Legittimare, minimizzare, giustificare la rivoluzione. Il peccato di scandalo avviene così. Ed ha conseguenze devastanti
Tra i peccati più gravi condannati dalla teologia morale cattolica c’è il peccato di scandalo, eppure molti cattolici oggi lo prendono a malapena in considerazione o hanno una comprensione molto limitata di ciò che esso realmente comporta.
Nella migliore delle ipotesi, molti hanno la vaga idea che scandalo significhi semplicemente comportarsi male di fronte agli altri o dare un cattivo esempio morale. Se un prete venisse visto entrare di nascosto nel pub locale ogni mattina alle dieci e uscirne solo nel tardo pomeriggio, la maggior parte dei cattolici riconoscerebbe immediatamente che tale condotta è fonte di scandalo. Capirebbero istintivamente che quel comportamento mina il rispetto per il sacerdozio, danneggia le anime e incoraggia l’irriverenza.
Esiste tuttavia un’altra forma di scandalo, ben più grave nella nostra epoca, che molti cattolici, pur seri e fedeli, commettono regolarmente senza rendersi conto della sua gravità. Questa forma di scandalo non solo indebolisce la disciplina morale e mette in pericolo le anime dal punto di vista dottrinale e spirituale, ma, cosa ancora peggiore, mina la controrivoluzione cattolica e alimenta la rivoluzione in corso contro la regalità di Cristo.
Parlo dello scandalo della legittimazione, normalizzazione, minimizzazione o giustificazione della religione post-conciliare e dei cambiamenti rivoluzionari introdotti dopo il Concilio Vaticano II.
Qui vorrei pertanto invitare i cattolici, in particolare i cattolici tradizionali, a un onesto esame di coscienza. Molti che si vantano di preservare la tradizione contribuiscono tuttavia alla confusione attraverso l’ambiguità, i compromessi o un silenzio vile. Alcuni rassicurano le anime affermando che la falsa religione post-conciliare mascherata da cattolicesimo rimane fondamentalmente identica alla religione cattolica di tutti i secoli precedenti. Altri tentano incessantemente (e senza successo) di armonizzare il Concilio Vaticano II con le precedenti condanne del Magistero, anche laddove esistono contraddizioni innegabili ed evidenti. Altri ancora insistono sul fatto che i cattolici non debbano mai riconoscere pubblicamente la profondità della crisi per timore di apparire “divisivi”, “estremisti” o “disubbidienti”. Ma così facendo si macchiano del peccato di scandalo in senso strettamente teologico.
I teologi preconciliari definivano infatti lo scandalo come un’azione, una parola, un’omissione o un esempio che diventa causa di rovina spirituale per un’altra anima. Nostro Signore stesso ammonì con terribile severità: “Chi scandalizzerà uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino” (Mt 18,6). La ragione di questa severità è chiara. Lo scandalo non mette in pericolo solo una singola anima, ma moltiplica l’errore e la corruzione nelle altre.
Prima dell’avvento del modernismo e della sua successiva, perversa mutazione in sinodalità, i cattolici sapevano di avere la responsabilità non solo della propria salvezza, ma anche di quella delle anime del prossimo. In tempi di crisi come quella che stiamo vivendo dagli anni Sessanta, epoca in cui la battaglia tra le tenebre e la luce ha raggiunto proporzioni cosmiche epiche, questo obbligo si fa ancora più serio. Se lo scandalo consiste nel condurre altri in pericolo spirituale con parole, azioni o un silenzio negligente, allora i cattolici di oggi devono esaminare attentamente se contribuiscono alla confusione riguardo agli errori del Concilio Vaticano II e alla falsa religione del novus ordo che conduce le anime alla dannazione.
