Lettera da Londra / Mappe rosse, cartelli stradali e “spinte gentili”. Così il caldo viene usato come il Covid
di Laura Dodsworth
Quando, qualche giorno fa, sono scesa dall’auto in un’area di servizio fuori Warwick, mi aspettavo di essere investita da un’ondata di caldo soffocante. Invece sono stata accolta da un tepore piacevole e da una brezza rinfrescante. Solo un fiocco di neve avrebbe avuto problemi con il clima di quel particolare tratto di autostrada. Eppure i cartelli autostradali mi avevano ripetutamente avvertito del “caldo estremo”. Forse avrebbero dovuto dire “imbroglio estremo”?
Non sono una negazionista del cambiamento climatico. Dio non voglia! So che il problema del clima esiste. So che il clima sta cambiando e che stiamo vivendo in un’ondata di calore. Solo che quel giorno non faceva particolarmente caldo. Era un normale caldo estivo. E non ero del tutto sicura di cosa implicassero gli avvisi. Che tipo di precauzioni extra avrei dovuto prendere? Evitare l’autostrada? Restare a casa? Bere (acqua) mentre ero alla guida?
Il motivo per cui penso che i cartelli avrebbero dovuto recitare “estremo imbroglio” anziché “estremo calore” è che temo che ciò che si sta davvero surriscaldando sia il nudge, la cosiddetta “spinta gentile”.
Il nudge è un concetto dell’economia comportamentale: la struttura delle scelte di un ambiente viene manipolata per indirizzare le persone verso un comportamento desiderato. Affinché il nudge sia davvero efficace, deve avvenire senza che le persone ne siano necessariamente consapevoli. In linea di principio, un nudge non vieta e non obbliga, ma fa semplicemente sì che una determinata linea d’azione sia percepita come la risposta più ovvia e ragionevole. Esistono molti tipi di nudge e, se desiderate approfondire l’argomento, potete consultare, tra gli altri, il mio libro “Free Your Mind. The new world of manipulation and how to resist it”.
Durante la psicopandemia del Covid, l’unità di scienze comportamentali del governo britannico, la SPI-B, ha impiegato la tecnica del nudge in modo sistematico: i cartelli autostradali che ci invitavano a rimanere a casa, gli adesivi per il distanziamento sociale nei corridoi dei supermercati, i conteggi giornalieri dei decessi nei notiziari. Il messaggio non era principalmente informativo, ma motivazionale.
Non si può non notare che lo stesso schema utilizzato con il Covid è ora impiegato di nuovo, persino nella segnaletica autostradale. Questi segnali sono, di nuovo, il sintomo di un’invadenza statale che cerca di interferire in ogni aspetto delle nostre vite, proprio come durante la pandemia.
Probabilmente saprete che l’entità del cambiamento climatico causato dall’uomo è oggetto di dibattito. In proposito la scienza, come spesso succede, non ha ancora raggiunto un consenso definitivo. E anche l’impatto delle proposte di cambiamento per raggiungere le emissioni nette zero è fortemente contestato. Il giugno 2026 è stato effettivamente molto caldo, molto più del solito. Tuttavia, insolito non significa senza precedenti nella lunga storia di variabilità climatica della Terra. E un clima eccezionale non è di per sé una prova certa di catastrofe.
Nel mio libro “A State of Fear. How the UK government weaponused fear during the Covid-19 pandemic” (Uno stato di paura. Come il governo britannico ha strumentalizzato la paura durante la pandemia di Covid-19) ho trattato in dettaglio il sistematico utilizzo della paura da parte del governo britannico durante la pandemia. La pandemia si è trasformata in un laboratorio per sociologi e studiosi del comportamento: siamo stati cavie utilizzate per verificare fino a che punto si può modificare il comportamento pubblico attraverso la comunicazione, la pressione sociale e la manipolazione dell’ansia. E la risposta, a quanto pare, è stata: parecchio.
Clifford Stott, professore di psicologia sociale e membro dell’SPI-B, a una mia domanda sul possibile superamento della paura e sul ritorno alla normalità, mi ha risposto: “L’idea di tornare alla cosiddetta normalità è un aspetto fondamentale da considerare. Si profila una crisi climatica e bisognerà affrontarla. Il modo in cui ci siamo adattati al virus è stato piuttosto vantaggioso in termini di modelli lavorativi e riduzione delle emissioni di carbonio: tutte cose che dovremo affrontare per adattarci al nuovo futuro. Come ha detto il primo ministro neozelandese, dobbiamo ricostruire meglio. Ci aspettano tempi difficili per i prossimi venti o trent’anni, che Dio ci aiuti! La più grande crisi dell’umanità sta per iniziare. Vedo i modelli meteorologici cambiare intorno a me. Credo nel cambiamento climatico. Sta già peggiorando. Tutto ciò avrà un impatto enorme sulla natura del mondo che ci circonda”.
Mi si è gelato il sangue. Ma Stott non è certo il solo. Il presidente della Camera Lindsay Hoyle lo ha detto in modo ancora più diretto durante la riunione dei presidenti del G7: “Ciò che ha sorpreso molti di noi nel Regno Unito è stato il livello di coinvolgimento dimostrato dalla maggior parte della popolazione una volta chiarita la gravità della situazione. Le persone erano disposte ad accettare limitazioni alla libertà di scelta e allo stile di vita… Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che avremmo indossato le mascherine con tanta facilità e che saremmo stati tutti così collaborativi”.
