A proposito di CL / Il confronto non è fra tradizione e modernità. La vera questione riguarda la libertà umana
Il dibattito su Comunione e Liberazione si sta intensificando. A beneficio dei lettori, ricordo come si è sviluppato.
13 giugno 2026. Carlo Foresti, “Movimenti ecclesiali. Il caso CL e un equivoco di fondo”.
16 giugno 2026. Marco Bolla, “Una risposta su CL. Ho bussato e mi è stato aperto, ho trovato Gesù”.
18 giugno 2026. Giorgio Alberto Crotti, “Prima e dopo don Giussani. I due volti di CL”.
E oggi un nuovo intervento.
Scrivete a: aldomariavalli@gmail.com
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di Giovanni Passali
La lettera di Carlo Foresti sui movimenti ecclesiali e il “caso” di Comunione e Liberazione solleva questioni importanti, ma cade in un equivoco di fondo che merita di essere chiarito. Non si tratta di “ritornare” alla messa tradizionale o alla dottrina perenne, ma di “tornare”. Anche le parole, nella loro specificità, hanno un peso notevole.
Il termine “ritornare” allude implicitamente a una forma di tradizionalismo, che come tutti gli ismi rappresenta un’ideologia che assolutizza un aspetto della realtà o lo mette in eccessivo rilievo rispetto agli altri. Questo approccio crea sempre una visione distorta della realtà e della storia.
Per smontare questa posizione, basta una semplice considerazione storica, riferita al caso menzionato: prima del Concilio Vaticano II c’era già la messa tradizionale e si insegnava la dottrina perenne. Eppure, proprio in quel clima nacque il Concilio Vaticano II, seguito dagli abusi liturgici e dal silenzio assordante della gran parte della gerarchia della Chiesa di fronte a questi abusi.
La conclusione è ovvia: la messa tradizionale e la dottrina perenne non sono garanzia di nulla (purtroppo e per fortuna) perché di mezzo c’è sempre la libertà umana. Nessun elemento esterno a essa, per sacro che sia, può sostituire la responsabilità personale di ogni credente e di ogni istituzione ecclesiale.
Due fasi distinte nel percorso di CL
I giudizi espressi su CL nell’articolo di Foresti sono scorretti perché non distinguono due fasi fondamentali del percorso di questo movimento ecclesiale.
Nella prima fase, CL (come altri movimenti ecclesiali) è cresciuta in maniera imponente, soprattutto tra i giovani, mentre le parrocchie si svuotavano. Questo fenomeno ha portato CL ad avere una visibilità sociale e finanche politica, nonostante le forze numeriche esigue rispetto alla popolazione in generale.
Poi, nel nuovo millennio, l’impostazione di CL è radicalmente cambiata soprattutto per mano del successore. La crisi di CL e alcune dottrine eretiche sono da attribuire solo a questa seconda fase. È significativo che questo periodo sia stato vissuto con forti lacerazioni interne, segno che questi cambiamenti non sono avvenuti col tacito consenso di tutti. Al contrario, ha portato a una emorragia di adesioni insieme a una minore penetrazione di CL.
Il tutto è avvenuto in anni in cui, bisogna pur dirlo, la stessa Chiesa ha avuto posizioni ambigue e tenuto comportamenti che a volte hanno scandalizzato e non unito. Questo contesto più ampio rende difficile giudicare CL in isolamento, senza considerare le responsabilità condivise e le pressioni ricevute.
Ma c’è un altro aspetto di grande peso. Secondo un noto brano della lettera di san Giacomo, quelle da giudicare sono le opere, non la fede (senza le opere). Nonostante la crisi in corso, non si possono tacere opere fondamentali come il Banco Alimentare e il Meeting di Rimini che ancora oggi continuano a coinvolgere tantissimi credenti di altre religioni e anche non credenti. Queste iniziative rappresentano un chiaro esempio di apertura e di servizio alla comunità, altro che chiusura e autoreferenzialità.
Questo nonostante tutti i limiti di un’opera umana. Ma chi crede di poter fare meglio, si faccia avanti e si rimbocchi le maniche!
Un giudizio monco
Il giudizio proposto da Foresti su CL e sui movimenti in generale soffre di una enorme lacuna. Tali movimenti hanno ricevuto il riconoscimento della Chiesa, quindi sappiamo che sono stati suscitati dallo Spirito Santo. Questo è un dato certo che non può essere obliterato, altrimenti l’analisi sul movimento diventa banalmente un’analisi di tipo sociologico che alla fine si conclude implicitamente con un giudizio sul carisma. In altre parole, la sociologia finisce per giudicare la teologia. Ma sul carisma la Chiesa si è già pronunciata, e per un cristiano esporsi con un giudizio diverso è quanto meno imprudente.
Del resto, risulta anche difficile comprendere come Carlo Foresti possa affermare di conoscere “per esperienza diretta le dinamiche di queste realtà” solo avendo “cercato rifugio in un movimento ecclesiale presente in terra bresciana e nato invero da una scissione proprio da CL”. Ora i scissionisti sono divenuti fonte di verità di giudizi?
Riguardo la frase di Crotti, “chi ha avuto don Giussani come padre nella fede non ha il diritto di rinnegarlo”, non parlerei di diritto, ma di intelligenza. Ho passato tanti anni in CL, ho conosciuto persone splendide che mi hanno arricchito, mi hanno aiutato a fare esperienza di Cristo e della sua presenza. Che posso fare? Tornare indietro nel tempo e cancellare queste storie? E perché mai dovrei cancellare dalla mia vita un passato oggettivamente positivo, che mi ha aiutato a crescere nella fede e nell’intelligenza della fede, tanto da essere liberamente critico oggi? Non avrebbe senso.
Non si può giudicare con i criteri della sociologia l’esperienza umana di tantissimi, come quella esposta da Marco Bolla (e come la mia).
Oltretutto voglio ricordare a me stesso e a tutti noi che siamo cristiani, cioè siamo parte di una comunità che ha una storia bimillenaria, nella quale sono successe queste e ben altre storie. La storia di CL è piccolissima. Abbiamo avuto un piccolo sbandamento (in un momento storico nel quale la Chiesa ha “sbandato” parecchio) e un modesto richiamo a correggerci e riprendere la via smarrita. In altre parole, non farei una tempesta in un bicchiere d’acqua.
Non credo nemmeno sia corretto “giustificare” CL con gli sbandamenti della Chiesa tutta, perché CL ha sbagliato in modo diverso e più grave (sull’obbedienza e sullo screditamento della gerarchia della Chiesa). Ma non mi scandalizzo, visto quello che sta succedendo, dentro e fuori la Chiesa.
Sul carisma, la Chiesa si è già pronunciata. Che sia portato avanti da uomini peccatori non mi pare una gran novità, mi pare anzi la storia perenne di tutta la Chiesa.
Conclusione
Il caso CL non può essere ridotto a un semplice confronto fra tradizione e modernità. La vera questione riguarda la libertà umana, la responsabilità personale e la capacità di distinguere tra diverse fasi di un percorso complesso. Tornare alla dottrina perenne per me significa riassumere la responsabilità della propria fede, non cercare garanzie automatiche in elementi formali.
La Chiesa resta un luogo di libertà umana, in cui nessuno elemento, per sacro che sia, può sostituire la responsabilità di ogni credente. Questo è il dato che dovrebbe precedere qualsiasi riflessione sui movimenti ecclesiali oggi.
Riguardo CL, non resta che aderire all’invito finale della lettera di Crotti: “Gesù, pensaci tu!”. Ma ricordandoci che vale per tutta la Chiesa.



