Croanche dalla grotta / Manna, pietruzze e asini bigi
di Rita Bettaglio
Vincenti dabo manna absconditum et nomen novum alleluia, al vincitore darò la manna nascosta e un nome nuovo, alleluia. Così dice la quinta antifona delle lodi del Corpus Domini che si cantava anche per tutta la sua Ottava, quando ancora le Ottave erano numerose.
Nella grotta le ottave continuano a esserci, non se n’è persa una e fanno egregiamente il loro mestiere nell’anima: la ripetizione dello stesso ufficio per otto giorni, oltre a rendere culto a Dio, ammaestra pazientemente l’anima, imbevendola delle stesse antifone, degli stessi inni, degli stessi oremus, finché, il giorno dell’Ottava, li si conosce a memoria.
E tutto ciò che la memoria trattiene stabilmente è ricchezza, patrimonio perenne. È come il grasso di riserva che la nostra anima stocca nella memoria per metterlo in circolo al momento del bisogno, quando il cibo manca. Così avviene mirabilmente nel corpo (anche se la moderna medicina detesta, assai più del peccato, ogni grasso animale) e nell’anima.
Al vincitore darò la manna nascosta, dice l’antifona riprendendo l’Apocalisse, che spiega più diffusamente: dabo illi calculum candidum: et in calculo nomen novum scriptum, quod nemo scit, nisi qui accipit. Al vincitore, oltre alla manna, sarà dunque data una pietruzza bianca su cui sarà scritto un nome che nessuno conoscerà se non colui che riceverà la pietruzza.
Manna nascosta, nome noto solo al destinatario della pietruzza, cioè al vincitore: tutto appare avvolto da un’aura di segretezza e nascondimento. Che significa?
La cavernicola, che non è esegeta, né teologa, ma solo una privata cavernicola, lo interpreta a modo suo. L’alimento nascosto è il nutrimento dell’anima, nutrimento che non si vede o, se si vede, resta nascosto sotto umili apparenze: è lo Spirito Santo che ammaestra, è la santa Eucarestia, che nutre invisibilmente ma realmente.
La pietruzza bianca (calculum in latino, termine che noi ancora usiamo per i calcoli renali o biliari e anche per i conti che un tempo si facevano con sassolini) col nome riservatissimo noto solo a Dio e al ricevente è certamente il sigillo del santo Battesimo e della vita in Cristo. Esistono anche altre pietruzze minori che si possono ricevere nella vita, che segnano la specifica vocazione di ognuno: un nome religioso, un abito, un anello nuziale.
La pietruzza bianca della cavernicola fu, anni fa, una busta con scritto Tibi nomen erit, questo sarà il tuo nome. Conteneva un cartoncino con scritto il nome da oblata benedettina che era stato scelto per me: Scolastica.
Questi interventi divini, la manna, la pietruzza col nome, sono celati a occhi indiscreti, conferma che è nella grotta di ognuno che si svolgono le cose importanti, quelle che lasciano il segno per sempre.
La grotta ha il silenzio e l’intimità necessaria perché si esplichi l’azione di Dio in noi: silenzio e intimità che la nostra società (e noi stessi) s’industria in ogni modo a profanare e che siamo chiamati a difendere. La grotta non è la fortezza Bastiani dove il sottotenente Giovanni Drogo attende invano, per una vita, l’arrivo del nemico, luogo di inutile attesa e straniamento.
La grotta è luogo vivo, di combattimento. Ci sono momenti in cui si vorrebbe scappare e che ogni cosa pare migliore del marcire in questa spelonca: ma sono i miraggi che avviluppano in una suadente spira di oasi verdeggianti il viandante perso nel deserto.
Ai posti di combattimento, dunque, dove la stabilitas del nostro stato ci chiama. Lì e solo lì avremo la manna nascosta che ci nutrirà in ogni carestia. Fuori dalla grotta è carestia mascherata da abbondanza, banchetti luculliani di cibo che non sazia bensì nausea e conferisce un’ebbrezza tossica.
Non così nella grotta, anche se non ha alcuna bellezza: è mediocre, insoddisfacente, e talora vi stagnano pensieri pesanti come un alito dolciastro di acetone. Ma è la nostra grotta, la palestra della nostra anima e, quindi, nessuna meraviglia che i suoi miasmi non siano sempre acqua di colonia o gorgheggiar di usignolo.
“A notte canteranno i rusignoli”, dice il poeta. Nella notte della grotta, dove la risposta dell’anima sarà finalmente quella dell’asin bigio:
Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
rosso e turchino, non si scomodò:
tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
e a brucar serio e lento seguitò.
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