Analisi / Verso il 1° luglio. Con Roma o con la FSSPX? Si può stare con entrambe. Anzi si deve. Ed ecco perché
di Luca Foglia
Caro Aldo Maria,
con grande interesse ho letto gli interventi precedenti pubblicato nel blog, da cui ho tratto ispirazione per una ricerca che dovrebbe fornire una risposta comprensibile alle due domande rivolte ai lettori: con chi stare tra Chiesa e Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX) e che cosa fare in caso di scomunica della FSSPX dopo il primo luglio, giorno in cui verranno ordinati quattro vescovi senza il mandato del papa.
Non sono un teologo né un esperto di diritto canonico, però ci provo.
Premessa storica
Per fortuna abbiamo dalla nostra ventuno secoli di storia della Chiesa. Due episodi su tutti tornano utili.
Il primo: l’eresia ariana del IV secolo che negava la divinità di Gesù, cui sant’Atanasio si oppose fermamente provocando le ire di imperatori e vescovi che gli costarono ben cinque esili. Sopportò diciassette anni di sofferenze senza uscire dalla Chiesa. Per chi non lo sapesse, oggi il Credo apostolico che recitiamo a ogni messa porta la firma del grande santo egiziano.
Il secondo: la cattività avignonese del XIV secolo. Forse il momento più buio e pericoloso per i successori degli apostoli, cui una santa come Caterina da Siena si oppose con tutte le forze non solo senza uscire dalla Chiesa, ma addirittura riportandoci dentro il papa stesso.
Situazione attuale
È indubbio che siamo di fronte a una nuova crisi della Chiesa, oggettiva e profonda. Ma sarebbe meglio dire che la crisi riguarda la rotta che la gerarchia ecclesiastica sta tracciando da qualche decennio, perché la Chiesa, in quanto Corpo Mistico di Cristo e tempio dello Spirito Santo, viaggia saldamente verso la fine dei tempi, che solo il buon Dio conosce.
Senza dilungarsi troppo, si può riassumere la deriva attuale come il tentativo di trasformare la Chiesa da realtà divina, che trascende il tempo e lo spazio proprio perché fondata da Dio, a una sorta di organismo internazionale che pone l’uomo e lo spirito dei tempi al centro della sua missione.
Invece, per insegnamento diretto di Cristo, la missione ultima (legge suprema) della Chiesa è quella ben espressa dal canone 1752 del Diritto canonico, ovvero la salvezza delle anime e non la salute o il benessere economico e sociale. Ripeto: la salvezza delle anime (la vita eterna), un concetto che mal si sposa con una realtà che non sia divina e trascendente.
Lo stato di necessità
Stato di necessità è il concetto fondamentale per rispondere alle due domande del blog.
Torniamo al canone 1752: ogni qual volta la salvezza delle anime è messa in pericolo in maniera reale e duratura o imminente, si può invocare lo stato di necessità.
Questo stato non dà un potere assoluto a chi lo invoca né lo assolve a priori per gli atti che compie. Vi sono alcune condizioni. Vediamole.
- Il pericolo reale e duraturo: non bastano degli accadimenti potenziali di future conseguenze o isolati, né di dubbia interpretazione o basati su sospetti.
- Il pericolo imminente: sostanzialmente il rischio concreto e prossimo di morte, che è forse l’unico caso che può fare a meno della condizione successiva.
- L’esistenza di una comunità strutturata con una sua gerarchia e una presenza stabile di fedeli: in poche parole non si applica al singolo sacerdote che ritiene ci si trovi nello stato di necessità.
- La ferma volontà di rimanere nella Chiesa: essendo appunto una necessità, da essa non deve scaturire una separazione dalla Chiesa o l’instaurazione di un’altra Chiesa.
- L’applicabilità limitata al caso o alla comunità specifica, altrimenti diverrebbe uno stato duraturo e di fatto porterebbe alla creazione di una istituzione alternativa alla Chiesa.
