis (34). Ma, in realtà, anche se il Codice del 1983 non era ancora stato pubblicato, Pio XII aveva inasprito la pena per questo delitto in occasione delle consacrazioni episcopali nella Chiesa patriottica cinese già nel 1951 (35). Il cardinale Slipyj non avrebbe quindi dovuto essere scomunicato?
Non lo fu, mentre la divulgazione di queste consacrazioni non tardò ad arrivare, poiché uno dei tre vescovi, Stefan Czmil, morì il 22 gennaio 1978. Il cardinale Slipyj lo fece rivestire dei suoi paramenti episcopali per i funerali. Il giorno dopo la sua morte, la sua consacrazione segreta fu rivelata. Perché allora il prelato consacrante e i sacerdoti consacrati vescovi non furono scomunicati alla rivelazione di questo atto che, per il cardinale Slipyj, si aggiungeva all’usurpazione del suo titolo di patriarca? Proponiamo alcune spiegazioni canoniche.
Il metropolita Slipyj era cardinale. Ma il canone 2227§2 del Codice del 1917 dice che «a meno che non siano espressamente nominati, i cardinali non sono compresi in nessuna legge penale (…)». Ora, il canone 2370 che sanziona la consacrazione episcopale senza mandato pontificio non menziona espressamente i cardinali come soggetti a tale canone. Pertanto, i cardinali potrebbero canonicamente procedere a consacrazioni episcopali senza mandato pontificio e senza incorrere in sanzioni (36). Tuttavia, ciò non vale più nel Codice del 1983, dove non si trova l’equivalente del canone 2227§2. A nostra conoscenza, nel 1977, il canone 2227§2 manteneva tuttavia ancora forza di legge.
Senza dubbio, colui che d’ora in poi apponeva al proprio nome il titolo di patriarca poteva forse ritenere di godere del diritto patriarcale di istituzione canonica dei vescovi. Lo si può dedurre dalla lettura di questo passaggio di una lettera che scrisse a Paolo VI dopo quelle consacrazioni, non per scusarsene ma per legittimarle: «Santità, in quanto patriarca e successore dell’apostolo Andrea, non posso lasciare che la mia Chiesa muoia senza successori legittimi. Le persecuzioni sovietiche e le esitazioni della Curia mi obbligano ad agire per la sopravvivenza della fede ucraina. Se Roma oggi non capisce, che lo faccia il suo successore domani». E nelle sue memorie ha scritto: «Ho agito con umiltà filiale, ma con carità. La Chiesa ucraina, perseguitata da trent’anni, merita la sua gerarchia. Paolo VI, uomo santo, tollerava le mie lamentele, ma la politica aveva la precedenza. Queste ordinazioni sono un grido per l’autonomia orientale».
Queste parole sono decisive. Sua Beatitudine Slipyj non esita, nella stessa lettera che scrive a Paolo VI, a presentarsi a lui come patriarca. È a questo titolo che ha agito «per la sopravvivenza della fede ucraina». E dobbiamo ricordare qui che, sebbene sia molto utile fare riferimento ai canoni della Chiesa latina per valutare la questione delle consacrazioni episcopali del 2 aprile 1977, dobbiamo tenere presente che, secondo il canone 1 del Codice del 1917, «sebbene esso faccia spesso riferimento alla disciplina della Chiesa orientale, il Codice disciplina tuttavia solo la Chiesa latina e non vincola la Chiesa d’Oriente, a meno che non si tratti di disposizioni che la riguardano per loro stessa natura» (37).
Ora, tra le Chiese orientali uniate, si trova la Chiesa di rito ucraino. La questione che si pone è quindi se le disposizioni canoniche in vigore nella Chiesa latina in materia di consacrazioni episcopali valgano anche per le Chiese orientali. Noi non lo riteniamo, all’esame dell’elenco delle eccezioni che Naz enumera nel suo «Trattato di diritto canonico», «eccezioni fondate sulla natura delle cose» (38) e «in virtù delle quali le Chiese d’Oriente sono vincolate da quelle leggi della Chiesa latina». Tuttavia, è vero che la situazione degli orientali che si trovano fuori dal proprio territorio, come quella del cardinale Slipyj presente in Italia per queste consacrazioni episcopali, è di per sé particolare.
Non ci si può davvero riferire al «Codex canonum Ecclesiarum Orientalium» (CCEO) poiché questo Codice, che è la raccolta di diritto canonico specifica per le Chiese cattoliche orientali, è in vigore solo dal 1° ottobre 1991. Tuttavia, ci offre certamente un’idea attendibile della legislazione precedente. Ora, in particolare al canone 745 si legge che «l’ordinazione episcopale è riservata per diritto al Pontefice romano, al Patriarca o al Metropolita, in modo tale che a nessun vescovo è permesso ordinare qualcuno vescovo, a meno che non sia prima accertata l’esistenza di un mandato legittimo».
