Tra i poveri e gli algoritmi: quale uomo emerge dal magistero di Leone XIV?
di Giulio Ferri
Negli ultimi mesi il pontificato di Leone XIV ha preso forma attraverso due grandi linee tematiche: da una parte l’attenzione sociale verso i poveri, sviluppata nell’esortazione apostolica “Dilexi te”; dall’altra la forte preoccupazione per l’intelligenza artificiale, affrontata nella recente enciclica “Magnifica humanitas”. Le due cose, in realtà, non sono separate. E proprio questa connessione permette di comprendere il cuore del pensiero del papa.
In “Dilexi te”, Leone XIV riprende e sviluppa molti temi cari a papa Francesco: la centralità dei poveri, la denuncia delle disuguaglianze strutturali, la critica a un’economia che produce scarti umani, il richiamo a una Chiesa capace di vicinanza concreta. Il documento insiste sul fatto che Cristo si identifica con i piccoli, gli esclusi, gli invisibili della storia. La povertà non viene presentata soltanto come un problema economico, ma come una ferita antropologica e spirituale che rivela il modo in cui la società guarda l’uomo.
Fin qui, nulla di estraneo alla tradizione cattolica. Anzi. La dottrina sociale della Chiesa ha sempre affermato che il modo in cui una civiltà tratta i più deboli rivela la verità della sua anima.
Ma il punto decisivo emerge quando questo discorso viene collegato all’altra grande iniziativa magisteriale del pontificato: la riflessione sull’intelligenza artificiale contenuta in “Magnifica humanitas”. Qui Leone XIV descrive l’AI come una delle sfide decisive del nostro tempo, denunciando il rischio di una nuova “Torre di Babele” tecnologica, dominata da concentrazioni di potere economico e da processi di disumanizzazione.
È impossibile non riconoscere la serietà della questione. L’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro, la comunicazione, la politica, perfino il modo in cui l’uomo percepisce sé stesso. Ignorare tutto questo sarebbe irresponsabile.
E tuttavia proprio qui nasce una domanda inevitabile.
Era davvero opportuno dedicare una grande enciclica all’intelligenza artificiale mentre la Chiesa cattolica attraversa forse la più grave crisi dottrinale e spirituale degli ultimi decenni?
La domanda non è provocatoria. È teologica.
Perché oggi la Chiesa non è devastata principalmente da una crisi tecnologica. È devastata da una crisi di fede. Dalla dissoluzione della liturgia, dall’ambiguità morale, dalla perdita del senso del sacro, dalla confusione antropologica, dalla crisi dell’autorità, dagli scandali, dal relativismo penetrato perfino nel linguaggio ecclesiale.
Di fronte a questo scenario, molti cattolici si chiedono: possibile che la priorità magisteriale diventi l’algoritmo, mentre la casa brucia spiritualmente?
Naturalmente sarebbe ingiusto opporre artificialmente le due cose. Leone XIV non ignora esplicitamente i problemi interni della Chiesa. In “Magnifica humanitas” parla persino della necessità di purificare le strutture ecclesiali dagli abusi di potere e dalle distorsioni istituzionali. Ma resta la sensazione che il baricentro del discorso si stia spostando sempre più verso grandi questioni sociali e globali, mentre il dramma propriamente teologico della Chiesa contemporanea rimane sullo sfondo.
Ed è qui che emerge il nodo più profondo: quale umanesimo sta proponendo Leone XIV?
A prima vista, l’impianto appare profondamente cristiano. Il papa difende la dignità della persona contro la riduzione tecnocratica dell’uomo a dato, funzione o produttività. Denuncia l’idolatria della tecnica, il dominio dei grandi poteri economici, il rischio di una società governata da logiche impersonali. Tutto questo appartiene certamente alla migliore tradizione del pensiero cattolico.
Eppure, leggendo attentamente questi testi, emerge anche una tensione.
L’uomo di cui si parla è ancora integralmente l’uomo del cristianesimo classico? Oppure tende progressivamente a diventare soprattutto un soggetto sociale da proteggere, includere, emancipare?
