Lettera aperta al cardinale Fernández / No alla deriva emotivo-sentimentale-femminista nel corpo ecclesiale

Ricevo e diffondo questa lettera aperta al cardinale Víctor Fernández, responsabile del Dicastero per la dottrina della fede.

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di Paolo Olivieri

«Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti» (1 Corinzi 16,13)

Al reverendissimo cardinale prefetto del Dicastero per la dottrina della fede

Eminenza reverendissima,

l’Apostolo ci ammonisce: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente» (Rm 12,2).

Il sottoscritto, mosso esclusivamente dallo zelo per la gloria di Dio, per la salvezza delle anime e per la difesa dell’integrità della Fede cattolica, si vede costretto a indirizzare a codesto Supremo Tribunale della Dottrina una formale, pubblica e grave denuncia. L’ora presente esige che si rompa il silenzio complice dinanzi a un vulnus che non colpisce semplicemente la prassi amministrativa o l’ordinamento burocratico della Curia romana, ma intacca direttamente la costituzione divina della Chiesa (Divina Institutione), operando una surrettizia e sistematica introduzione dell’ideologia femminista radicale e del modernismo antropologico nei vertici della gerarchia ecclesiastica.

L’atto formale che suscita questa indifferibile reazione è l’inaudita ed esiziale prassi – culminata da ultimo nella nomina di figure laiche femminili alla guida apicale di dicasteri della Sede apostolica – di scindere la potestas jurisdictionis (il potere di governo) dalla potestas ordinis (il potere d’ordine sacro), al fine di compiacere le agende egualitarie del secolo presente. Dinanzi a tale apostasia pratica, si espone quanto segue, acciocché codesto Dicastero ritratti formalmente tali tesi e nomine sovversive, pena la constatazione oggettiva di trovarsi de facto fuori dalla comunione con la Chiesa di sempre.

I. Primato del Logos e condanna della deriva emotivo-sentimentale

La fede cattolica riposa sull’assenso fermo dell’intelletto alla Verità oggettiva rivelata da Dio, e non sulle fluttuazioni del sentimento o sulle suggestioni psicologiche dell’animo umano. Come solennemente definito dal Concilio Vaticano I nella Costituzione dogmatica «Dei Filius»: «La fede cattolica, che è inizio della salvezza dell’uomo, è una virtù soprannaturale per la quale, con l’ispirazione e l’aiuto della grazia di Dio, crediamo vere le cose da Lui rivelate, non per l’intrinseca verità delle cose scorta con la luce naturale della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio rivelante, il quale non può ingannarsi né ingannare» (Concilio Vaticano I, Sess. III, Cap. 3).

La pedagogia divina ha sempre parlato alla mente dell’uomo, poiché è nel nous, nell’intelletto illuminato dalla Grazia e nella volontà sottomessa alla Legge di Dio, che si gioca il destino eterno dell’anima. L’apostolo san Paolo ammonisce costantemente a non lasciarsi sedurre dalle passioni o dalle dottrine conformi ai desideri del mondo, ordinando un “rationabile obsequium“, un culto spirituale fondato sulla retta ragione (Rom 12, 1).

Al contrario, la prassi contemporanea ha instaurato una vera e propria dittatura dell’emozione, elevando il pathos sentimentale a criterio di discernimento ecclesiale. Questa infiltrazione modernista, già condannata da papa san Pio X nell’enciclica «Pascendi Dominici gregis», agisce come un narcotico dopaminergico sulle masse. Il santo pontefice descriveva profeticamente questo male come l’errore di coloro che pongono la fede nel «sentimento religioso» o nell’«immanenza vitale», riducendo il dogma a un’esperienza psicologica mutevole: «I modernisti pongono la fede in un certo sentimento intimo, originato dal bisogno del divino… Questo sentimento essi lo chiamano col nome di fede, ed in esso pongono l’inizio della religione» (Pio X, «Pascendi Dominici gregis», 1907)

Sostituendo il linguaggio virile, dogmatico e immutabile del magistero tradizionale con slogan ad alto impatto emotivo e sentimentale, le autorità ecclesiastiche hanno indebolito la difesa della dottrina. L’ingresso di una mentalità effeminata, che privilegia l’inclusione emotiva rispetto alla proclamazione della Verità che salva, ha trasformato la Chiesa da baluardo contro le eresie a cassa di risonanza delle istanze psicotrope del mondo.

II. Istituzione divina della potestà gerarchica esclusivamente maschile

La struttura della Chiesa non è passibile di riforme democratiche o sinodali, essendo stata fissata per l’eternità dal suo Divino Fondatore. Cristo Gesù, Logos incarnato, ha scelto esclusivamente uomini per l’esercizio del sacerdozio e per il governo del suo gregge. Questa determinazione non rispondeva affatto a limitazioni sociologiche del tempo, ma a un disegno metafisico preciso: l’esercizio dell’autorità e della giurisdizione spirituale esige l’incarnazione del principio paterno, ordinatore e inflessibile proprio della virilità.

Il Concilio ecumenico di Trento, nella Sessione XXIII («De Sacramento Ordinis»), ha definito anatema chiunque affermi che nella Chiesa cattolica non vi sia una gerarchia istituita per disposizione divina, formata da vescovi, sacerdoti e ministri: «Se qualcuno afferma che nella Chiesa cattolica non vi sia una gerarchia istituita per divina disposizione, che è composta da vescovi, presbiteri e ministri: sia anatema» (Concilio di Trento, Sess. XXIII, Can. 6).