Nel canone 1459 si legge che «i vescovi che amministrano l’ordinazione episcopale a qualcuno senza il mandato dell’autorità competente, e chi da essi ottiene in tal modo l’ordinazione, saranno puniti con la scomunica maggiore».
Al canone 86 §2 che «il diritto stesso conferisce al Patriarca la facoltà di ordinare e intronizzare i Metropoliti e tutti gli altri vescovi della Chiesa alla cui guida egli è posto, che sono istituiti dal Pontefice romano al di fuori dei limiti del territorio di quella stessa Chiesa, salvo diversa disposizione espressa in un caso speciale». Il paragrafo 3 dello stesso canone precisa che «la sede apostolica sarà informata al più presto dell’ordinazione episcopale e dell’intronizzazione». Per quanto riguarda il canone 152, esso precisa che tutto ciò che il diritto comune dice dei patriarchi vale anche per gli arcivescovi maggiori «a meno che non sia espressamente stabilita un’altra disposizione dal diritto comune o non risulti dalla natura delle cose».
Riteniamo che questi canoni ci diano una buona idea delle disposizioni canoniche già esistenti prima della pubblicazione del Codice, e quindi nel 1977. È inoltre opportuno citare questo estratto dalle «Memorie» del cardinale Slipyj. Egli fa riferimento a san Pio X e ai poteri che quel papa aveva conferito al suo predecessore, il metropolita Szeptyckyj: «Roma non capisce che la nostra Chiesa è una Chiesa martire che non può attendere le decisioni amministrative di una Curia che ignora le nostre realtà. Ho agito in virtù dei poteri che il metropolita André [Szeptyckyj] aveva ricevuto da Papa Pio X, poteri che non sono mai stati revocati per una Chiesa in situazione di persecuzione totale.» (39) Questa riflessione è ovviamente fondamentale per sintetizzare lo stato d’animo dell’eroe ucraino quando procedette a queste consacrazioni.
Ma, se ha agito solo in virtù di questi poteri, qual è stata la causa del malcontento della Curia? Perché si è dovuto attendere il 1992 affinché i due vescovi sopravvissuti fossero ufficialmente riconosciuti come vescovi? Riteniamo che questi poteri conferiti da san Pio X, considerati secondo la lettera ma non secondo lo spirito, fossero stati concessi a beneficio dei metropoliti ucraini che cercavano, nei territori in cui imperversava la persecuzione, di assicurare la trasmissione episcopale. Ma il cardinale Slipyj non si trovava proprio in Ucraina e poteva rivolgersi fisicamente a Paolo VI. Il Codice delle Chiese Orientali dirà del resto al canone 78§2 che «il potere del Patriarca può essere validamente esercitato solo nei limiti del territorio della Chiesa patriarcale, a meno che non risulti diversamente dalla natura della cosa o dal diritto comune o dal diritto particolare approvato dal Pontefice romano» E questa disposizione canonica esisteva certamente già prima della promulgazione di questo Codice.
La difficoltà risiedeva nel fatto che Paolo VI non era disposto, a causa della sua politica nei confronti di Mosca, a concedere l’autorizzazione a consacrare vescovi per diocesi situate oltre la cortina di ferro. Una tale decisione avrebbe posto fine alla sua «Ostpolitik». E, tanto meno, avrebbe aderito a quello che era senza dubbio il ragionamento del cardinale Slipyj: consacrare vescovi in segreto per entrare clandestinamente nelle terre della persecuzione al fine di ravvivare la vita sacramentale: ordinazioni al sacerdozio e all’episcopato. Non lo voleva!
E qui si arriva alla questione cruciale: il metropolita maggiore Slipyj ha realmente consacrato tre vescovi, il 2 aprile 1977, contro la volontà nota a lui di papa Paolo VI di procedere a consacrazioni episcopali per la Chiesa ucraina perseguitata e privata dei suoi vescovi.
Certo, non ha agito contro il consenso esplicito del Papa, poiché non ha nemmeno tentato di chiedergli l’autorizzazione per queste consacrazioni. Ma se non l’ha chiesta, è perché sapeva che non avrebbe ricevuto tale autorizzazione. Altrimenti, perché consacrare in segreto? Ha quindi consacrato con la convinzione interiore del rifiuto che il Papa avrebbe opposto a queste consacrazioni compiute quasi sotto il suo naso. Si tratta quindi di consacrazioni compiute non solo senza mandato pontificio, ma contro il consenso del Papa. Il fatto che tale consenso non sia stato esplicitato accresce piuttosto la gravità di queste consacrazioni, poiché il vescovo ucraino era talmente certo del rifiuto del Papa da non aver nemmeno fatto lo sforzo di chiedere.
