A Milano niente processione del Corpus Domini. Che ne pensate?

Come abbiamo scritto [qui], l’arcivescovo di Milano, Delpini, ha deciso quest’anno di non tenere la tradizionale processione del Corpus Domini lungo le vie della città. Si farà solo una mini-processione all’interno del Duomo. Nel sito della diocesi ambrosiana [qui] la decisione è motivata dall’esigenza di evitare la «congestione del traffico» e la «concentrazione turistica, che rischiano di svilire l’autentico significato del rito». Il moderator curiae, monsignor Carlo Azzimonti, ha quindi comunicato che «l’arcivescovo si muoverà tra le navate per benedire con il Santissimo Sacramento, così sarà l’Eucaristia a raggiungere i fedeli raccolti in cattedrale».

Dopo la lettera aperta del lettore Speroni, ho chiesto a tutti voi che cosa pensate della decisione di monsignor Delpini, ed ecco le prime risposte.

Scrivete a: aldomariavallimail.com

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Caro Aldo Maria,

ho letto con attenzione la lettera del signor Speroni. Anch’io sono rimasto attonito quando ho letto la notizia della «ritirata» in Duomo.

Meglio di me ha scritto però un carissimo amico sacerdote. Riporto qui sotto le sue parole, che lui ha espresso su un famoso social network. Le sottoscrive integralmente.

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Quando ho letto la notizia sono rimasto a bocca aperta. Ma come? La processione cittadina del Corpus Domini chiusa tra le mura del Duomo? Ma dov’è la Chiesa in uscita tanto sbandierata?

Che senso ha celebrare la Pentecoste come accoglienza del dono dello Spirito, che spinge sulle strade del mondo ad annunciare il vangelo della Pasqua, e poi chiudersi in Duomo per la processione del Corpus Domini?

Problemi di traffico o di poca considerazione e indifferenza? Se la prima comunità apostolica si fosse preoccupata di questo, il Vangelo non sarebbe andato oltre Damasco.

Fare la processione da San Babila fino in Duomo è tutta zona pedonale. Lo stesso si può dire da San Fedele, che si trova dietro palazzo Marino.

Quello posto dalla diocesi è un segno davvero brutto che contraddice il senso del culto pubblico della Chiesa cattolica!

Monsignor Azzimonti, moderator curiae, afferma che così si mantiene la verità del gesto. E qual questo senso? Lo dice lui stesso nell’intervista: «Camminare e pregare guidati dal Santissimo Sacramento portato tra le mani dall’arcivescovo vuole manifestare, attraverso un gesto pubblico, qualcosa che è fondamentale per la nostra fede: adorare la presenza reale del Signore Gesù, il Crocifisso Risorto». Perfetto! Bravo don Carlo, è proprio questo il significato!

Ma… c’è un ma. «Perché questo atto sia vero e sentito – sostiene Azzimonti – occorre che si diano le condizioni oggettive per vivere, nel profondo e nel raccoglimento, la preghiera, il canto, la meditazione. Purtroppo oggi, nella serata di un giorno feriale, come è il giovedì nel quale il Rito ambrosiano prevede la celebrazione del Corpus Domini, nella nostra città ciò non è possibile. Le problematiche della viabilità caratterizzata da un traffico automobilistico sempre intenso, specie nelle zone semicentrali ma anche periferiche di Milano, rendono impraticabile la processione così come dovrebbe essere. Mentre in centro l’overtourism rischia di farla apparire un’iniziativa folcloristica, perdendo quindi totalmente la natura e il senso del rito».

Cosa? Ci deve essere qualche problema logico con il principio di non contraddizione!

Il traffico? Basta scegliere una zona pedonale: siamo in centro a Milano.

L’overtourism? Ma come parla, monsignore? Un tempo i prelati facevano citazioni in latino, oggi siamo scaduti nell’idioma della perfida Albione!

Mi sembrano proprio scuse ridicole!