Il potere di giurisdizione, con cui si reggono e governano i fedeli, è intrinsecamente e indissolubilmente legato all’ordine sacro. Papa Pio XII, nella Costituzione apostolica «Sacramentum Ordinis», ha ribadito che per l’istituzione divina l’unico soggetto capace di ricevere il sacramento dell’ordine, e conseguentemente di esercitare la potestà gerarchica apicale nella Chiesa, è il maschio battezzato: «La Chiesa non ha alcuna potestà di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, e questa sentenza deve essere tenuta da tutti i fedeli della Chiesa come definitiva» (Cfr. la dottrina perenne riassunta da Pio XII e dal magistero costante).

Elevare una donna al ruolo di prefetto di un dicastero romano significa attribuirle una “potestas jurisdictionis” ordinaria sopra l’episcopato e il clero, spezzando il vincolo dogmatico tra ordine e giurisdizione. Questa operazione declassa la Curia romana a un mero apparato burocratico profano, introducendo un egualitarismo funzionale di chiara matrice massonica e femminista, inconciliabile con la Rivelazione.

III. Subversione femminista e devirilizzazione del corpo ecclesiale

L’introduzione delle donne nell’esercizio dell’autorità dottrinale e di governo costituisce una violazione del mandato apostolico. San Paolo, scrivendo sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, ha posto un divieto metafisico e perpetuo, inteso a preservare l’integrità del Logos dalle contaminazioni psicologiche del sentimento: «Le donne tacciano nelle assemblee; poiché non è loro permesso di parlare, ma devono stare sottomesse, come dice anche la legge» (1 Cor 14, 34).

E ancora: «Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di comandare sull’uomo, ma che se ne stia in silenzio» (1 Tim 2, 12).

Papa Leone XIII, nell’enciclica «Sapientiae christianae», ricordava che i doveri dei cristiani nell’esposizione della fede spettano primariamente a coloro che sono stati investiti dell’autorità gerarchica, la quale deve essere esercitata con fortezza virile e stabilità immutabile: «I doveri dei cattolici, specialmente in questo tempo, esigono che essi custodiscano la fede con la massima vigilanza e fermezza… Il predicare poi, cioè l’insegnare, spetta per diritto divino ai maestri, ossia a coloro che lo Spirito Santo ha posto come vescovi a reggere la Chiesa di Dio» (Leone XIII, «Sapientiae christianae», 1890).

La penetrazione delle teorie femministe ha invece prodotto un clero privo di spina dorsale dogmatica, intimorito dal giudizio del mondo e incline a una retorica sentimentale di tolleranza verso il peccato e l’errore. Questo clero effeminato e intellettualmente debilitato favorisce agende estranee alla Tradizione – come l’accoglienza delle istanze delle lobby contrarie alla morale naturale e la promozione della potestas femminile – operando la sistematica distruzione della paternità spirituale.

IV. Il monito: oggettiva separazione dalla Chiesa di sempre

Eminenza Reverendissima, i fatti esposti non lasciano spazio a interpretazioni di comodo. L’adozione delle tesi femministe nel governo della Chiesa e l’asservimento della dottrina alla “dittatura dell’emozione” rappresentano un formale e oggettivo abbandono della Fede cattolica trasmessa dagli apostoli.

Il papa san Pio X, nel motu proprio «Praestantia Scripturae», decretò la scomunica latae sententiae per coloro che ardiscono difendere le proposizioni e le dottrine moderniste che sovvertono il deposito della fede: «Se alcuno, il che Dio non voglia, presumerà di pensare in cuor suo diversamente da quanto è stato da Noi definito, sappia e certamente intenda di essere condannato dalla propria sentenza, di aver naufragato nella fede e di essersi separato dall’unità della Chiesa» (Pio X, «Praestantia Scripturae», 1907).

Se codesto dicastero, deputato per ufficio a vigilare sulla purezza della dottrina, persiste nel convalidare queste nomine e nel promuovere un’ecclesiologia effeminata ed egualitaria, si pone deliberatamente in uno stato di rottura formale con il magistero infallibile di tutti i pontefici precedenti, separandosi de facto dalla comunione con la Chiesa di sempre, con i padri, i dottori e i santi della cattolicità.

Pertanto, si intima e si richiede solennemente a codesto supremo tribunale:

  1. Di ritrattare e revocare immediatamente ogni tesi, documento o prassi amministrativa che preveda l’assegnazione di potestà di giurisdizione e di governo apicale (prefetture) al laicato femminile.
  2. Di riaffermare con fermezza virile il dogma della costituzione gerarchica della Chiesa, fondata esclusivamente sul sacerdozio e sul comando maschile, specchio del Logos divino.
  3. Di condannare l’emotivismo pastorale e le derive neomoderniste che riducono la Verità della Fede a un sentimento psicologico fluidificato.

Se questa denuncia cadrà nel vuoto o verrà liquidata con il pretesto del progresso dei tempi, resterà dinanzi al Tribunale divino la testimonianza inoppugnabile che la gerarchia odierna ha preferito l’applauso del mondo e il rilascio dopaminergico delle ideologie secolari alla fedeltà eterna dovuta a Nostro Signore Gesù Cristo.

«Siate forti e coraggiosi, e attendete il Signore» (Salmo 26:14).

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