Un simile comportamento, fosse esso quello di un cardinale, di un patriarca, di un confessore della fede e di un martire, sarebbe certamente giudicato come un atto scismatico (40) agli occhi di molti di coloro che hanno avallato le consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988 o quelle previste per il 1° luglio 2026. Eppure non è stata inflitta alcuna sanzione contro il cardinale Slipyj. Né lui né i vescovi da lui consacrati sono stati bollati come scismatici.
Alla morte del cardinale Slipyj, il 7 settembre 1984, papa Giovanni Paolo II pronunciò un elogio funebre incentrato sul merito, sulla virtù e sulla fermezza del cardinale (41). Uno dei tre vescovi consacrati, Stefan Czmil, morì il 22 gennaio 1978. Gli altri due, Ivan Choma e Liubomyr Husar, sono stati riconosciuti ufficialmente come vescovi da Giovanni Paolo II solo nel 1992. Tuttavia, entrambi, prima del 1992, hanno esercitato importanti funzioni ministeriali e Liubomyr Husar sarà persino creato cardinale durante il Concistoro del 21 febbraio 2001 (insieme a un certo Bergoglio). Ad oggi, sono state avviate le cause di beatificazione di Stefan Ezmil e Lioubomyr Husar. Per vescovi consacrati senza mandato! E lo stesso cardinale Slipyj è già «Servo di Dio».
Ci manca ancora la documentazione per giungere a certezze. Si sa che la notizia di queste consacrazioni episcopali segrete provocò in Vaticano un forte sconcerto. Non solo Slipyj «usurpava» il titolo di Patriarca e, per questo primo delitto, meritava di essere sanzionato come prevede il canone 1301 (42). Ma, con queste consacrazioni episcopali, agiva come non avrebbero avuto il diritto di fare nemmeno i patriarchi, consacrando contro la volontà del papa! Perché Paolo VI non ha sanzionato nessuno? Si potrebbero fare lunghe congetture… è saggio pronunciarsi solo dopo aver avuto accesso agli archivi che riveleranno l’ultima parola su questa avvincente vicenda.
Per ora, ci limitiamo a dire:
- Che se Paolo VI non lo ha sanzionato, non è certamente perché fosse allora convinto del titolo patriarcale di Slipyj, titolo che non gli sarà concesso né da lui stesso, né da Giovanni Paolo II.
- Che, forse, il suo cardinalato, come abbiamo suggerito, non gli permetteva di sanzionarlo per quelle consacrazioni episcopali.
- Che, senza dubbio, l’immenso prestigio di cui era circondato Slipyj avrebbe reso odiosa qualsiasi sanzione.
- Che in realtà era altrettanto assurdo sospettare di volontà scismatica il cardinale Slipyj, il quale del resto aveva voluto solo costituire «una riserva episcopale» senza concedere alcuna giurisdizione ai tre vescovi.
- Che, tuttavia, se una consacrazione episcopale senza mandato pontificio e contro il certo consenso del papa fosse stata scismatica, Paolo VI non avrebbe potuto fare altro che agire di conseguenza. Se non lo ha fatto, è perché tale certezza non esisteva.
Un precedente alle consacrazioni nella FSSPX
È evidente ogni somiglianza con un’altra situazione, quella delle consacrazioni nella Fraternità Sacerdotale San Pio X, sia quelle del 1988 sia quelle annunciate per il 1° luglio 2026.
Si tratta di consacrazioni episcopali senza mandato apostolico, effettuate da illustri principi della Chiesa per i quali Pio XII nutriva la massima stima. Essi vi si rassegnano, dopo anni, all’incirca alla stessa età, convinti della grave necessità di ovviare a una carenza di Roma. Non si arrogano la facoltà scismatica di conferire giurisdizione ai vescovi che consacrano, ma consacrano contro la volontà, esplicita in un caso, implicita nell’altro, del papa.
Le consacrazioni episcopali del 1988 e del 2026 ci sembrano ancora più fondate di quelle del 1977 perché si basano non solo sulla necessità della Chiesa ucraina, ma su quella della Chiesa universale. Tuttavia, il precedente del 1977, che non fu invocato nel 1988 perché non era noto, è straordinariamente interessante. Si possono certamente moltiplicare le considerazioni teologiche e canoniche. Tuttavia, «contra factum, non fit argumentum»: se il semplice fatto di consacrare vescovi senza mandato pontificio e contro la volontà del papa nel 1977 non è stato condannato come scismatico, è perché non lo è in sé e per sé.
