Opinione / Roma e la FSSPX : un cattolico deve davvero scegliere?

di Giulio Ferri

Negli ultimi mesi il dibattito interno al mondo tradizionale cattolico si è fatto sempre più acceso. La prospettiva di nuove consacrazioni episcopali da parte della Fraternità sacerdotale San Pio X, previste per il 1° luglio a Écône, ha riaperto una domanda che sembrava appartenere soprattutto agli anni successivi al 1988: in caso di nuove scomuniche o di una rottura ancora più evidente con Roma, da che parte dovrebbe stare un cattolico?

Sul blog di Aldo Maria Valli la questione è stata posta in modo diretto, quasi brutale: con Roma o con la FSSPX?

È una domanda comprensibile. Ma, formulata così, rischia già di contenere un errore. Perché un cattolico non può scegliere contro Roma. E allo stesso tempo non può nemmeno ignorare il dramma reale che ha portato molti fedeli verso la Fraternità.

Qui occorre uscire dalle semplificazioni.

La crisi attuale della Chiesa non è immaginaria. Non è un’invenzione di ambienti “nostalgici”. Esiste realmente una profonda frattura tra la tradizione dottrinale e liturgica della Chiesa e molte dinamiche sviluppatesi negli ultimi decenni: ambiguità teologiche, dissoluzione morale, linguaggio ecclesiale sempre più sociologico, indebolimento della liturgia, crisi dell’autorità. Negarlo significherebbe non guardare la realtà.

Ed è proprio dentro questa crisi che bisogna comprendere il fenomeno della Fraternità sacerdotale San Pio X. Molti fedeli non si sono avvicinati alla Fraternità per spirito ribelle, ma per conservare qualcosa che percepivano come minacciato: la santa messa tradizionale, la chiarezza dottrinale, il senso del sacro, la continuità con il magistero precedente. Questo elemento va riconosciuto con onestà.

Monsignor Lefebvre non nacque come rivoluzionario. Era un uomo della Chiesa, missionario, arcivescovo, padre conciliare. La sua rottura con Roma maturò progressivamente, nella convinzione che dentro la Chiesa si stesse imponendo una nuova teologia incompatibile con la tradizione cattolica. Le consacrazioni episcopali del 1988 furono da lui giustificate come “stato di necessità”. Roma le definì invece un atto scismatico, con conseguente scomunica. Eppure la vicenda non si è mai chiusa in modo semplice.

Nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai quattro vescovi consacrati da Lefebvre, pur lasciando irrisolta la questione canonica e dottrinale della Fraternità. Negli anni successivi Roma ha persino riconosciuto alcune facoltà sacramentali ai sacerdoti della Fraternità, soprattutto per confessioni e matrimoni.

Questo dato è importante. Significa che la situazione non può essere ridotta alla categoria semplicistica del “dentro o fuori”. E qui arriviamo al punto decisivo.

Se mi si chiedesse: “Giulio, tu da che parte staresti?”, la mia risposta sarebbe questa: starei con Roma, ma con la Roma eterna, non con ogni sua possibile deriva storica. E questa distinzione è fondamentale.

Perché il cattolico non appartiene a una corrente ecclesiale. Non appartiene nemmeno a una sensibilità liturgica. Appartiene alla Chiesa di Cristo.

Roma non è semplicemente l’amministrazione vaticana del momento. Roma è il centro visibile dell’unità cattolica, la sede di Pietro, il principio sacramentale della comunione ecclesiale. Separarsi da questo principio è sempre qualcosa di gravissimo.

Ma esiste anche un altro pericolo: identificare automaticamente ogni scelta pastorale o ogni orientamento teologico contemporaneo con la Tradizione viva della Chiesa. Ed è precisamente qui che nasce il dramma di molti cattolici tradizionali: essi percepiscono — spesso non senza ragioni — una distanza crescente tra certe espressioni attuali della vita ecclesiale e il deposito tradizionale della fede. Il problema, però, è che una crisi dell’autorità non autorizza automaticamente una rottura dell’unità. Qui la teologia cattolica è sempre stata molto prudente.

San Tommaso riconosce la possibilità di resistere pubblicamente a decisioni dannose dei superiori ecclesiastici in casi estremi. San Paolo stesso resiste a Pietro ad Antiochia. Ma questa resistenza avviene dentro la comunione ecclesiale, non fuori da essa. È una distinzione decisiva.

Per questo personalmente non potrei aderire a una logica apertamente scismatica o sedevacantista. L’idea che la Chiesa visibile sia ormai sostanzialmente decaduta o occupata in modo permanente da non-cattolici porta inevitabilmente a una ecclesiologia distruttiva.

La Chiesa può attraversare crisi terribili. Può avere uomini deboli, ambigui o persino gravemente colpevoli ai vertici. Ma non cessa per questo di essere la Chiesa.

E tuttavia sarebbe altrettanto falso liquidare la Fraternità come semplice ribellione. Perché la loro esistenza è anche il sintomo di una crisi reale che Roma stessa, spesso, ha sottovalutato. Quando milioni di cattolici sentono di non riconoscere più nella vita ordinaria della Chiesa la continuità con ciò che li ha preceduti, il problema non è soltanto disciplinare. È spirituale e teologico.

La domanda vera, allora, non è “Roma o la FSSPX?”. La domanda vera è: come restare pienamente cattolici dentro una delle più grandi crisi ecclesiali degli ultimi secoli?

Ed è qui che serve evitare due tentazioni opposte.

La prima è il progressismo ecclesiale, che relativizza la tradizione in nome dell’adattamento al mondo. La seconda è la tentazione di costruire una “contro-Chiesa” parallela, convinta di incarnare da sola la purezza della fede. Entrambe, in modi diversi, finiscono per ferire l’unità cattolica.

La vera fedeltà oggi è molto più difficile e dolorosa. Consiste nel custodire integralmente la Tradizione senza spezzare il vincolo ecclesiale. Consiste nel resistere alle ambiguità senza trasformare la resistenza in autosufficienza. È una posizione scomoda, meno eroica in apparenza, molto più faticosa nella realtà. Perché obbliga a vivere una tensione.

Amare Roma anche quando soffre. Difendere la Tradizione senza trasformarla in ideologia. Rimanere nella Chiesa senza smettere di vedere le ferite della Chiesa. Forse il grande errore contemporaneo è pensare che la purezza possa salvarsi separandosi. Ma la storia della Chiesa insegna qualcosa di diverso: i santi più grandi hanno sofferto le crisi dall’interno, non costruendo una Chiesa alternativa, ma restando fedeli nel cuore stesso della tempesta. Ed è probabilmente questa la strada più difficile. Ma anche la più cattolica.

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