Opinione / Il “metodo Conte Zio” applicato dal Vaticano alla crisi della FSSPX. Ovvero, come Roma ha sbagliato tutto. E non vuole capire

di Renzo Toffoli

Esiste una pagina della letteratura italiana che, a distanza di due secoli dalla sua pubblicazione e a quattro dai fatti narrati, continua a spiegare le dinamiche del potere meglio di qualsiasi trattato di sociologia o di politica. È il capitolo XIX dei «Promessi sposi» di Alessandro Manzoni, dove va in scena il celeberrimo pranzo tra il Conte Zio e il padre provinciale dei cappuccini. L’obiettivo del potente aristocratico milanese è semplice: allontanare fra Cristoforo, la voce scomoda che si oppone ai soprusi di don Rodrigo, senza però scatenare uno scandalo che danneggi il prestigio della sua famiglia o della Chiesa. La formula che riassume quella strategia è nota: «Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire». Ovvero: nascondere la polvere sotto il tappeto, addormentare le coscienze, dilazionare il problema per vie diplomatiche pur di non affrontare il vero nocciolo della questione.

Se si guarda con occhio disincantato alla storia degli ultimi sessant’anni di rapporti tra la Santa Sede e la Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX), fondata da monsignor Marcel Lefebvre, è impossibile non notare come Roma abbia applicato con chirurgica precisione lo stesso identico copione. Un interminabile tira e molla fatto di scomuniche, revoche delle stesse, ventilati accordi, minacce di nuovi strappi e infinite sessioni di dialogo teologico che, alla prova dei fatti, assomigliano sempre più alla ben nota strategia ecclesiastica del rinvio: sopire, troncare, troncare, sopire.

Il vero status quaestionis: l’illusione dell’accordo amministrativo

Il cuore del parallelismo risiede proprio nella natura profonda del problema e nella volontà di non guardare in faccia la realtà. Nel romanzo manzoniano, il Conte Zio sposta la questione su un piano squisitamente politico e d’onore, evitando accuratamente di ammettere la verità nuda e cruda: suo nipote don Rodrigo è un criminale che calpesta la giustizia. Allo stesso modo, nei decenni di trattative con la FSSPX, il Vaticano ha quasi sempre tentato di derubricare la crisi a mera questione canonica, disciplinare o di sottomissione formale all’autorità papale. Ammettere le storture, le ambiguità e gli errori scaturiti dall’assise conciliare avrebbe significato avviare una necessaria opera di correzione e miglioramento; ma proprio come il Conte Zio faceva scudo intorno a don Rodrigo per tutelare il nome della famiglia, così i vertici d’Oltretevere fanno quadrato attorno al Vaticano II, blindandolo per non metterne in discussione l’infallibilità pastorale. Pastorale, si badi bene, e non dogmatica: un distinguo fondamentale, poiché quell’assise fu un consesso, per esplicita volontà dei suoi promotori, unicamente pastorale, che non ha inteso definire né proclamare alcun nuovo dogma. Essa si colloca, per sua stessa natura e per dichiarazione dei pontefici che la guidarono, su un livello teologico e magisteriale inferiore, differente rispetto ai concili ecumenici dogmatici del passato; quelli, cioè, che stabilendo delle verità di fede definitive hanno vincolato la coscienza di ogni battezzato, pena l’esclusione dalla comunità cristiana.

È proprio per questo che la richiesta romana di un’adesione cieca e assoluta al Vaticano II, come se fosse un super-dogma intoccabile, rappresenta l’ennesima forzatura di quel gioco burocratico che la FSSPX continua a respingere. Si è cercato a più riprese il compromesso giuridico – la formula della prelatura personale o l’accordo puramente pratico -, sperando di normalizzare la Fraternità e riassorbirla sul solo piano amministrativo. Ma Écône ha sempre rifiutato di stare al gioco del troncare e sopire burocratico, ribadendo fermamente che lo status quaestionis è eminentemente, se non esclusivamente, dottrinale. Il nodo sollevato da monsignor Lefebvre non ha mai riguardato la disobbedienza a un pontefice per puro spirito di ribellione, ma la fedeltà alla Verità rivelata, al Depositum Fidei e alla Tradizione bimillenaria della Chiesa, che la Fraternità ritiene drammaticamente messi in discussione dalle derive teologiche, liturgiche, morali e pastorali nate nel post-concilio. Infatti, monsignor Lefebvre in un passaggio pronunciato durante la storica messa di Lilla il 29 agosto 1976 davanti a migliaia di fedeli, si espresse in questo modo: «Ciò che noi insegniamo è ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Non siamo noi che siamo cambiati, è la Chiesa che è cambiata. Se io avessi insegnato cinquant’anni fa quello che si insegna oggi nei seminari e nelle parrocchie, mi avrebbero cacciato dalla Chiesa come eretico».

