Dopo la lettera di monsignor Viganò a Leone XIV. I messaggi dell’arcivescovo e i possibili sviluppi

di Aldo Maria Valli

La lettera a Leone XIV di monsignor Carlo Maria Viganò [qui] ha il merito di mettere il papa di fronte a domande ineludibili. E poiché proviene non da un fanatico ideologo ma da un fedele servitore della Chiesa, ha tutte le carte in regola per essere presa sul serio da chiunque si stia interrogando su che cosa sia diventata oggi una Chiesa che ancora si definisce cattolica ma che nella sostanza non lo è più.

Il racconto del suo percorso dentro la Chiesa parla per Viganò. La sua è stata una lunga carriera al servizio della Santa Sede: corpo diplomatico, Segreteria di Stato, Nigeria, Governatorato, nunziatura negli Stati Uniti. I suoi sforzi contro la corruzione nella Città del Vaticano sono ben noti a chi conosca quel mondo. Il suo dossier del 2018 che accusa Francesco e altri gerarchi di aver insabbiato lo scandalo McCarrick costituisce ancora un formidabile atto d’accusa. L’isolamento e le minacce che ha ricevuto in cambio dimostrano che ha toccato nervi scoperti.

L’arcivescovo è sincero quando ripercorre la sua progressiva scoperta della radice dei problemi. Formatosi nella Chiesa del post Concilio, a un certo punto si è reso conto che la crisi non è certamente iniziata con Francesco. La bomba a orologeria ticchettava da molto prima ed è esplosa con il Concilio Vaticano II.

Quel concilio non è stato un aggiornamento. È stata una rivoluzione. Un processo di sovversione pianificato con cura e riguardante ogni settore della vita della Chiesa: dottrina, liturgia, sacramenti, disciplina, diritto canonico, ecclesiologia. Quando Viganò descrive la Chiesa postconciliare come un’occupazione fatta dall’interno, per imporre un disegno teologico diverso dal precedente, non fa che fotografare la realtà. Lo dice la storia.

La lettera ha inoltre il merito di mostrare tutte le contraddizioni di questa “nuova chiesa” nata da un golpe. Un vescovo può celebrare messa con paramenti arcobaleno, può accogliere sull’altare vescovesse e pretesse, può partecipare a cerimonie interreligiose, può vietare ai fedeli di ricevere la santa Comunione in ginocchio e sulla lingua, può giustificare il peccato di aborto, può schierarsi a favore di un’accoglienza indiscriminata e sconsiderata degli immigrati, può mettere l’ecologia al centro della sua predicazione, può sposare tutte le cause della sinistra e degli storici nemici della fede, può commettere peccati innominabili e insabbiare scandali. Ma se osa mettere in discussione il Concilio Vaticano II e i suoi esiti è fuori. Se osa dire che il Vaticano II ha prodotto una frattura e che in base ai fatti è impossibile sostenere l’ermeneutica della continuità, è allontanato come un appestato.

Così un nunzio apostolico in pensione, che per i suoi servigi e il suo coraggio dovrebbe ricevere un encomio, è costretto a mendicare un incontro con il papa. E il papa non risponde.

Roma ha scomunicato Viganò utilizzando un metodo stalinista. La Chiesa del dialogo e dell’inclusione ha fatto cadere la mannaia su questo suo fedele servitore. Il tutto per aver messo in discussione il Vaticano II, un concilio che non volle essere dogmatico ma pastorale.

Pensiamoci. Viganò non è stato scomunicato per aver negato – che so – la transustanziazione, la verginità di Maria, la risurrezione dei morti. No. È stato messo fuori per aver analizzato criticamente un Concilio pastorale e la linea seguita dalla Chiesa in seguito a quella frattura.

L’arcivescovo non esita a descrivere la Chiesa conciliare e sinodale come apostata, occupata, sfigurata, sovversiva. E chiunque abbia occhi per vedere può concordare sulla sua analisi.

La lettera dell’arcivescovo ha il merito di mettere con le spalle al muro i conservatori che ancora si baloccano con l’ermeneutica della continuità. E che Viganò abbia ragione lo dimostra proprio la politica di Roma, secondo la quale l’aderenza non al Deposito della fede ma al Vaticano II è la prova della fedeltà.

Quando monsignor Viganò chiede a Leone XIV di dimostrargli dove questo suo servitore abbia contraddetto il depositum fidei lo pone di fronte alla sfida decisiva. E forse è proprio questo il motivo per cui l’udienza finora non è stata concessa. L’onere della prova spetta al papa. Roma può seriamente dimostrare che Viganò è uno scismatico? O non è forse Roma che si è auto-scomunicata?

Da notare, nella lettera di monsignor Viganò, la rivelazione secondo cui fu il cardinale Burke, dopo la pubblicazione del rapporto su McCarrick, a consigliargli di vivere per alcuni anni in luoghi segreti. E da sottolineare il riferimento alla vicenda di Eleuterio Vásquez Gonzales, noto a Chiclayo come padre Lute, accusato di aver abusato sessualmente di alcune giovani vittime. Ricordiamo che Chiclayo è la città peruviana legata alla figura del futuro papa Leone XIV, perché Robert Prevost vi trascorse otto anni come vescovo, dal 2015 al 2023. La Santa Sede, come opportunamente ricorda Viganò, ha accordato a padre Lute la dimissione dallo stato clericale senza un regolare processo canonico, lasciandolo di fatto impunito; mentre l’avvocato canonista delle vittime, monsignor Ricardo Coronado Arrascue, è stato estromesso dalle sue funzioni legali, ridotto allo stato laicale e inquisito per infamanti accuse. Monsignor Viganò afferma che la vicenda gli è stata documentata nel dettaglio dallo stesso monsignor Coronado. La Santa Sede sta applicando sotto Prevost lo stesso metodo di Bergoglio nei confronti di McCarrick?

Vanno poi evidenziati i passaggi finali della lettera.

“Confido – scrive monsignor Viganò al papa – che Ella vorrà concedermi un’udienza dopo la cancellazione di quella accordatami per l’11 dicembre scorso. Potrò allora comunicarLe di persona alcune questioni della massima importanza relative al mio Ministero apostolico e alla necessità di assicurare ad esso continuità e futuro”.

Si badi: Viganò non solo parla di “questioni della massima importanza” legate al suo ministero episcopale, ma dice che riguardano la necessità di assicurare a tale ministero “continuità e futuro”.

Infine, l’arcivescovo rinnova “l’incondizionata intenzione di adempiere ad ogni obbligo che mi si impone come Successore degli Apostoli”. Sviluppi clamorosi in arrivo?

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!