In morte del cardinale Ruini. Un ricordo personale
di Aldo Maria Valli
Il mio ricordo più nitido e forte del cardinale Camillo Ruini risale al 1995. Ero al Tg3 da pochi mesi, a Roma, quando fui mandato come inviato a seguire il Convegno ecclesiale di Palermo che era stato intitolato “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia” e nasceva dall’iniziativa di Ruini di concerto con papa Giovanni Paolo II.
Venivamo dagli anni dell’inchiesta Mani pulite, partita nel 1992, che aveva dato inizio allo smantellamento del vecchio sistema dei partiti, con la contemporanea crescita della Lega Nord di Bossi. Nel 1992 c’erano state le stragi di Capaci, con l’uccisione di Giovanni Falcone, e di via D’Amelio a Palermo, con la morte di Paolo Borsellino. Il 1993 era stato l’anno delle bombe di Cosa Nostra in varie località italiane. Nel 1994 c’era stata la discesa in campo di Silvio Berlusconi con la nascita di Forza Italia.
La città di Palermo venne scelta da Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana, perché nel capoluogo siciliano erano avvenuti alcuni degli avvenimenti più drammatici del recente passato ma anche perché si vollero sottolineare due aspetti: le potenzialità di rinascita di una società desiderosa di non arrendersi al male e la necessità di non frammentare l’Italia.
Con la guerra fredda alle spalle e il muro di Berlino caduto ormai da sei anni, la Cei di Ruini chiamò a raccolta e a confronto le componenti della Chiesa italiana su cinque temi di fondo: la cultura, la comunicazione sociale, l’impegno sociale e politico, l’amore preferenziale per i poveri, la famiglia.
Nel discorso rivolto alla Chiesa italiana, Giovanni Paolo II disse che non era più il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione. Da parte del papa e di Ruini ci fu la constatazione che la società italiana non poteva più dirsi cristiana e che occorreva impostare il lavoro di evangelizzazione su basi nuove.
Il papa lo dichiarò apertamente. La Chiesa non voleva e non doveva coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito. Liquidata la Democrazia cristiana, nasceva la stagione del pluralismo politico dei cattolici, ma il papa, ispirato da Ruini, mise in chiaro che la possibilità di scegliere tra diverse opzioni politiche non significava una diaspora culturale.
Ruini si spese così per la nascita del Progetto culturale della Chiesa in Italia, titolo nel quale l’aggettivo “culturale” dava il tono dell’iniziativa. Finita l’epoca del collateralismo tra Chiesa e Dc, si entrava in una dimensione nuova, segnata da una vera e propria pastorale missionaria rivolta a ridare vita a una prospettiva cristiana in una società ormai secolarizzata.
A Palermo Ruini prese atto della realtà: con i cattolici ridotti a minoranza e l’Italia tornata a essere terra di missione, era necessario impostare una presenza sul piano culturale, così da raggiungere le varie articolazioni della società e trasmettere la dottrina sociale della Chiesa.
Ma non si trattava di un “liberi tutti”. Ruini lo disse chiaramente: il cattolico non avrebbe potuto considerare la propria fede compatibile con ogni idea o visione del mondo, né tanto meno aderire a “forze politiche e sociali che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della dottrina sociale della Chiesa”. Cinque i punti decisivi e discriminanti: rispetto della vita umana, tutela della famiglia fondata sul matrimonio, libertà scolastica, solidarietà, promozione della giustizia e della pace.
Quando a Ruini chiesi di riassumere in termini chiari e sintetici il contenuto del progetto culturale, il cardinale rispose elencando proprio questi punti e rivendicando il diritto-dovere della Chiesa di affermare il proprio insegnamento su questioni ritenute vitali per la persona e le comunità. Non era ingerenza, ma missione.
Fu quello il mio primo incontro diretto con il cardinale ed ebbi subito l’impressione di trovarmi davanti a un politico più che a un pastore. Un “dottor sottile” abile nel misurare ogni parola e a distillare un pensiero che non lasciava spazio alle emozioni.
All’epoca non sapevo che essere stato inviato a Palermo era per me una sorta di esame. Il Tg3 era in cerca di un nuovo vaticanista e l’incarico mi sarebbe stato affidato di lì a pochi mesi, nel 1996.
Dopo il novembre del 1995 a Palermo, ebbi modo di incontrare il cardinale molte altre volte, specie in occasione delle prolusioni tenute davanti al Consiglio permanente della Cei. Non ricordo un momento in cui Ruini lasciò trasparire qualche forma di emotività. Teneva i suoi discorsi con precisione notarile. Forse l’unica eccezione fu il discorso tenuto all’Assemblea generale della Cei nel maggio 2005, all’indomani della morte di papa Wojtyła, quando ricordò Giovanni Paolo II come grande testimone di Gesù Cristo e missionario della fede e salutò il nuovo papa, Benedetto XVI, citando le parole pronunciate dal cardinale Ratzinger a Subiaco poco prima dell’elezione: “Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo”.
Qualche tempo prima di congedarmi da Roma, nel 2018, ebbi modo di visitare Ruini nel suo appartamento sopra il Seminario romano minore, a due passi dalle mura vaticane, dove viveva tra studio e preghiera, assistito dalla solerte signora Pierina. Trovai un uomo diverso da quello che avevo conosciuto durante gli anni della Cei. Direi più disteso, più sorridente e ironico. Si fidò della mia promessa di non scrivere niente e quando parlammo delle tante polemiche nelle quali era stato coinvolto ribadì un concetto centrale nella sua visione: molto meglio essere contestati che ignorati.
Tutti i grandi che ho conosciuto durante il mio lavoro di vaticanista se ne sono andati. Il cardinale Ruini era certamente tra questi e ringrazio il Signore per il dono di averli potuti incontrare.