Quando qualcuno mi ha chiesto di scrivere l’equivalente di “A State of Fear” dedicato al clima, mi sono messa a raccogliere spunti per mesi. Ma vedo che alcune tattiche si stanno facendo sempre più efficaci, e il momento richiede di riconsiderare tutto.
La spedizione del programma Duke of Edinburgh [programma di educazione per i giovani che richiede ai partecipanti di pianificare, intraprendere e portare a termine un viaggio avventuroso di gruppo in un ambiente naturale, N.d.T.] è stata annullata a causa del caldo. I pericoli legati al caldo avrebbero potuto essere mitigati dal fatto che i partecipanti sono giovani e in forma, e avrebbero potuto fare soste extra per reidratarsi lungo il percorso. Stare in tenda durante un’ondata di calore sarebbe stato spiacevole, ma probabilmente non pericoloso, e il fatto che sia spiacevole non dovrebbe essere un motivo per annullare una spedizione. Forse i pericoli sono stati esagerati? Non intendo dire che ci sia stata l’intenzione deliberata di alimentare l’ansia climatica. Vedo però che la nostra cultura ossessionata dalla sicurezza è ormai predisposta a questo tipo di ansia.
Come si può capire, questa è solo la punta dell’iceberg che si sta sciogliendo. Mentre ai ragazzi delle scuole viene detto di non andare in campeggio, ci sono proposte ben più significative.
Si chiede, per esempio, l’introduzione di temperature massime nei luoghi di lavoro. Il National Education Union ha affermato che una temperatura massima di 26°C negli ambienti interni delle scuole è appropriata, e il Climate Change Committee ha auspicato l’adozione di una “temperatura massima nazionale” per i luoghi di lavoro. Al momento non esiste un limite massimo di legge, ma la campagna è in corso.
Le attività del settore dell’ospitalità in tutto il Regno Unito hanno chiuso o modificato i propri orari di apertura a causa di quelle che il Met Office definisce condizioni di lavoro “eccessivamente calde”. Si tratta di una loro prerogativa, ma le richieste di una legislazione si stanno intensificando. Panifici e caffè hanno chiuso o ridotto orari e menù. Un pub molto frequentato ha chiuso durante l’ondata di calore dopo che le temperature dietro il bancone hanno superato i 34°C. La Francia ha vietato il consumo di alcol in pubblico nelle zone di “allerta rossa”, ha ordinato la chiusura di 845 scuole e ha cancellato treni, concerti ed eventi sportivi poiché le temperature hanno raggiunto i 40°C in alcune aree.
Poi ci sono le scuole. Alcune scuole nell’Inghilterra occidentale hanno confermato alla Bbc che avrebbero terminato le lezioni in anticipo a causa del caldo. E crescono le richieste affinché la chiusura diventi una prassi consolidata.
Mi chiedo: gli stessi professionisti della sanità pubblica che chiedono la chiusura delle scuole nel Sud dell’Inghilterra sosterrebbero anche la fine di tutta l’istruzione a Sud di Roma? O addirittura per l’intera Africa subsahariana? O questa logica si applica solo a persone che si sono abituate a vivere entro una fascia termica molto ristretta?
E se le scuole non chiudono, potete rifiutarvi di mandarci i vostri piccoli tesori? In un classico esempio di propaganda, la Bbc ha chiesto ai lettori: “Vi rifiutereste di lavorare o di mandare i vostri figli a scuola durante un’ondata di caldo?”. Questo è un titolo che esercita un’influenza determinante semplicemente ponendo la domanda.
L’economia e l’istruzione si sono riprese dopo i lockdown del 2020-2021, eppure c’è chi vuole chiudere di nuovo negozi e scuole.
Da un lato, non dovremmo lavorare senza aria condizionata. Dall’altro, non dobbiamo installarla in casa. Non si può accontentare tutti.
Questa settimana, l’account social del Met Office è stato in preda a un’ondata di orrore e fervore a stento represso. Un diluvio di avvisi, mappe rosse e statistiche allarmanti si è riversato su di noi. Le mappe presentano una gradazione di rosso sempre più intensa: di questo passo, finiranno presto il pigmento cremisi!
Una valanga di tweet del Met Office chiede: “Qual è la differenza tra un’allerta per caldo estremo e un’allerta sanitaria per caldo?”. E avvisa: ”In questa regione è previsto un periodo eccezionalmente caldo e umido, con probabili ripercussioni sulla popolazione generale”. Proprio come il Covid è stato falsamente presentato come rischioso per l’intera popolazione anziché per specifici gruppi vulnerabili, ora il meteo viene dipinto come pericoloso per tutti, quando non lo è.
E si badi: tutta questa isteria non trova riscontro in inverno, quando i decessi legati al freddo superano di gran lunga quelli legati al caldo. Un tipo di morte dovuta alla temperatura merita mappe rosse e leggi d’emergenza, l’altro merita un silenzio imbarazzato e istruzioni formali di abbassare il termostato per l’emergenza climatica.
Tutto ciò mi ricorda quanto mi disse un altro consulente dell’SPI-B: “Gli psicologi tendono a essere i più nevrotici”. Sospetto che il personale del Met Office non sia immune da qualche nevrosi.