Per i cattolici fedeli che credono che l’assetto post-conciliare rappresenti una nuova religione distinta da quella cattolica storicamente professata prima del Concilio Vaticano II, la questione dello scandalo non può essere presa alla leggera. Girare intorno alla crisi, minimizzare le deviazioni dottrinali o non mettere in guardia le anime dal pericolo mortale rappresentato dalla nuova religione potrebbe di per sé configurarsi come complicità nello scandalo.
Secondo la dottrina cattolica preconciliare (ovvero quella vera), i cattolici devono evitare non solo l’eresia formale, ma anche comportamenti che inducano gli altri all’indifferentismo religioso, al compromesso dottrinale o alla negligenza spirituale. Eppure molti, persino tra i tradizionalisti, oggi parlano in modo tale da minimizzare la gravità della crisi, o peggio, non si esprimono né agiscono affatto. Tale condotta si configura come scandalo in senso strettamente teologico.
Se si crede veramente che il Concilio Vaticano II abbia introdotto dottrine incompatibili con il precedente insegnamento cattolico, allora difendere o normalizzare pubblicamente tali dottrine non può che incoraggiare le anime a rimanere nell’errore. Se si crede che la nuova liturgia indebolisca la fede nel Sacrificio della santa messa, nella Presenza Reale e nel sacerdozio sacrificale, allora definirla spiritualmente innocua o chiudere un occhio può condurre altri all’irriverenza o alla confusione dottrinale. Se si crede che l’omo-gerarchia post-conciliare promuova l’ecumenismo e la libertà religiosa contrari al magistero perenne, allora il silenzio su questi pericoli può contribuire alla cecità spirituale e alla perdizione altrui.
La questione diventa particolarmente grave se si considera il funzionamento sociale e storico dello scandalo. Gli errori si diffondono non solo attraverso l’insegnamento formale, ma anche attraverso la normalizzazione. Le rivoluzioni trionfano perché le persone si abituano gradualmente a cose che i loro antenati avrebbero rifiutato istintivamente. La Rivoluzione francese non distrusse la cristianità in un solo giorno, né il liberalismo conquistò le nazioni dall’oggi al domani. La rivoluzione avanza abituando gli animi alla novità, al compromesso e all’ambiguità, finché le verità un tempo difese con coraggio non iniziano a sembrare negoziabili. A quel punto i rivoluzionari si spingono ai limiti e ripetono la formula.
Lo stesso processo si è verificato all’interno della Chiesa. Molti cattolici che un tempo avrebbero respinto con orrore il culto interreligioso, la comunione sulla mano, le celebrazioni ecumeniche o l’ambiguità dottrinale, ora considerano tali pratiche come parte integrante della vita cattolica, semplicemente perché sono state normalizzate per decenni. Questa normalizzazione costituisce di per sé uno dei più grandi scandali dell’era moderna. Le anime smettono di resistere all’errore perché l’errore è diventato familiare, ed è per questo che l’ambiguità è così pericolosa.
Quando i cattolici rassicurano le anime che “tutto è ancora cattolico” nonostante le evidenti contraddizioni con l’insegnamento preconciliare, o dicono loro di “smettere di preoccuparsi di ciò che dice il papa”, stanno normalizzando l’errore. Quando insistono sul fatto che il Concilio Vaticano II necessiti solo di una “corretta interpretazione”, incoraggiano gli altri ad accettare insegnamenti e pratiche precedentemente condannati dalla Chiesa. (Tra l’altro, insistere su una “corretta interpretazione” o su un'”ermeneutica della continuità” vuol dire ammettere che gli insegnamenti sono ambigui, erronei e problematici). Quando si rifiutano di parlare apertamente della crisi per timore di polemiche, non solo lasciano le anime indifese contro l’eresia del modernismo, ma di fatto contribuiscono alla diffusione di questa che è l’eresia per eccellenza. E devo forse aggiungere che, per amore del Sacro Cuore di Cristo, è meglio evitare, per quanto possibile, di partecipare a questa falsa religione e ai suoi rituali?
