Meditazioni / 14 giugno 2026
Vetus ordo
Domínica tertia post Pentecosten
In verbo autem tuo laxabo rete
Lc 5,1-10
di Eremita
Questo Vangelo parla della nostra vita. Non è soltanto il racconto di una pesca miracolosa avvenuta duemila anni fa. È la storia di ogni uomo che ha faticato molto e si è trovato con le reti vuote. È la storia di chi ha cercato la felicità, l’amore, la sicurezza, il successo, e alla fine si è accorto che il cuore rimaneva ancora affamato.
Simon Pietro è un pescatore esperto. Conosce il lago, conosce il mestiere, conosce le ore migliori per pescare. Eppure il Vangelo dice: «Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla» (Lc 5,5). Questa è la grande esperienza dell’uomo quando cerca di costruire la propria vita contando soltanto sulle proprie forze. Lavora, lotta, progetta, accumula esperienze, ma spesso arriva un momento in cui deve confessare la sua povertà: ho faticato e le reti sono rimaste vuote.
È proprio dentro questa esperienza di fallimento che entra Cristo. Gesù sale sulla barca di Pietro senza essere invitato. Come tante volte entra nella nostra storia senza che ce ne accorgiamo. Entra nelle nostre delusioni, nelle nostre paure, nelle nostre ferite, nelle nostre notti.
Il Signore non aspetta che Pietro abbia successo. Lo incontra nel momento della sua impotenza. Questo è il modo di agire di Dio. Quando l’uomo è pieno di sé non sente il bisogno della salvezza. Quando invece scopre la propria fragilità può finalmente accogliere la grazia.
Dopo aver parlato alle folle, Gesù dice a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca» (Lc 5,4).
È una parola che sembra assurda. Pietro sa benissimo che non è il momento giusto per pescare. Tutta la sua esperienza gli dice che non servirà a nulla. Eppure risponde: «Sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
Qui si trova il cuore della fede. La fede non consiste nel capire tutto. La fede consiste nel fidarsi della parola di Cristo anche quando sembra contraddire la nostra logica. Pietro obbedisce non perché comprende, ma perché si fida.
Quante volte il Signore ci invita a fare qualcosa che appare impossibile: perdonare chi ci ha ferito, amare chi ci è nemico, ricominciare dopo una caduta, sperare quando tutto sembra perduto. La fede nasce proprio lì, quando scegliamo di appoggiarci sulla sua parola invece che sulle nostre sicurezze.
Ed ecco che accade il miracolo. Le reti si riempiono di una quantità enorme di pesci. La pesca è così abbondante che le barche rischiano di affondare.
Questo segno rivela una verità profonda. Quando l’uomo lascia entrare Cristo nella propria vita scopre una fecondità che non avrebbe mai immaginato. Dio può fare in un istante ciò che le nostre forze non riescono a realizzare in una vita intera.
Ma il punto più importante del racconto non è la quantità dei pesci. Pietro comprende immediatamente che si trova davanti a qualcosa di infinitamente più grande. Per questo cade in ginocchio e dice: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8).
È una reazione sorprendente. Davanti al miracolo non pensa ai pesci. Non pensa al guadagno. Non pensa al successo. Vede sé stesso.
Quando l’uomo incontra veramente Dio non scopre anzitutto la propria bravura. Scopre la propria povertà. La luce di Cristo illumina il peccato nascosto nel cuore. Pietro comprende che davanti a lui c’è la santità stessa di Dio.
Eppure Gesù non si allontana. Non lo rimprovera. Non lo umilia. Anzi gli dice: «Non temere» (Lc 5,10).
Queste parole attraversano tutta la Scrittura. Sono le parole che Dio rivolge continuamente all’uomo spaventato dalla propria miseria. Non temere. Non avere paura della tua debolezza. Non avere paura del tuo passato. Non avere paura delle tue ferite.
Cristo non è venuto per i giusti. È venuto per i peccatori. Non cerca uomini perfetti. Cerca uomini che si lascino salvare.
Poi aggiunge: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). È una trasformazione straordinaria. Pietro pensava di conoscere la propria vita. Credeva che il suo destino fosse pescare pesci nel lago di Galilea. Cristo gli rivela invece una vocazione infinitamente più grande.
Anche noi spesso abbiamo una visione molto limitata della nostra esistenza. Pensiamo di vivere per il lavoro, per la famiglia, per le preoccupazioni quotidiane. Ma Dio ci ha creati per qualcosa di più grande: partecipare alla sua opera di salvezza.
Il pescatore di uomini non conquista persone per sé. Le strappa alle acque della morte per consegnarle alla vita. È l’opera stessa di Cristo che continua nella storia.
Il Vangelo termina con una frase impressionante: «Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,11).
Quando l’uomo incontra veramente Gesù accade sempre qualcosa di nuovo. Non perché disprezzi le realtà di questo mondo, ma perché scopre un tesoro più grande. Pietro lascia le reti perché ha trovato Colui che cercava senza saperlo. Lascia una sicurezza per ricevere una promessa. Lascia il poco che possiede per entrare nell’avventura del Regno di Dio.
Anche oggi Cristo sale sulla barca della nostra vita. Sale nelle nostre notti, nelle nostre fatiche, nelle nostre delusioni. E continua a dirci: «Prendi il largo». Continua a chiederci fiducia. Continua a ripetere: «Non temere».
