Testimonianza / Noi reietti ed esiliati, ma vicini a Nostro Signore
di Carlo Foresti
Caro Valli,
le scrivo per renderla partecipe di un’esperienza personale che, di questi tempi, rappresenta per me una vera e propria ancora di salvezza.
Ho il grande privilegio di aver stretto amicizia con un insegnante di economia e diritto, un uomo forgiato nella Tradizione e animato da una fede rocciosa. È un signore che si avvia verso i sessant’anni, con i capelli e la barba scuri striati d’argento, tenuti in un ordine spontaneo; cammina con qualche piccolo problema alle anche e, le assicuro, se solo lo si avvolgesse in un mantello antico sembrerebbe la reincarnazione del patriarca Giacobbe, uscito zoppicante ma invincibile dalla sua misteriosa lotta notturna con l’Angelo.
Possiede un’erudizione così vasta in campo storico, filosofico e letterario che trascorrere del tempo con lui è un autentico gaudio per l’intelletto. Da oltre un anno abbiamo instaurato un piccolo rito mensile: ci incontriamo davanti a un boccale per quelle che, tra di noi, chiamiamo spontaneamente le nostre “birrazze teologiche”.
Spesso il pretesto per cominciare a parlare è l’ultima desolante notizia che giunge dai sacri palazzi, ma ben presto il dialogo si eleva e si allarga, spaziando dall’arte alla letteratura, fino a toccare inevitabilmente le nostre profonde ansie di padri di famiglia, preoccupati per il disorientamento del mondo e della Chiesa in cui crescono i nostri figli. La roccia su cui poggia e si rasserena ogni nostro ragionamento, però, resta sempre e soltanto la fede in quell’Uomo che ha camminato lungo le strade polverose della Galilea oltre duemila anni fa.
Queste serate fungono per me da balsamo provvidenziale, capace di lenire lo sconforto causato dalla crisi ecclesiale che ci circonda. Certo, tali conversazioni irrobustiscono il mio spirito, ma, come mi ricorda giustamente il mio amico, non bastano a fare di me un cristiano migliore. Per quello servono i sacramenti. Lui mi esorta continuamente ad accostarmi alla Grazia esclusivamente nei contesti in cui si custodisce il Rito antico, una scelta che lui stesso ha fatto da anni in modo definitivo. Io, purtroppo, ogni tanto cado ancora nella tentazione di assistere alle celebrazioni riformate; e puntualmente me ne pento, perché ne esco invariabilmente irritato, avvelenato nello spirito come un mamba nero a cui abbiano pestato la coda.
Tuttavia, il senso più profondo dei nostri incontri mensili sta in una constatazione che ci accomuna. Conversando, ci rendiamo conto di rivivere le medesime dinamiche degli albori del cristianesimo. Da un lato ci siamo noi, un piccolo gregge ostinato nel voler restare fedele al messaggio originario e incorrotto di Cristo; dall’altro c’è il potere religioso costituito – una sorta di Sinedrio contemporaneo che detiene le cattedre, i mezzi e le strutture – il quale ci emargina, indicandoci come retrogradi, reietti o pericolosi eretici da cui tenersi alla larga.
È una condizione dolorosa, eppure dotata di un fascino tremendo. Ci fa toccare con mano l’essere nel bel mezzo di quella cosmica e radicale collisione tra due schieramenti opposti ben descritta da sant’Ignazio di Loyola nei suoi esercizi spirituali: la meditazione dei “Due vessilli”, quello di Cristo e quello del principe di questo mondo. È la medesima, estenuante battaglia contro l’avanzare dell’Ombra che J.R.R. Tolkien ha affrescato con maestria nel suo epico universo.
Accettiamo perciò di essere trattati da esiliati e da estranei nelle nostre stesse parrocchie. In fondo, essere guardati con sospetto dalle nuove burocrazie curiali ci ferisce, ma al contempo ci onora, perché ci unisce alle incomprensioni subite dal Salvatore.
Come padri di famiglia, la nostra ansia non è certo quella di mendicare l’applauso del mondo o l’approvazione delle gerarchie di turno, ma di riuscire a trasmettere ai nostri figli la fiamma di una Fede integra. In queste nostre serate, tra un boccale e una profonda riflessione, le naturali preoccupazioni si sciolgono in una certezza superiore e rinnoviamo il nostro arruolamento. Siamo pronti a combattere con letizia la nostra battaglia in questa trincea terrena, sostenendoci a vicenda in una fraternità silenziosa ma salda. Accettiamo di vivere la nostra “lunga sconfitta” alla Tolkien fianco a fianco, perché sappiamo che il copione di questa storia ha una conclusione già scritta dal Cielo.
Continueremo a rifugiarci nella dignità della liturgia antica e a militare sotto il vessillo dell’unico e vero Re, con la serena e incrollabile consapevolezza che la vittoria finale apparterrà solo a Cristo.
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