Mi consola di non essere il solo a esprimere una forte perplessità di fronte a questa decisione. Scrive don Gabriele Cislaghi (come dargli torto!) che è stato vicepreside dell’Istituto di scienze religiose di Milano e docente di teologia: «Atto di dissenso. Forse sbaglio (forse no). Ma c’è uno stridore immenso tra il racconto delle Pentecoste e la scelta fatta dalla diocesi di Milano per la prossima solennità del Corpus Domini: quella di fare la processione eucaristica all’interno del Duomo, per i corridoi delle navate. A Pentecoste si esce dal Cenacolo, qui ci si rinchiude. E le ragioni addotte? Esperienza non soddisfacente, viabilità, overtourism. Ma si può? Quel Cinquantesimo giorno c’era esattamente overtourism (“siamo parti, medi, elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, romani qui residenti, giudei e proseliti, cretesi e arabi”), e quello che accadeva veniva frainteso e anche deriso (“Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: che cosa significa questo? Altri invece li deridevano e dicevano: si sono ubriacati di vino dolce”). Lo capisco. È faticoso, frustrante, apparentemente diseguale nel rapporto costi/benefici passare nelle strade dell’indifferenza, dell’ignoranza, della bestemmia facile, ma è comunque la nostra gioia e il nostro compito portate Gesù e la nostra fede in Lui vivo e presente. È vero, i linguaggi cambiano, ma il Segno per eccellenza è e rimane quello. Non ne abbiamo altri. Poi si può ragionare su apparati, canti, testi, silenzi eccetera, e immaginare, financo sperimentare: ma non ci si nasconda, e non si nasconda Lui. E poi questa paura di dare fastidio al mondo e alla sua viabilità? A parte l’inopportune paolino, si bloccano le strade continuamente per manifestazioni molto meno eleganti e gentili, sguaiate e politicamente discutibili, per eventi sportivi o parasportivi eccetera, e noi non diciamo mai nulla. Dov’è finita la Chiesa lieta libera e unita? Forse nel sedicente “monastero ambrosiano”?».

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Caro Valli, grazie per il suo prezioso lavoro di sensibilizzazione!

Bruno Perboni

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Caro Aldo Maria,

difficile trovare qualcosa di peggio di Delpini. Qualche anno fa venne nel mio paese per un incontro con i giovani: fu veramente imbarazzante. Non per chissà quali eresie pronunciate, ma per la pochezza della sua testimonianza. Un ometto incolore e insipido: averlo fatto arcivescovo è stato davvero un insulto.

Ah, dimenticavo: a sua eccellenza dobbiamo il poco invidiabile primato di essere stata la prima diocesi a sospendere le sante messe e le funzioni religiose prima ancora che il governo dichiarasse il lockdown ai tempi del Covid.

Veramente una disgrazia per il cristianesimo ambrosiano.

Tutto il resto, compresa la recente decisione sul Corpus Domini, è solo una conseguenza.

Un abbraccio

Michael

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Caro Valli,

trovo la decisione di Delpini coerente con la falsa fede della falsa religione che ha occupato Roma. Si vergognano del Corpo di Cristo. Sono apostati, ma stiano attenti: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua…”.

Noi peccatori ma adoratori del Corpus Domini andiamo avanti senza di loro.

Cordiali saluti a lei, profonda disistima a loro.

Giorgio A. Crotti

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Caro Valli,

in merito alla decisione di monsignor Delpini: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”. Oracolo del Signore (Geremia 23:1).

Ugo

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Caro Valli,

già il nome del rappresentante della curia, moderator curiae, basta e avanza per comprendere dove siamo arrivati, Manco fosse una S.p.A. La lettera del signor Speroni spiega benissimo il nocciolo della questione. Il resto – intendo la risposta della curia – sono solo chiacchiere e distintivo, come si diceva in un vecchio film americano.

Roberto Schenetti

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Carissimo Valli,

devo dissentire dalla lettera aperta del gentile lettore a monsignor Delpini.

