Opinione / Scomunica per la FSSPX? Per Roma sarebbe un errore madornale

di Carlo Foresti

Caro Valli,

scrivo per proporre un’analisi in merito all’annuncio delle prossime consacrazioni episcopali da parte della Fraternità San Pio X e ai venti di scomunica che tornano a soffiare dal Vaticano.

Molti commentatori si affannano a paragonare la situazione odierna a quella del 1988, eppure omettono di considerare una differenza fondamentale che muta radicalmente gli equilibri in gioco.

Tutta l’analisi, infatti, dovrebbe partire da un dato di fatto: nel 1988 la gente guardava la televisione o leggeva i quotidiani. Il monopolio dell’informazione era saldamente nelle mani dei grandi media e, quando monsignor Lefebvre compì il suo atto di eroica resistenza per la sopravvivenza della Tradizione, fu un gioco da ragazzi per l’apparato curiale etichettarlo immediatamente come scismatico. La scomunica fu calata dall’alto e la frittata era fatta: la stragrande maggioranza dei fedeli, informata a senso unico dai telegiornali, accettò la narrativa ufficiale senza troppe domande.

Oggi, però, lo scenario è completamente capovolto.

La gente sta abbandonando in massa la televisione e la stampa di regime per accedere a diverse fonti di informazione. I fedeli navigano in rete, si confrontano sui blog, si scambiano documenti e hanno imparato a conoscere direttamente le reali posizioni della Fraternità, senza filtri e senza censure. Le coscienze si sono risvegliate e non sono più disposte a bere passivamente le sentenze di condanna emesse da un Sinedrio contemporaneo.

Oltre al risveglio dell’informazione, c’è un dato puramente numerico da non sottovalutare. Nel 1988 la FSSPX contava circa quattrocento sacerdoti e a causa delle scomuniche ne perse circa il 30%. Oggi la Fraternità conta invece oltre settecento sacerdoti, tutti allevati e forgiati nel clima di cosiddetta “irregolarità canonica”. Una nuova eventuale raffica di scomuniche non intaccherebbe in alcun modo questa salda compagine.

Alla luce di questo innegabile mutamento, ci pensi bene papa Leone XIV prima di scomunicare i nuovi consacrati e i consacratori.

Se a Roma credono di poter isolare il mondo della Tradizione brandendo la scure del diritto canonico, commettono un errore di calcolo madornale, perché oggi potrebbero ottenere l’effetto diametralmente opposto.

Una nuova raffica di scomuniche, infatti, anziché spaventare il gregge, si trasformerebbe in un formidabile propulsore per una maggiore e massiccia adesione alla causa tradizionalista. E ad ingrossare quelle fila sarebbero soprattutto i molti cattolici che, proprio come il sottoscritto, hanno vissuto il pontificato bergogliano come la vera e propria Hiroshima della Chiesa. Chi è sopravvissuto alla devastazione dottrinale, morale e liturgica di quegli anni, chi ha visto le proprie parrocchie ridotte a macerie e svuotate del sacro, non si farà certo intimidire da un pezzo di carta bollata.

Non dimentichiamo, infine, l’impatto decisivo che ha avuto il periodo della pandemia: mentre il Vaticano e le Conferenze episcopali adottavano un atteggiamento servile verso il potere civile, chiudendo le chiese, la Fraternità ha mantenuto ferma la priorità spirituale, assicurando sempre i sacramenti e i conforti religiosi a chiunque li chiedesse. Questa fedeltà ha saldato un legame indistruttibile con i laici.

A questo quadro si aggiunge il totale fallimento delle illusioni di pace liturgica. Nel 1988 si poteva forse ancora sperare che le comunità tradizionali potessero convivere pacificamente all’interno delle strutture ufficiali. Ma oggi, dopo che papa Francesco ha di fatto cancellato il “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI attraverso la promulgazione di “Traditionis custodes”, i fedeli hanno compreso a proprie spese che Roma è pronta a rimangiarsi la parola data. Questa amara consapevolezza rende la posizione di indipendenza della Fraternità l’unica vera garanzia per poter preservare la santa messa antica senza dover sottostare a compromessi o a restrizioni improvvise.

Come ulteriore elemento, non si può ignorare la totale perdita di credibilità e dello stigma psicologico della scomunica: se la gerarchia curiale che minaccia di scomunicare i difensori della Tradizione è la stessa che, attraverso documenti come “Fiducia supplicans”, arriva ad autorizzare la benedizione delle coppie dello stesso sesso, oppure che promuove un vuoto dottrinale in nome di una vaga “sinodalità”, i fedeli trarranno le inevitabili conseguenze. Essi percepiranno un’eventuale scomunica non come una tremenda condanna divina, ma come una medaglia d’onore e un inequivocabile certificato di ortodossia cattolica.

Oggi sappiamo bene che il bene supremo è la salvezza delle anime e che i sacramenti di sempre sono l’unico vero antidoto al veleno del modernismo.

Sicché, se Roma dovesse davvero procedere con le condanne, non farà altro che indicare a noi esiliati dove si trova l’ultima, inespugnabile fortezza in cui rifugiarsi.

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