- che siano avvenute in segreto e quasi sotto gli occhi del papa.
- Che il cardinale Slipyj non si è nemmeno sforzato di ottenere l’autorizzazione da Roma.
- Che in precedenza si era arrogato il titolo di patriarca della Chiesa ucraina nonostante il ripetuto e pubblico rifiuto di Paolo VI.
- Che Paolo VI contestava la necessità invocata dal cardinale Slipyj.
- Che il cardinale Slipyj si era espresso al Concilio a favore della libertà religiosa (43).
- Che, sebbene fosse un simbolo vivente dell’anticomunismo «e facesse parte dei prelati che, avendo assistito nel 1967 alla messa normativa di Bugnini» (44) ne erano rimasti scandalizzati, non si era tuttavia unito all’opposizione dichiarata di monsignor Lefebvre al Concilio.
Non lo era quindi ancora nel 1988 e non lo sarà nel 2026. Auguriamo quindi ai vescovi consacratori e ai futuri vescovi, in una Chiesa che avrà ritrovato la sua Tradizione, il cardinalato e le beatificazioni!
Affidiamo queste consacrazioni episcopali al Cuore Addolorato e Immacolato di Maria.
Morgon, 5 maggio 2026, festa di san Pio V.
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Bibliografia
– Codice di diritto canonico del 1917.
– Codice di diritto canonico del 1983.
– Codice dei canoni delle Chiese orientali, 1991
– “Documentation Catholique”, vari numeri.
– Vaticano II, documenti del Concilio.
– Aiuto alla Chiesa che soffre, «Josyf cardinale Slipyj, un’imitazione di Cristo», numero speciale del bollettino trimestrale, n. 2 del marzo 1985.
– Paul Dreyfus, «Giovanni XXIII», ed. Fayard, 1979.
– Ulisse Floridi, «Mosca e il Vaticano», ed. France-Empire, 1979.
– Peter Kwasniewski, «Ordinazioni clandestine contro il diritto ecclesiastico: lezioni del cardinale Wojtyla e del cardinale Slipyj», https://onepeterfive.com, 10 febbraio 2026.
– Roberto de Mattei, «Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta», ed. Contretemps, 2025.
– Stephen Oleskiw, «Sua Beatitudine il Patriarca Slipyj Confessore della Fede (1892-1984)», Londra, Servizio centrale di informazione ucraino, 1984.
– Josyf Slipyj, «Testamento di Sua Beatitudine il Patriarca Josyf Slipyj».
– Bernard Tissier de Mallerais, «Marcel Lefebvre, una vita», ed. Clovis, 2002
– Wikipedia, articolo «Cardinale Slipyj».
Note
(1) Cfr. ad esempio «San Tommaso e la scienza teologico-filosofica in Oriente», «Angelicum» 46, 1969, fasc. 1-2.
(2) «Josyf cardinale Slipyj, un’imitazione di Cristo», numero speciale del bollettino periodico del marzo 1985 di Aiuto alla Chiesa che soffre, p. 5.
(3) Ibidem.
(4) Ibidem, p. 6.
(5) In realtà, secondo le «Memorie» del cardinale Slipyj, non gli fu proposto il patriarcato di Mosca, ma la metropolia di Kiev.
(6) Ibidem, p. 7.
(7) «Mosca e il Vaticano», Ulisse Floridi, ed. France-Empire, 1979.
(8) Si veda in particolare il libro di Roberto de Mattei, «Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta», ed. Contretemps, 2025.
(9) Henri Fesquet, «Le journal du Concile», ed. Robert Morel, 1966, p. 682.
(10) Il termine «uniate» ha in realtà una connotazione molto peggiorativa ed è preferibile parlare di «greco-cattolico».
(11) In realtà c’era un altro sopravvissuto, monsignor Hopko.
(12) «Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta», Roberto de Mattei, ed. Contretemps, 2025, pp. 217-218.
(13) «Mosca e il Vaticano», Ulisse Floridi, ed. France-Empire, 1979, p. 291. Da notare tuttavia che il cardinale Slipyj manifesta nel suo «Testamento» una profonda gratitudine verso Giovanni XXIII. Forse non aveva compreso che questo papa era parte integrante dell’Ostpolitik…
(14) «Giovanni XXIII», Paul Dreyfus, ed. Fayard, 1979, p. 368.
(15) Testamento del cardinale Slipyj firmato il 22 dicembre 1981 (giorno dell’Immacolata Concezione secondo il calendario giuliano).
