A Bologna si torna a indagare sulle traduzioni delle Scritture. Forse anche grazie a “La Bibbia come Dio comanda”?
di Investigatore Biblico
Nella Chiesa c’è un lavoro silenzioso che raramente conquista le prime pagine, eppure custodisce una ricchezza immensa. È il lavoro degli studiosi della Sacra Scrittura, di coloro che dedicano anni della propria vita a una parola, a un verbo, a una sfumatura linguistica, perché sanno che dentro una parola biblica può essere custodito un mondo. Chi ama la Parola di Dio sa bene che non esistono dettagli insignificanti quando si tratta della Bibbia. Una scelta lessicale può illuminare un testo oppure impoverirlo; una traduzione può custodire un mistero oppure renderlo più difficile da cogliere. Per questo mi ha colpito profondamente un appuntamento che mi è stato segnalato in questi giorni dall’Associazione biblica italiana, della quale sono socio.
Il 27 maggio 2026, presso il convento San Domenico di Bologna, il Dipartimento di Storia della teologia della Pontificia facoltà teologica dell’Emilia-Romagna promuoverà una importante giornata di studio sulla Vulgata dedicata al tema “Il lessico delle versioni geronimiane della Bibbia”
Un appuntamento di altissimo livello accademico, con studiosi specializzati nella filologia biblica, nella critica testuale, nella storia delle tradizioni manoscritte, nel latino biblico, nella linguistica delle Scritture. Un convegno che non parla semplicemente di libri antichi, ma della trasmissione stessa della Parola di Dio nella vita della Chiesa.
Confesso che questo evento mi ha colpito anche per una ragione personale. Il 12 febbraio 2026 è uscito il libro “La Bibbia come Dio comanda”, scritto da me con Saverio Gaeta, nel quale ho posto interrogativi filologici riguardanti le traduzioni bibliche moderne, le scelte lessicali, il rapporto tra testo originale, Vulgata e traduzioni contemporanee. Non interrogativi polemici, ma domande nate dall’amore per la Sacra Scrittura. Perché una scelta lessicale cambia? Quali criteri guidano una traduzione? Quanto pesa una parola nella comprensione teologica di un testo? Quando una variazione linguistica modifica la percezione cristologica di un versetto? Quale rapporto deve mantenersi tra il testo originale, la tradizione della Chiesa e il linguaggio contemporaneo?
Domande che ho rivolto anche direttamente alla Conferenza episcopale italiana e, successivamente, al cardinale Matteo Zuppi partendo da una convinzione molto semplice: la Parola di Dio non teme la luce. La verità non ha paura delle domande. Anzi, le accoglie.
Avevo scritto che il linguaggio biblico non è mai neutro. Che una parola può rafforzare oppure attenuare una verità teologica. Che la filologia biblica non è un esercizio accademico riservato a pochi specialisti, ma un servizio al Popolo di Dio.
E allora confesso anche un’altra cosa. Quando ho letto il programma della giornata di studio sulla Vulgata organizzata proprio a Bologna, città della Pontificia facoltà teologica dell’Emilia-Romagna, il pensiero è andato immediatamente a quelle domande.
Forse il convegno rappresenta già una risposta positiva. Una risposta bella. Una risposta ecclesiale. Una risposta che non arriva nella forma della polemica, ma nella forma più alta che la Chiesa possiede: lo studio serio, il confronto accademico, la ricerca rigorosa, l’amore per la Sacra Scrittura.
Perché vedere oggi studiosi di altissimo livello riuniti a riflettere sul lessico delle versioni geronimiane della Bibbia, sul rapporto tra ebraico, greco, latino biblico, testo masoretico, Vulgata e tradizione interpretativa, è un segnale bellissimo. È il segno che la Chiesa continua a interrogarsi. Continua a studiare. Continua a custodire.
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