Il doppio binario: massima tolleranza per i progressisti, massimo rigore per i tradizionalisti

Qui emerge la contraddizione più stridente, che rende l’atteggiamento romano drammaticamente simile all’ipocrisia del Conte Zio. Nella Chiesa contemporanea assistiamo da anni a una politica di larghissima ospitalità verso qualsiasi tipo di deroga. In campo liturgico si tollerano (e talvolta si incentivano) abusi e creatività che snaturano il senso del sacro. In campo morale e dottrinale si spalancano varchi a interpretazioni spericolate che disorientano i fedeli; basti pensare allo sconcerto suscitato dal documento «Fiducia supplicans», con lo sdoganamento delle benedizioni alle coppie omosessuali (azione che, nei fatti, equivale a benedire il peccato) introdotto in modo ambiguo proprio dal prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, ossia da colui che, per la natura stessa del suo ufficio, dovrebbe essere il supremo custode della dottrina e della Verità rivelata; il tutto senza che nessuno venga richiamato all’ordine con la necessaria fermezza. Interi episcopati, come quello tedesco sul cammino sinodale, si spingono così ben oltre i confini del dogma senza mai subire sanzioni definitive. Eppure, quando si tratta della FSSPX, o del mondo tradizionale in genere, il rigore dogmatico e canonico torna improvvisamente di moda, come dimostrato dalla progressiva stretta di «Traditionis custodes» sulla messa vetus ordo. Si tollera l’eterodossia di fatto, ma si punisce l’ortodossia giudicata nostalgica. Come il padre provinciale dei cappuccini, che per non turbare la quiete e i rapporti con i potenti preferisce sacrificare fra Cristoforo (l’unico che difendeva la retta via), così i vertici vaticani preferiscono mantenere l’ambiguità interna pur di non dare ragione a chi, da sessant’anni, indica le crepe nell’edificio ecclesiale conciliare.

Davanti a queste fessure, umanamente parlando, tutto sembrerebbe sul punto di crollare; eppure, la fede ci assicura che la Chiesa è costantemente sorretta dal suo Fondatore e che le porte degli inferi non prevarranno mai su di essa. Certo, i modi della rinascita o della purificazione non sono quelli che noi umani desideriamo o che ci piacerebbero, ma i tempi e i disegni della storia restano una prerogativa esclusiva di Cristo, suo unico Salvatore.

L’errore di calcolo: la Tradizione non scompare, cresce

C’è però una differenza fondamentale tra la finzione letteraria e la realtà storica. Nel romanzo di Manzoni, la strategia del Conte Zio funziona nell’immediato: fra Cristoforo viene effettivamente esiliato a Rimini, lasciando Pescarenico. Il potere temporale e il quieto vivere ecclesiastico vincono la prima battaglia, anche se la Provvidenza rimescolerà radicalmente le carte con l’arrivo della peste. Nel caso della FSSPX, invece, la tattica del logoramento, l’idea di tirarla per le lunghe sperando che la Fraternità, isolata dal punto di vista canonico, si svuotasse gradualmente per asfissia biologica, si è rivelata un colossale errore di calcolo. A distanza di oltre mezzo secolo dalle prime sanzioni, Écône non solo non è scomparsa, ma manifesta una vitalità spirituale, vocazionale e di proselitismo in netto contrasto con l’emorragia che sta desertificando le diocesi della Chiesa postconciliare. Il paradosso plastico di questo fallimento strategico si misura proprio nei numeri e nell’anagrafe: mentre i seminari della Chiesa romana hanno praticamente chiuso i battenti per mancanza di candidati e le parrocchie registrano il conto alla rovescia di un inesorabile declino, con un’assemblea sempre più anziana, i centri della Fraternità conoscono una fioritura senza sosta. Il dato più sorprendente, che demolisce definitivamente la retorica progressista, è il ricambio generazionale. Quelli che affollano le cappelle della FSSPX non sono più i vecchi nostalgici del 1962 (cosa che piacerebbe molto alla Chiesa postconciliare), ormai in gran parte passati a miglior vita, bensì una marea montante di giovani, universitari e giovani famiglie con numerosi figli: merce (ci si perdoni il termine) ormai rarissima tra le fila dei progressisti. Sono loro che, nel mare in tempesta del relativismo contemporaneo, riconoscono in quella liturgia perenne e in quella dottrina senza compromessi l’unica vera ancora di salvezza per il futuro.

Finché Roma affronterà il caso Lefebvre con le armi della diplomazia curiale, della dilazione burocratica e del troncare e sopire, la ferita rimarrà aperta. Non si può sanare una crisi teologica con un accordo di segreteria, né si può silenziare chi chiede chiarezza sulla fede offrendo in cambio una tolleranza pastorale distratta. La storia dimostra che la Tradizione della Chiesa ha una forza intrinseca che resiste agli insabbiamenti: per quanto la si voglia sopire o troncare, essa continuerà a svegliare le coscienze. Ma questa resistenza non va intesa come il semplice prodotto di dinamiche umane o di personalità, per quanto rilevanti, come quella del vescovo Lefebvre: se la Tradizione avesse dovuto dipendere solo dagli uomini, sarebbe probabilmente scomparsa da decenni. La sua vera forza, infatti, non risiede nei suoi difensori, ma nella sua origine divina, che la sostiene oltre le debolezze e le contingenze della storia.

In questo senso è bene ricordare l’antico ammonimento del rabbino fariseo Gamaliele (Atti degli apostoli, 5, 34-39), che dinanzi al sinedrio che voleva reprimere i primi discepoli di Cristo invitò alla cautela: «Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare; perché, se questo disegno o quest’opera viene dagli uomini, sarà distrutta; ma se invece viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Badate di non trovarvi a combattere contro Dio».

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