Uno dei più grandi errori commessi da molti cattolici conservatori è il tentativo di sostenere contemporaneamente che la gerarchia post-conciliare detiene la piena autorità cattolica e che questa stessa gerarchia ha promulgato liturgie dannose, alimentato confusione dottrinale, promosso l’ecumenismo e assistito al catastrofico crollo della fede e della morale in tutto il mondo. Una simile posizione non è cattolica e crea inevitabilmente grande confusione nelle anime, e Dio solo sa quanto poco ne abbiamo bisogno.
Se ai fedeli viene continuamente ripetuto che le autorità della Chiesa post-conciliare rimangono indiscutibilmente cattoliche, mentre le stesse autorità promuovono insegnamenti e pratiche precedentemente condannati, molti cattolici comuni giungeranno alla conclusione che la dottrina stessa debba essere flessibile. Cominceranno a pensare che il cattolicesimo si evolva con i tempi e il principio stesso dell’immutabilità dottrinale ne risulterà indebolito. Questo è uno scandalo gravissimo, perché attacca i fedeli proprio sul piano della certezza.
Ora, ecco dove vorrei che prestaste attenzione: che siate laici, membri del clero, giornalisti cattolici o cosiddetti creatori di contenuti e influencer: la gravità dello scandalo aumenta in proporzione all’influenza. I teologi preconciliari hanno ripetutamente sottolineato che genitori, clero, insegnanti e scrittori hanno una responsabilità maggiore perché le loro parole plasmano le coscienze. Un padre che rimane in silenzio mentre i suoi figli assorbono idee moderniste commette una grave mancanza del suo dovere. Uno scrittore o un podcaster che minimizza la corruzione dottrinale per preservare la pace raggira le anime, inducendole all’autocompiacimento. Un tradizionalista che tratta pubblicamente la religione postconciliare come cattolica indebolisce la resistenza in coloro che faticano a riconoscere la profondità della crisi.
Questo pericolo è particolarmente grave perché i cattolici moderni sono già stati (mal)formati in un’atmosfera di relativismo dottrinale. Dall’anticattolico Concilio Vaticano II che ha fondato la nuova religione demoniaca, i cattolici hanno assistito a innumerevoli innovazioni un tempo condannate dalla Chiesa: incontri interreligiosi, comunione sulla mano, chierichette, culto ecumenico, libertà religiosa, movimenti carismatici, ministri straordinari dell’Eucaristia, benedizioni LGBTQ e l’abbandono di innumerevoli discipline che un tempo salvaguardavano la riverenza e la chiarezza dottrinale. Intere generazioni sono cresciute senza una chiara comprensione del dogma cattolico, della necessità della vera Fede o delle pretese esclusive della Chiesa fondata da Cristo. In breve, intere generazioni sono in cammino verso l’inferno, credendo di essere cattoliche. In questo ambiente malvagio, l’ambiguità è mortale.
La teologia preconciliare distingueva tra lo scandalo dei deboli e lo scandalo farisaico. I cattolici sono tenuti a evitare di scandalizzare i deboli con condotte che potrebbero indurre le anime al peccato. Tuttavia, i cattolici non sono obbligati a nascondere la verità solo perché altri ne sono offesi. Nostro Signore stesso fu accusato di causare scandalo perché pronunciò verità che i farisei si rifiutavano di accettare.
Questa distinzione è importante. Molti cattolici tradizionalisti temono di parlare apertamente della crisi perché vengono accusati di essere scismatici, rigidi, privi di carità o estremisti. Eppure la verità non può essere sacrificata semplicemente per evitare di offendere coloro che sono legati alla demoniaca falsa religione post-conciliare. Se i cattolici credono sinceramente che le anime siano in pericolo a causa della corruzione dottrinale, del falso ecumenismo e della distruzione liturgica, allora il silenzio non può essere giustificato come “prudenza”.