Io – controcorrente, lo comprendo – sono d’accordo con il monsignore, una volta tanto. Non penso che la processione del Corpus Domini, se si snodasse tra le vie dell’eretica Milano, attrarrebbe qualcosa di diverso che sputi, insulti e bestemmie di cittadini e turisti.

All’inizio di una conversione, quando l’esperienza di Cristo è del tutto nuova, si sente il bisogno di condividere con il prossimo la propria gioia, ed è cosa sacrosanta e giusta. Anche a me, che in un lontano passato fui buddhista, da nuovo convertito successe la stessa cosa. Ma dovetti, dopo qualche tempo, desistere, e lo feci con profonda delusione. E le spiego perché, caro Valli: il mondo è profondamente diverso da com’era una volta. Chi ascolta un cristiano autentico non è minimamente interessato a ricevere il lieto annuncio. Dal momento che il cristianesimo è recepito dai non addetti ai lavori come una pappa molle e sciropposa, per parrocchiani, non solo non si bada a Cristo, ma chi lo testimonia è visto come un debole. Un uomo senza nerbo, senza spina dorsale, che crede agli unicorni perché nella vita ha fallito.

Quando si professa la fede, qual è il Cristo che le masse recepiscono? Non certo quello di san Pietro da Verona, che scrisse per terra “Credo” con il suo sangue prima di rimettere la vita. Il Cristo degli uomini d’oggi è l’amicone biancovestito, un po’ barbone, con capelli e barba lunga, un po’ omosessuale, che si siede con loro su una panchina e li ascolta con il sorrisone stampato in faccia. Ed è più che logico che di quel Cristo non abbiano alcun bisogno, e che venga voglia di fargli sberleffi.

Il mondo ha dimenticato Cristo? Allora i cristiani veri devono dimenticarsi del mondo. Ricordiamoci dell’esempio di san Benedetto da Norcia, che nel VI secolo, di fronte alla Roma di nuovo barbara, girò i tacchi e passò al bosco.

Con Bergoglio si è raggiunto l’abisso: ormai, a mio giudizio, non si può più sperare di intavolare grandi discorsi per convincere di Cristo, anzi è la stessa Chiesa che ha bisogno di conversione.

La tattica di Benedetto XVI non era un dialogo qualsiasi, bensì un dialogo che aveva lo scopo ultimo di portare l’errante alla Verità. Ma la società ha abbandonato la logica. Si dice – l’ho letto spesso anche sul suo blog – che l’abbia abbandonata per l’emozione. Io dissento: l’ha abbandonata per la bestialità: quando in un discorso si ha torto in modo palese, si alza la voce e si zittisce chi ci accusa. Basta vedere l’esempio dei nostri politici per rendersene conto. Per questo Benedetto XVI, purtroppo, fallì.

Cristo non lasciò nulla di scritto: se discorsi fece, parlò per parabole e per quelli che in giapponese verrebbero chiamati koan: veri e propri rompicapo verbali che nessuna spiegazione vale a illuminare. No, Cristo convertì con i miracoli, cioè con qualcosa di diverso dalla parola: soltanto in quel modo infatti si potevano conquistare le anime.

Allora penso che in un mondo che ormai si esprime a gesti, il vero cristiano deve diventare muto. Bisogna fare come Cratilo, il filosofo greco del V secolo che, giungendo alla conclusione che il linguaggio fosse inutile, si limitava a indicare gli oggetti.

Quando un discepolo di Confucio gli disse che voleva andare dall’imperatore della Cina per insegnargli il buongoverno, Confucio gli rispose atterrito: “Pazzo! Il tao non tollera miscugli!”. Voleva dire che chi possiede la verità non potrà sperare di insegnarla a chi della verità si fa un baffo: soltanto se la sete, oserei perfino dire la nostalgia della verità si manifestasse, un giorno, nel cuore di questo mondo disgraziato si potrà sperare di trovare un maestro in grado di insegnarla: “Nolite anteponere margaritas ante porcos“.

Scusi se mi sono dilungato, ma mi pareva il caso.

Con stima e profondo affetto,

Alessandro Orecchio

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