Opinione / Movimenti ecclesiali. Il caso CL e un equivoco di fondo

di Carlo Foresti

Caro Valli,

le scrivo per condividere una riflessione su un fenomeno che da decenni inquina silenziosamente la vita della nostra amata Chiesa.

Di fronte al crollo della parrocchia tradizionale e alla spaventosa perdita del senso del sacro che ha fatto seguito al Concilio Vaticano II, molti fedeli, in buona fede, hanno cercato rifugio all’interno dei cosiddetti movimenti ecclesiali. Tra questi, uno dei più influenti e celebrati è senza dubbio Comunione e Liberazione.

Devo ammettere che io stesso, per un certo tempo, ho cercato rifugio in un movimento ecclesiale presente in terra bresciana e nato invero da una scissione proprio da CL. Conosco dunque per esperienza diretta le dinamiche di queste realtà.

Per anni ci è stato raccontato che esse rappresentavano la nuova primavera della Chiesa, l’antidoto alla scristianizzazione. Oggi, però, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e ammettere che movimenti come CL si sono spesso rivelati una drammatica illusione, un feudo chiuso che ha frammentato il gregge di Cristo anziché radunarlo.

Tutto nasce da un equivoco ecclesiologico di fondo. L’autentica comunità ecclesiale, come ci ricorda la vera ecclesiologia, non nasce “per associazione” e non si stabilisce su base di affinità, ma è per sua natura aperta al diverso, in quanto nella Chiesa i fratelli e le sorelle non si scelgono, piuttosto si ricevono.

Realtà come Comunione e Liberazione hanno invece capovolto questo principio. Hanno trasformato l’appartenenza cattolica in un’aggregazione basata sull’affinità elettiva e sul cameratismo, scivolando ineluttabilmente verso quel limite cronico dei movimenti ecclesiali che è la totale autoreferenzialità. I fedeli non si riconoscono più nell’universalità oggettiva della Fede e dei Sacramenti, ma nell’appartenenza esclusiva a un club, a un cerchio magico in cui l’obbedienza alle direttive del gruppo e l’esaltazione del carisma del fondatore sostituiscono l’adesione alla Verità immutabile.

Ma c’è un aspetto ancora più grave.

Invece di opporsi alla deriva del mondo moderno, CL ha assorbito e amplificato il peggior veleno introdotto dal Vaticano II: la cristologia antropocentrica.

A riprova di questa letale mutazione genetica, basta guardare ai teologi che costoro portano in palmo di mano, come i padri domenicani Marie-Dominique Chenu o Yves Congar, oppure Henri de Lubac.

Si tratta degli alfieri di quella Nouvelle théologie che fino a Pio XII era stata giustamente condannata o vista molto male a causa di gravi errori. Le loro tesi, infatti, manipolavano i testi sacri per annullare la distinzione tra la natura e il Soprannaturale, finendo per divinizzare l’uomo.

Leggendo i testi conciliari ispirati da questi cattivi maestri, si nota infatti un tragico slittamento semantico: al concetto tradizionale di salvezza eterna dell’anima si è sostituita la ricerca di una vaga “pienezza umana”. Questa esaltazione dell’uomo e delle sue opere terrene è diventata il marchio di fabbrica di CL.

Abbiamo così assistito al triste spettacolo di un movimento che, nato per educare i giovani alla Fede, si è progressivamente appiattito sull’orizzontalismo, sul pragmatismo politico, sulle reti di potere economico e sull’ansia di presenzialismo.

A conferma della mia tesi circa la profonda deviazione di queste realtà, non esiterei a ricordare che la stessa CL è finita sotto indagine per eresia. Certo, bisogna ammettere che essere messi sotto indagine per eresia da Bergoglio ha in sé qualcosa di assolutamente surreale e tragicomico, ma è pur sempre il sintomo eclatante di una struttura ormai allo sbando.

La croce e la redenzione dal peccato sono state oscurate dal mito del successo mondano e del compromesso, svendendo la dottrina perenne in cambio di applausi nei salotti buoni e nelle kermesse estive, dove si dialoga con tutti per non convertire nessuno.

Di fronte al fallimento di questa nuova cristianità da salotto, la conclusione è una sola: non sarà l’ennesimo movimento laicale a salvare le anime.

L’unica vera oasi in questo deserto è il ritorno umile, silenzioso e radicale alla santa messa di sempre e alla Dottrina perenne, le uniche realtà che non aggregano “per affinità umana”, ma ci uniscono nel sangue di Cristo.

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