Lettera / Non è più il tempo di una silenziosa rassegnazione
di Carlo Foresti
Caro Valli,
le scrivo per esprimere una forte inquietudine circa l’attuale condizione delle celebrazioni domenicali. Entrando in gran parte dei nostri edifici sacri, balza subito agli occhi un fenomeno innegabile: le navate sono ormai frequentate quasi esclusivamente da fedeli in là con gli anni, a riprova di una pratica religiosa ormai crollata.
I promotori delle variazioni post-conciliari garantivano una rinnovata partecipazione, eppure il rito riformato pare aver obliato il mistero sacro, tramutando spesso la liturgia in un ritrovo orizzontale o in una sorta di cena, dove si smarrisce il senso profondo del Sacrificio incruento della Croce. Il presbitero, da vero e proprio ministro che agisce in persona Christi, talvolta assume le vesti di un animatore o di un semplice presidente dell’assemblea. Anche dal punto di vista architettonico ci ritroviamo sovente in strutture moderne e alienanti, con il Tabernacolo spostato in posizioni marginali, togliendo centralità all’adorazione della Presenza Reale.
Al contrario, è sufficiente osservare le comunità in cui viene officiato il Rito Antico per constatare una dinamica diametralmente opposta. Quelle chiese accolgono numerosi giovani e famiglie, attratti irresistibilmente dal silenzio, dal canto gregoriano, dalla reverenza e dal profondo respiro spirituale della Messa di san Pio V. Lì i cuori si convertono e la fede trova un vero nutrimento. I progressisti sanno bene che chi scopre questa insondabile ricchezza non l’abbandona più.
Di fronte a questa emorragia di fedeli, viene perciò da chiedersi come sia possibile che le somme gerarchie ecclesiali e i romani pontefici, pur avendo certamente notato il vuoto che si andava allargando nel corso dei decenni, non siano intervenuti con fermezza per mutare direzione. C’è da domandarsi, con molta amarezza, se l’eredità dell’ultimo Concilio si sia ormai trasformata in un principio totalmente intoccabile da tutelare a ogni costo, persino a discapito di quella suprema legge che è la salvezza delle anime, la quale dovrebbe invece muovere di continuo l’agire di ogni buon Pastore.
Non ci è più concesso rassegnarci in silenzio e vivere di soli rimpianti. Dobbiamo custodire le celebrazioni tradizionali e difendere strenuamente la Fede autentica. Resta tuttavia un’amara consapevolezza a suggellare questo auspicio finale: dal momento che la rovinosa decadenza a cui assistiamo ha avuto origine proprio dalle più alte sfere gerarchiche, spetterà inevitabilmente a quelle stesse somme autorità assumersi la responsabilità di un autentico cambio di rotta. Dovranno essere loro a trovare il coraggio per una sofferta ma indispensabile opera di purificazione, un intervento drastico atto a recidere quel male oscuro che sembra ormai aver gravemente intaccato ogni singola ramificazione del corpo ecclesiale.
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