Chi si affida alla sua parola scoprirà che le reti vuote possono diventare colme di vita, perché il Signore non è venuto a condannare l’uomo, ma a salvarlo e a renderlo partecipe della sua stessa missione.
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Novus ordo
Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!
Mt 9,36-10,8
di Eremita
Questo Vangelo ci rivela anzitutto il cuore di Cristo. Gesù guarda le folle e non vede numeri, non vede una massa indistinta di persone. Vede uomini e donne feriti, smarriti, schiacciati dal peso della vita. Il Vangelo dice che «ne sentì compassione» (Mt 9,36). Il verbo utilizzato dall’evangelista indica una commozione profonda, qualcosa che nasce dalle viscere. Dio non è indifferente alla sofferenza dell’uomo. Dio non guarda da lontano. Dio soffre con chi soffre.
Quante volte anche noi siamo come quelle pecore senza pastore. Cerchiamo sicurezza nelle nostre ricchezze, nei nostri progetti, nella salute, nelle persone che amiamo. Poi arriva una prova, una malattia, un tradimento, una paura improvvisa e scopriamo che ciò su cui avevamo costruito la nostra vita non basta a salvarci. È allora che appare la nostra vera condizione: pecore che hanno bisogno di un Pastore.
Per questo Gesù non offre anzitutto una teoria, una filosofia o una morale. Offre sé stesso. Lui è il Pastore che viene a cercare la pecora perduta. Lui è il Figlio di Dio che entra nella nostra storia per prendere su di sé il peccato, la morte e la disperazione dell’uomo.
Quando dice ai discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai» (Mt 9,37) non sta parlando semplicemente di un problema organizzativo. Sta dicendo che il mondo è pieno di uomini che attendono una parola di speranza, una parola di salvezza, una parola che annunci che la morte non ha l’ultima parola. La vera povertà dell’uomo non è economica. La vera povertà è non conoscere l’amore di Dio.
Per questo Gesù dice: «Pregate dunque il signore della messe» (Mt 9,38). Prima di mandare gli operai chiede la preghiera. Perché la missione nasce sempre da Dio. Nessuno può salvare un altro uomo con le proprie capacità. Nessuno può convertire un cuore. Solo Dio può aprire una strada là dove sembra non esserci più speranza.
Poi Gesù chiama i Dodici. È bellissimo vedere che non sceglie persone perfette. Tra loro c’è Pietro, che lo rinnegherà. C’è Tommaso, che dubiterà. C’è Matteo, il pubblicano. C’è perfino Giuda Iscariota, che lo tradirà. Questo significa che la forza della missione non viene dalla santità degli uomini, ma dalla potenza di Dio.
Anche oggi il Signore continua a chiamare uomini fragili, peccatori, poveri. Non chiama perché siamo degni. Chiama perché ci ama. Chiama perché vuole manifestare la sua potenza proprio nella nostra debolezza.
Il Vangelo dice che diede loro il potere sugli spiriti impuri, sulle malattie e sulle infermità. È un segno straordinario. Cristo viene a liberare l’uomo da tutto ciò che lo tiene schiavo. Dietro ogni peccato c’è infatti una schiavitù. Dietro ogni egoismo, ogni rancore, ogni paura della morte, c’è il nemico che tenta di separare l’uomo da Dio.
Ma Cristo è venuto per distruggere le opere del demonio. Con la sua morte e la sua risurrezione ha aperto una via nuova. Ha vinto il peccato. Ha vinto la morte. Ha vinto l’inferno.
Per questo il centro della predicazione dei Dodici non è un codice morale. Gesù dice: «Predicate che il regno dei cieli è vicino» (Mt 10,7). Il Regno è vicino perché Dio stesso si è fatto vicino. Non dobbiamo salire noi fino a Lui. È Lui che è sceso fino a noi. È Lui che entra nelle nostre tenebre. È Lui che raggiunge l’uomo perduto.
E subito dopo Gesù affida una missione concreta: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni» (Mt 10,8). È l’opera stessa di Cristo che continua nella storia. Ogni volta che un uomo passa dalla disperazione alla speranza, dalla schiavitù alla libertà, dall’odio al perdono, lì il Regno di Dio si manifesta.
Infine arriva una frase che dovrebbe scuotere il cuore di ogni cristiano: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).
Nessuno di noi ha meritato la salvezza. Nessuno ha comprato il perdono di Dio. Nessuno ha conquistato la vita eterna con le proprie opere. Tutto è dono. Tutto è grazia. Tutto nasce dall’amore gratuito del Padre manifestato in Gesù Cristo.
Per questo il cristiano non può trattenere per sé ciò che ha ricevuto. Chi ha incontrato davvero Cristo sente nascere nel cuore il desiderio di annunciarlo. Non per obbligo, non per dovere, ma perché ha scoperto un tesoro troppo grande per essere nascosto.
Questo Vangelo ci invita allora a guardare il mondo con gli occhi di Cristo. A vedere dietro ogni volto una persona amata da Dio. A credere che nessuno è perduto per sempre. A lasciarci inviare dal Signore là dove viviamo ogni giorno, portando non noi stessi, ma la buona notizia che Cristo è risorto, che il Regno è vicino e che la misericordia di Dio è più forte del peccato e della morte.



