Opinione / In margine a un articolo di “Duc in altum”. Quelle parole di Leone che fanno male. E il vero problema della Chiesa
di Giulio Ferri
Ho letto con attenzione l’articolo dell’amico Aldo Maria Valli intitolato “Quelle parole di Leone che sconcertano e inquietano”. Confesso che, terminata la lettura, mi sono ritrovato a condividere gran parte del suo disagio. Non perché nutra alcun desiderio di polemizzare con il papa. Non perché auspichi nuove divisioni. Non perché ignori i problemi reali esistenti tra Roma e la Fraternità San Pio X. Ma perché alcune parole hanno un peso, e quando quelle parole vengono pronunciate dal Successore di Pietro, il loro peso aumenta enormemente.
La vicenda è nota. Interpellato sulle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità sacerdotale San Pio X, Leone XIV ha dichiarato di stare valutando un nuovo appello affinché non vengano compiute e ha aggiunto che occorre comprendere cosa quella scelta significhi per la Fraternità e per la Chiesa. Ha inoltre osservato che la Fraternità continua a rifiutare alcuni elementi fondamentali del Concilio Vaticano II e che, se dovesse procedere, “noi dobbiamo andare avanti”.
È precisamente quest’ultima impostazione a lasciarmi perplesso. Perché la questione della Fraternità non è una normale controversia disciplinare e non riguarda un’associazione qualsiasi, non riguarda una disputa amministrativa, bensì riguarda centinaia di sacerdoti, migliaia di fedeli, seminari fiorenti, famiglie numerose, vocazioni religiose e una parte significativa del mondo cattolico che da decenni continua a dichiarare la propria fedeltà alla Tradizione della Chiesa.
Si può essere in disaccordo con la Fraternità, si possono contestarne alcune scelte, si possono ritenere errate certe posizioni, ma non la si può liquidare come un problema da archiviare. Non dopo quasi quarant’anni. Non dopo tutti i tentativi di dialogo. Non dopo tutte le concessioni liturgiche, canoniche e pastorali che si sono succedute nei diversi pontificati.
L’impressione che molti fedeli ricevono è che, quando si tratta del mondo tradizionale, Roma finisca sempre per parlare il linguaggio della sopportazione anziché quello della paternità. Ed è questo che fa male, perché la missione del papa non è semplicemente governare, ma custodire l’unità. E l’unità non consiste nel dire a chi è in difficoltà: “Se non accettate tutto, andremo avanti senza di voi”. L’unità consiste nel continuare a cercare la pecora smarrita anche quando il cammino appare lungo e difficile.
Naturalmente qualcuno potrebbe obiettare che la Fraternità non è una pecora smarrita, ma una realtà che ha scelto consapevolmente una posizione di tensione con Roma. Vero. Ma proprio per questo la situazione richiede ancora più attenzione. Perché qui non siamo davanti a una ribellione contro la fede cattolica: siamo davanti a un conflitto sull’interpretazione di alcuni aspetti del Concilio Vaticano II e della crisi ecclesiale contemporanea. È una differenza enorme.
Molti osservatori continuano a descrivere la Fraternità come se fosse il problema. Io temo invece che la sua esistenza sia soprattutto il sintomo di un problema più profondo. La domanda che dovremmo porci non è perché la Fraternità continui a esistere, ma perché decine di migliaia di cattolici continuino a riconoscersi nelle sue critiche: perché tanti giovani sacerdoti guardano con interesse alla Tradizione? Perché tante famiglie trovano nella liturgia tradizionale un nutrimento spirituale che altrove faticano a trovare? Perché tanti fedeli percepiscono una distanza crescente tra il linguaggio ecclesiastico contemporaneo e quello che hanno ricevuto dalla grande tradizione dottrinale della Chiesa?
Queste domande non possono essere semplicemente accantonate. Ed è qui che il ragionamento di Aldo Maria Valli mi sembra particolarmente acuto. Quando il papa dice di voler comprendere cosa significhi la scelta della Fraternità, si ha quasi l’impressione che il problema sia ancora oscuro. Ma è davvero così?
Da quasi quarant’anni la Fraternità ripete le stesse obiezioni. Libertà religiosa. Ecumenismo. Collegialità. Rapporto tra Chiesa e mondo moderno. Interpretazione del Concilio. Non si può certo dire che le sue posizioni siano misteriose. Si possono condividere oppure no, ma sono chiarissime. Per questo motivo molti fedeli avvertono una sensazione di incompiutezza. Come se il vero nodo non venisse mai affrontato fino in fondo.
Personalmente continuo a pensare che una soluzione autentica non possa nascere né dalla capitolazione della Tradizione né dalla rottura con Roma. La Chiesa non appartiene né ai progressisti né ai tradizionalisti. Appartiene a Cristo. Tuttavia non posso nascondere una preoccupazione.
Quando vedo che il mondo cattolico più legato alla Tradizione viene costantemente percepito come un problema da gestire, mentre le derive dottrinali apertamente presenti in molte diocesi occidentali sembrano suscitare reazioni molto più deboli, avverto una profonda asimmetria, ed è una sensazione condivisa da molti fedeli. Sarebbe un errore ignorarla.
Forse il punto decisivo è proprio questo. Le parole di Leone XIV non inquietano soltanto per ciò che dicono. Inquietano per ciò che sembrano rivelare, cioè l’idea che il problema principale della Chiesa si trovi ancora una volta alla sua destra, mentre la crisi della fede continua a devastare intere nazioni un tempo cristiane.
Ecco perché l’articolo di Aldo Maria Valli merita attenzione. Non perché alimenti la polemica, ma perché pone una domanda che non può essere elusa: siamo davvero sicuri che il problema più urgente della Chiesa sia la Fraternità San Pio X? Oppure il problema è molto più vasto, molto più profondo e molto più vicino al cuore stesso della crisi che stiamo vivendo?



