Il feroce Saladino e il dialogante Salatino. Così la Chiesa estromette Gesù

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

nel nostro immaginario popolare il Saladino è stato per secoli una figura quasi leggendaria. Molti ricorderanno la figurina degli anni Trenta, quasi introvabile, del feroce Saladino, illustrata da Angelo Bioletto per il concorso a premi Perugina-Buitoni. Era rappresentato in maniera grottesca: sguardo feroce, baffoni minacciosi e un improbabile elmo ricavato da uno scolapasta sormontato dalla mezzaluna. La rara figurina era indispensabile per sperare di vincere ambiti premi, tra cui una Fiat Topolino. Nacque, così, la febbre saladinica che ispirò un film della fine degli anni Trenta di Mario Bonnard con Alida Valli.

Saladino non era un personaggio inventato: sultano d’Egitto e avversario dei crociati, lottò per la riconquista di Gerusalemme e rimane il simbolo di un Islam forte della propria identità e perfettamente consapevole della propria missione. Anche Dante riconobbe in lui doti eroiche, ponendolo tra i valorosi non cristiani del Limbo.

Saladino combatteva per ciò in cui credeva. Non chiedeva scusa per la propria religione. Non riteneva che tutte le fedi fossero equivalenti. Non organizzava tavole rotonde e riunioni sinodali interreligiose. Stava dalla parte sbagliata, ma almeno difendeva le sue idee.

Oggi scopriamo, invece, una figura nuova, assai meno epica e decisamente più adatta ai nostri tempi: il timido Salatino, parroco della chiesa di San Giovanni Bosco a Baggio, che ha deciso, in nome del dialogo interreligioso, di offrire agli educatori musulmani del Grest una sala di preghiera nell’oratorio ambrosiano. Una scena che avrebbe lasciato perplessi non solo i crociati, ma anche il vero Saladino.

Perché il grande condottiero musulmano sapeva benissimo che l’Islam e il Cristianesimo non professano la stessa fede. I nostri dialoganti, invece, sembrano aver smarrito tale certezza. Naturalmente ci rassicurano: non si tratta di relativismo o sincretismo. Si tratta di accoglienza, di incontro, di fraternità. Parole nobili, sicuramente dette in buona fede, che tuttavia finiscono per produrre un effetto curioso: i musulmani continuano a credere fermamente nell’Islam, mentre i cattolici vengono educati a considerare facoltativo il Cattolicesimo.

Da una parte c’è una religione che afferma con chiarezza la propria verità. Dall’altra una Chiesa che sembra vergognarsi di proclamare la Verità.  Così il dialogo diventa una sorta di partita giocata da una sola squadra: i musulmani restano musulmani mentre i cattolici diventano dialoganti e lasciano spazio nell’oratorio a “educatori musulmani”, con Gesù cortesemente accompagnato verso l’uscita per non disturbare gli ospiti.

Il punto non è la preghiera islamica ma ciò che essa rivela. Un oratorio può certamente essere anche un centro culturale, uno spazio sociale o un luogo di aggregazione, ma la sua ragion d’essere è una sola: condurre le anime a Cristo. Se Cristo è davvero l’unico Salvatore dell’uomo, come la Chiesa ha insegnato per duemila anni, allora il compito dei cattolici è annunciarlo. Se invece la sua mediazione salvifica è soltanto una possibilità tra le tante, allora il catechismo diventa un’opinione e la missione un fastidioso residuo del passato.

Forse è qui che emerge con evidenza la differenza tra il timido Salatino e il feroce Saladino. Quest’ultimo voleva conquistare Gerusalemme; il primo sembra disposto a consegnarla. Con il sorriso, naturalmente, e in nome di un dialogo che dimentica troppo spesso qual è la Via, la Verità e la Vita.

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