- La conformità al canone 1323, ovvero la necessità non deve giustificare atti cattivi o dannosi per la salvezza delle anime, altrimenti ci si troverebbe in netto contrasto col canone 1752 (e il buon senso).
- L’applicabilità del canone 144 (Ecclesia supplet). In caso di errore o dubbio comune e in buona fede riguardante il fatto che il sacerdote abbia il permesso ufficiale del “Vaticano”, è la Chiesa stessa che interviene rendendo validi i sacramenti amministrati in tale circostanza (è la questione più complicata, ci torneremo dopo).
La FSSPX, che invoca lo stato di necessità, sta agendo nel modo corretto?
Risposta netta: sì, perché rispetta tutte le condizioni sopra elencate. Vediamole una a una.
La FSSPX:
- agisce in uno stato di necessità reale e duraturo col fine ultimo della salvezza delle anime, quindi conformemente al canone 1752 (condizione a). Sfido chiunque dotato di buon senso, ragione ed elementare conoscenza della propria religione a dire il contrario. Rifiuto di parte della ricca tradizione della Chiesa e dei suoi santi, annacquamento dei dogmi e dei sacramenti, messa in discussione di tutto l’immenso patrimonio culturale e spirituale del cattolicesimo, relatività degli insegnamenti, episodi di blasfemia, ridimensionamento del ruolo della Vergine Maria, pericolose interconnessioni con gli organismi internazionali politici e finanziari, nomine dei vescovi in Cina, per non parlare della negazione dell’inferno o delle verità immutabili: sono tanti e tali gli episodi che solo chi li ignora (e allora gli vanno spiegati) o è in malafede può negare lo stato di necessità.
- Il pericolo imminente qui non si applica per ovvie ragioni (condizione b).
- Ha una comunità strutturata da oltre cinquant’anni con la presenza stabile e crescente di fedeli (condizione c).
- Vuole rimanere nella Chiesa, come testimoniate più volte fino all’ultima dichiarazione di qualche giorno fa (qui) del suo capo (condizione d).
- Chiede la nomina di quattro vescovi per assicurare la continuità alla Fraternità stessa e, sostanzialmente, per poter amministrare i sacramenti ai propri fedeli, non per instaurare una Chiesa alternativa a quella cattolica romana. In pratica, i loro vescovi non si sostituiscono a quelli diocesani Servono la loro comunità e basta (condizione e).
- Vuole amministrare i sacramenti necessari per la salvezza delle anime della propria comunità; quindi, rispetta pienamente la condizione f.
- Si appella per i sacramenti al canone 144 che, spiegato nella maniera più semplice possibile, rende validi e legittimi i sacramenti amministrati in situazioni straordinarie. Concretamente, se un sacerdote della Fraternità mi confessa e mi sposa, sono confessato e sposato anche per la Chiesa di Roma, anche se formalmente manca il “timbro” rilasciato dal Vaticano.
Per le ordinazioni episcopali la FSSPX si rifà principalmente allo stato di necessità.
È un punto controverso cui hanno prestato attenzione sia papa Benedetto XVI sia papa Francesco, i quali, per risolvere la questione a monte, hanno ritenuto leciti i sacramenti amministrati dai vescovi e dai sacerdoti della Fraternità, pur senza tuttavia giungere a una sua completa “riabilitazione”.
A che punto siamo in vista delle ordinazioni del primo luglio?
La Fraternità ha presentato il 26 maggio i nomi e i curricula dei quattro vescovi che saranno ordinati tra un mese. Al contempo ha espresso la necessità di parlare direttamente col Santo Padre, che per ora si è rifiutato di farlo. La questione è stata affidata al prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, cardinale Fernández, il quale si è mostrato poco aperto al dialogo con il superiore della Fraternità, don Pagliarani.