(16) È quanto ha scritto padre Werenfried van Straaten, fondatore di Aiuto alla Chiesa che soffre e amico personale del cardinale Slipyj: «Ha sofferto terribilmente a Roma, ancora più che in Siberia, come mi ha detto lui stesso».
(17) (18) Floridi, ibidem, p. 281.
(19) Concilio Vaticano II, Decreto «Orientalium ecclesiarum» del 21 novembre 1964, §6.
(20) Ibidem, § 11.
(21) Citato da Floridi in «Mosca e il Vaticano», pp. 321-322.
(22) Ibidem, pp. 325-326.
(23) Ibidem, p. 322.
(24) Floridi, p. 327.
(25) Ibidem, p. 294. Riguardo all’unione di Brest-Litovsk, se ne può leggere il bel racconto nell’enciclica «Orientales omnes» del 23 dicembre 1945 di papa Pio XII.
(26) Ibidem, p. 327.
(27) «Documentation Catholique», n. 1711 del 2 gennaio 1997, p. 9.
(28) L’unione di Brest-Litovsk stabiliva che al metropolita ruteno fosse delegato in modo permanente dal Papa il diritto di scegliere e consacrare i vescovi.
(29) «Josyf cardinale Slipyj, un’imitazione di Cristo», Aiuto alla Chiesa che soffre, p. 10.
(30) Floridi, ibidem, p. 339.
(31) Era assistito da monsignor Ivan Prasko e monsignor Isidore Borecky.
(32) Alcuni hanno sostenuto che Paolo VI ne fosse a conoscenza. Non lo sappiamo. È vero che il Vaticano è sempre ben informato. Comunque sia, non fu dal cardinale Slipyj che il Papa lo apprese e il seguito dimostra che il silenzio che avrebbe allora mantenuto non poteva essere interpretato come un assenso. Anche ammettendo questa ipotesi, non vediamo cosa potrebbe modificare di sostanziale nelle nostre conclusioni.
(33) Era previsto dal canone 1382, ma ora è il canone 1387 a seguito della costituzione apostolica “Pascite gregem Dei” del 23 maggio 2021.
(34) Codice del 1917, canone 2370.
(35) N.d.R.: Decreto di papa Pio XII del 9 aprile 1951 (AAS 1951, pp. 217-218), « Episcopus, cuiusvis ritus vel dignitatis, aliquem, neque ab Apostolica Sede nominatum neque ab Eadem expresse confirmatum,… », « Un vescovo, di qualsiasi rito o dignità, che consacrasse qualcuno non nominato dalla Sede Apostolica né da essa espressamente confermato… »
(36) È quanto afferma Naz: «Trattato di Diritto canonico», ed. Libreria Letouzey & Ané, 1948, tomo IV, n. 1259.
(37) Il canone 1 del Codice del 1983 sarà ancora più categorico: «I canoni del presente Codice riguardano solo la Chiesa latina».
(38) Naz, «Trattato di Diritto canonico», Libro 1, §70, p.68.
(39) Cardinale Slipyj, «Memorie».
(40) «Un’ordinazione episcopale senza mandato pontificio e contro la volontà del Papa è un atto intrinsecamente cattivo (per diritto divino e non per diritto ecclesiastico)», scrive l’abate Laurent Spriet in «Le ordinazioni episcopali della FSSPX: uno stato di necessità?» del 20 aprile 2026. «Le consacrazioni al di fuori (e a maggior ragione contro) la comunione gerarchica sono un atto intrinsecamente cattivo? Sì, perché un sacerdote consacrato senza ricevere la giurisdizione attuale riceve tuttavia sempre un potere spirituale intrinsecamente ordinato al governo della Chiesa», scrive «Theologus» in «Consacrazioni legittime?» dell’aprile 2026.
(41) «Documentation Catholique», n. 1885: «Omelia durante la liturgia funebre del quarantesimo giorno», pp. 1112-1113.
(42) CIC 1917, canone 1301.
(43) Cfr. de Mattei, «Vaticano II, una storia mai scritta». L’autore spiega che: «I prelati dell’Europa dell’Est confondevano una situazione di fatto, in cui i cattolici avevano il diritto di invocare la libertà religiosa contro i persecutori, con una tesi di principio secondo cui gli Stati cattolici dovevano professare la vera religione, conformemente ai precetti del primo comandamento». P. 469. In realtà, occorre ancora sfumare… È certo che il cardinale Slipyj non è mai stato un sostenitore di coloro che concedono diritti all’errore.
(44) Bernard Tissier de Mallerais, «Marcel Lefebvre, une vie», ed. Clovis, 2002, p. 415.