Oggi esiste una falsa concezione di carità che confonde la gentilezza con il silenzio e la pace con il compromesso. Secondo questa mentalità, non bisogna mai esprimersi con troppa fermezza contro la corruzione dottrinale, perché ciò potrebbe turbare o mettere a disagio le persone. Ma i nostri grandi santi cattolici non intendevano la carità in questo modo. La vera carità è orientata alla salvezza e, pertanto, non è carità rassicurare le anime in situazioni di pericolo.
Un medico che nasconde una malattia mortale al suo paziente non è misericordioso. Allo stesso modo, i cattolici che riconoscono gravi pericoli spirituali e poi continuano ad attenuarli o a nasconderli contribuiscono attivamente alla dannazione delle anime.
I cattolici devono evitare l’orgoglio, l’amarezza, il giudizio avventato. La dottrina sul peccato di scandalo non giustifica la crudeltà, la condanna sconsiderata o l’odio verso le persone coinvolte nella confusione dell’era post-conciliare. Molti cattolici del novus ordo hanno ereditato la religione presentata loro fin dall’infanzia e potrebbero non aver mai incontrato la Fede tradizionale nella sua pienezza. Spesso sono vittime della crisi piuttosto che artefici.
Pertanto, i cattolici tradizionalisti devono distinguere attentamente tra la condanna dell’errore e il disprezzo delle persone. La carità richiede pazienza, chiarezza e sincera sollecitudine per le anime. Lo scopo dell’ammonimento non è il trionfalismo, l’autocompiacimento, ma la salvezza del prossimo. I cattolici devono parlare con verità, sobrietà e con riverenza per la gravità delle questioni in gioco.
Ciò nonostante, il principio centrale rimane: i cattolici non devono diventare strumenti attraverso i quali altri vengono rassicurati nell’errore. Se lo scandalo consiste nel porre pietre d’inciampo davanti alle anime, allora uno dei più grandi scandali della nostra epoca è la normalizzazione della contraddizione dottrinale e della novità religiosa della falsa religione sinodale che pretende di operare sotto il nome di cattolicesimo.
Per questo motivo, i cattolici tradizionalisti hanno il grave dovere di preservare la chiarezza. Devono studiare il magistero perenne, attenersi fermamente ai sacramenti e alle dottrine tradizionali della Chiesa e mettere in guardia gli altri dai pericoli posti dal modernismo, dal sinodalismo e dall’innovazione religiosa. Devono resistere alla tentazione di compromettere la verità solo per essere accettati, in nome dell’unità, della comunità e della pace esteriore.
La crisi attuale è caratterizzata da una tossicità spirituale e dottrinale. Le anime sono confuse, la riverenza è stata distrutta, il dogma è stato oscurato e Satana e il mondo si sono radicati profondamente nella chiesa sinodale, convincendo le anime che essa sia la Chiesa cattolica. In un momento come questo, i cattolici non possono permettersi parole sconsiderate o testimonianze ambigue.
Nostro Signore ha avvertito che gli scandali sono inevitabili, ma ha anche maledetto coloro per mezzo dei quali gli scandali si verificano. Ogni cattolico, pertanto, deve chiedersi se le sue parole e la sua condotta rafforzino le anime nella fede tradizionale o le indeboliscano attraverso compromessi e confusione.
In quest’epoca di caos dottrinale ed ecclesiale senza precedenti, la fedeltà alla verità è uno dei più grandi atti di carità che si possano compiere. Inoltre, diventa partecipazione e contributo alla controrivoluzione in cui siamo impegnati per la restaurazione della regalità di Cristo in ogni ambito della vita.
Tutto ciò significa anche che non ci si può ritirare in enclave tradizionali e isolate, ma bisogna farsi avanti, prendere posizione e parlare con chiarezza e precisione inflessibile.
La guerra totale contro la rivoluzione, a qualsiasi costo, è l’unica opzione possibile se si vuole che la controrivoluzione abbia successo.
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