Premesso che, per i motivi elencati sopra i fedeli della FSSPX stanno in una botte di ferro, e quindi anche dopo l’eventuale scomunica potranno tranquillamente continuare ad andare a messa e ricevere validamente e legittimamente i sacramenti, è ovvio che una rottura con Roma sarebbe un duro colpo per tutti quanti.
Si fa veramente fatica a capire il motivo per cui, in un momento storico in cui la religione cattolica subisce attacchi da ogni dove, ci si debba fare del male da soli, tormentando una comunità che è più vicina agli insegnamenti del Cristo di una miriade di altre realtà per nulla osteggiate dalla gerarchia ecclesiastica. Tanto per essere chiari, mi riferisco alle derive di molte diocesi tedesche, o alle consacrazioni tanto care al cardinale Parolin (detto anche Paro Lin) di vescovi cinesi “fedeli” a Pechino. Senza dimenticare la confessione con relativa assoluzione collettiva autorizzata dai vescovi piemontesi (in accordo con Roma) durante il Covid: credo che persino san Giovanni Crisostomo avrebbe avuto difficoltà a giustificare lo stato di necessità all’infuori del caso dei singoli individui in punto di morte, eppure è stato concesso.
In fin dei conti, è un paragone già citato da altri, ma che vale la pena riprendere: la Fraternità segue l’esempio di san Roberto Bellarmino che, dall’interno della Chiesa, riaffermò con forza gli insegnamenti di Cristo contro le derive dei riformatori protestanti di fine Cinquecento, derive non così distanti da quelle odierne.
Quindi come risolvere la diatriba?
Solo il Santo Padre può farlo, perché, al di là delle simpatie o antipatie personali, il cardinale preposto alla risoluzione della controversia (Fernández) non è adeguato al ruolo che ricopre. Non che il collegio cardinalizio nella sua interezza abbia brillato per fortezza e temperanza negli ultimi tempi. Persino le eminenze più conservatrici paiono oggi affaccendate in altre faccende, con la sola eccezione di quel sant’uomo del cardinale Zen. Sotto questo aspetto, si possono comprendere alcune (non tutte) titubanze di papa Leone.
Un tempo, e anche qui si capisce l’importanza di duemila anni di storia, la Chiesa era maestra di diplomazia, oggi invece confonde l’arte del negoziato col dire sì a tutti tranne che ai suoi figli (come ai vescovi Strickland e Viganò, tanto per citarne due).
Si potrebbe convocare il superiore della FSSPX e, ad esempio, proporgli un’altra data rispetto al 1° luglio, oppure accettare tre candidati su quattro e proporne uno alternativo. Insomma, usare un po’ di buon senso (che precede la ragione agostiniana/tomista) e allo stesso tempo riaffermare l’autorità della Santa Sede. Sarebbe anche un modo per “stanare” l’intransigenza che spesso viene rimproverata alla FSSPX.
In conclusione
Si può stare tranquillamente con la FSSPX senza essere contro la Chiesa o fuori da essa ma anzi proprio per difendere la Chiesa. Il diritto canonico, i santi e il magistero confermano questa tesi. Anche dopo l’eventuale scomunica, ovviamente rispettando sempre le condizioni dello stato di necessità.
In definitiva, non è, come lo vogliono far apparire, uno scontro fra tradizione e modernità, per cui se sto con la Chiesa, ma sarebbe meglio dire con la Santa Sede, sono al passo coi tempi e altrimenti no. Ancora meno possiamo parlare di scisma. La Fraternità è conscia della gravità dell’atto previsto per il primo di luglio, non lo prende alla leggera; tuttavia lo riconduce all’ancor più grave stato di necessità, motivo per cui i vescovi non si sostituiranno a quelli nominati da Roma.
Gli uomini di Chiesa possono sbagliare, come tutti. In questo caso c’è ancora tempo per prendere la decisione giusta senza tormentare inutilmente le anime dei credenti. Che il buon Dio ci assista!