La differenza è enorme.
L’umanesimo integralmente cristiano non nasce anzitutto dalla dignità naturale dell’uomo, ma dal fatto che l’uomo è chiamato alla comunione soprannaturale con Dio attraverso Cristo. La questione decisiva non è soltanto che l’uomo venga rispettato, ma che venga salvato.
Ora, nei documenti di Leone XIV, il linguaggio della dignità umana è fortissimo. Quello della redenzione, del peccato, della conversione, della lotta spirituale appare molto più attenuato.
Cristo emerge certamente come difensore degli ultimi, come volto dell’amore misericordioso, come garante della dignità umana. Ma molto meno come giudice escatologico, redentore dal peccato, Signore che chiede conversione radicale.
È un Cristo profondamente compassionevole. Ma talvolta sembra meno drammatico. E questa trasformazione del tono non è secondaria. Perché il modo in cui si parla di Cristo modifica inevitabilmente anche il modo in cui si comprende l’uomo.
Nel cristianesimo tradizionale, la miseria fondamentale dell’uomo non è economica, tecnologica o sociale. È spirituale. È il peccato. Tutte le altre ferite derivano, in ultima analisi, da questa frattura originaria.
Quando invece il discorso ecclesiale si concentra prevalentemente sulle strutture economiche, sulle disuguaglianze, sull’esclusione o sulla tecnocrazia, il rischio è che il male venga percepito soprattutto come sistema e sempre meno come problema del cuore umano.
Non è un caso che in molti testi contemporanei il lessico sociale sia diventato molto più sviluppato del lessico ascetico e soprannaturale.
Ed è qui che emerge la domanda più inquietante: l’enciclica sull’intelligenza artificiale rischia forse di funzionare anche come una sorta di “distrazione” di massa rispetto ai problemi reali della Chiesa?
La parola è dura, ma la questione esiste.
Perché mentre si discute di algoritmi, automazione e governance digitale, intere comunità cattoliche vivono una crisi devastante della fede, della morale e della liturgia. Mentre si denunciano i pericoli del transumanesimo, molti fedeli non sanno più distinguere tra peccato e virtù. Mentre si parla di “umanità aumentata”, cresce nella Chiesa stessa una profonda perdita del senso della trascendenza.
Naturalmente non penso che Leone XIV agisca in malafede. Sarebbe ingiusto e semplicistico dirlo. Credo piuttosto che il suo pontificato esprima una convinzione precisa: che la Chiesa debba parlare alle grandi paure globali del XXI secolo per restare significativa nella storia contemporanea.
Ma proprio qui emerge il rischio.
Una Chiesa troppo concentrata sulle emergenze del mondo rischia lentamente di adottare anche le categorie del mondo.
E allora il cristianesimo può trasformarsi, quasi senza accorgersene, in un grande umanesimo etico globale: molto sensibile alla dignità, alla pace, all’inclusione, alla giustizia sociale, ma sempre meno centrato sul destino soprannaturale dell’uomo.
È questo il punto decisivo.
Perché la Chiesa non esiste semplicemente per produrre un mondo più umano. Esiste per annunciare Cristo. E Cristo non è venuto soltanto a migliorare le condizioni dell’esistenza umana. È venuto a salvare l’uomo dal peccato e dalla morte.
Se questa gerarchia si capovolge, anche il linguaggio più nobile rischia lentamente di perdere il suo centro.
Forse è proprio qui che si gioca la vera sfida del pontificato di Leone XIV. Non tanto nella capacità di denunciare i pericoli dell’intelligenza artificiale — cosa spesso lucida e condivisibile — ma nel riuscire a mantenere il primato del soprannaturale dentro un mondo sempre più ossessionato dall’umano.
Perché una Chiesa che parla soltanto dell’uomo finisce inevitabilmente per assomigliare al mondo. Una Chiesa che parla di Dio, invece, può ancora salvare il mondo.
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