Il cardinale Fernández, il documento sulla trasmissione della fede e la credibilità perduta
di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
si dice che anche un orologio rotto, due volte al giorno, segni l’ora esatta. È vero, ma a una condizione: che sia fermo. Perché se l’orologio non funziona perché va avanti o indietro anche solo di cinque minuti non indovinerà mai l’ora giusta. Potrà avvicinarsi, sfiorarla, ma non coinciderà mai con essa.
L’esempio dell’orologio rotto mi è venuto in mente pensando al cardinale Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, e al recente annuncio della preparazione di un documento sulla trasmissione della fede.
Sia chiaro: non sto dicendo che Fernández non possa redigere un documento che contenga cose corrette o perfino impeccabilmente cattoliche. Può accadere. Il problema, tuttavia, non è soltanto che cosa si dice, ma come lo si dice e chi lo dice.
Infatti se chi veicola un messaggio, anche cattolicissimo, manca di credibilità, quel messaggio rischia di perdersi.
La dottrina cattolica, in effetti, non è materia per improvvisatori, né un laboratorio sperimentale in cui oggi si suggerisce una cosa, domani il suo contrario e dopodomani si spiega che in fondo eravamo noi ad aver capito male.
Chi guida l’organismo deputato alla custodia della Fede dovrebbe essere, per formazione, prudenza, chiarezza e affidabilità, un punto fermo, un riferimento. E qui emerge la vera problematicità del caso Fernández. Il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede non è un commentatore ecclesiastico qualsiasi. Ricopre un incarico che richiede enorme autorevolezza e svolge una funzione che vive anche di fiducia: una fiducia che si costruisce lentamente ma che, una volta logorata, difficilmente si recupera.
Per anni Fernández è stato associato — per sue stesse affermazioni, per libri inopportuni e documenti controversi — a un approccio ambiguo (quando va bene) e contrario a quello che ci è stato tramandato (quando va male). Con l’effetto paradossale che persino un’affermazione ortodossa rischierebbe di essere accolta con sospetto.
Questo, a mio avviso, comporta un danno enorme per l’istituzione che presiede.
La moglie di Cesare, si dice, non deve soltanto essere onesta: deve apparire al di sopra di ogni sospetto. Nel nostro caso, purtroppo, il problema è quasi speculare: agli occhi di molti fedeli il prefetto del più importante dicastero vaticano non appare al di sopra del sospetto, ma al di sotto. E quando chi dovrebbe dissipare i dubbi, tanto più in materia di fede, diventa egli stesso causa di diffidenza, c’è un evidente problema di credibilità.
Su alcune cose il prefetto potrebbe anche avere ragione, e la verità resta tale anche se pronunciata da una voce poco autorevole. Il punto, tuttavia, è che il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede non può limitarsi ad avere ragione ogni tanto e soprattutto deve essere sempre percepito come affidabile, punto di riferimento per i cattolici.
Non basta, allora, che un orologio indovini l’ora per caso: deve funzionare e soprattutto deve essere credibile. Perché nella Chiesa non servono strumenti che solo occasionalmente rassicurino: servono guide che aiutino i fedeli a orientarsi nel tempo della confusione, non orologi che costringano continuamente a chiedersi se segnino davvero l’ora giusta, e soprattutto servono guide che non facciano rimpiangere il silenzio.
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