Quelle affinità tra Unione Sovietica e Chiesa sinodale

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

c’è qualcosa di sorprendentemente familiare, per chi abbia un minimo di memoria storica, tra il processo sinodale e quanto succedeva in Unione Sovietica. Non mi riferisco, naturalmente, ai contenuti ma al procedimento.

I piani quinquennali sovietici funzionavano pressappoco così: il segretario generale e il Politburo stabilivano gli obiettivi strategici; si mobilitava, quindi, l’intero sistema, si raccoglievano dalle unità periferiche dati, esigenze e previsioni che venivano rielaborati dal Gosplan (Commissione statale per la pianificazione) e trasformati in numeri, obiettivi, percentuali di crescita; il risultato finale veniva poi formalmente approvato dagli organi centrali.

Il processo sinodale sembra seguire una dinamica molto simile: fissazione degli obiettivi a livello centrale; fase di ascolto diffuso nelle diocesi; successiva elaborazione a livelli intermedi; sintesi finale.

La “pianificazione socialista” e il “discernimento ecclesiale” hanno una struttura sorprendentemente affine ma differiscono in un punto: nel piano quinquennale la decisione si imponeva come comando; nel processo sinodale la decisione si presenta come esito dell’azione dello Spirito, mentre il percorso partecipativo finisce per legittimare decisioni già orientate.

Sennonché la Chiesa non è una democrazia; non certo perché non abbia ancora scoperto le meraviglie del voto a maggioranza, ma perché la Verità non nasce (per nostra fortuna) da un processo deliberativo.

Perfino il tanto acclamato Concilio Vaticano II lo dice chiaramente: la rivelazione è trasmessa attraverso la Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura, costituendo un “solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa”, con l’ufficio “di interpretare autenticamente la parola di Dio […] affidato al solo magistero della Chiesa la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio” (“Dei Verbum”, 10).

La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura, allora, non guardano al consenso o al sentire diffuso. Anche perché se la partecipazione diventa – anche implicitamente – criterio di verità, si introduce una logica che lo stesso magistero ha per secoli escluso: quella per cui la dottrina evolve per accumulo storico o pressione del momento.

È sempre il Concilio Vaticano II a chiarire che la Tradizione di origine apostolica “progredisce nella Chiesa” (“Dei Verbum”, 8), non perché venga riscritta, ma perché venga più profondamente compresa.

Anche per questo Benedetto XVI ha insistito più volte sulla distinzione tra ermeneutica della continuità ed ermeneutica della rottura: la Tradizione si sviluppa, ma non si contraddice; si approfondisce, ma non si cambia, tanto più a colpi di maggioranza.

Se, dunque, il processo sinodale viene letto come un meccanismo di aggiornamento storico della dottrina, allora il problema non è organizzativo ma teologico: si passa da una Chiesa che riceve e custodisce la Verità a una Chiesa che la elabora progressivamente e la crea a seconda delle esigenze del momento storico.

Ed è qui che la similitudine con i piani quinquennali smette di essere una mera provocazione e conduce a risultati inquietanti: il piano quinquennale tentava di adattare (con risultati catastrofici) la produzione alle esigenze del presente; la sinodalità prova a giudicare (con risultati altrettanto catastrofici) il presente sulla base di categorie che mutano nel tempo.

Sennonché la Tradizione, nel senso cattolico, non è un archivio da aggiornare né un processo da ricalibrare a ogni ciclo storico: è – per usare ancora le parole del Concilio troppo spesso dimenticate dai modernisti che preferiscono affidarsi a un immaginifico “spirito del Concilio” che non trova quasi mai riscontro nei testi conciliari – il deposito della fede trasmesso “una volta per sempre” (“Dei Verbum”, 8).

In fondo le commissioni sinodali soffrono della stessa “presunzione fatale” che colpiva la burocrazia sovietica: pretendere di pianificare a tavolino non più l’economia ma la Fede. Il risultato, nell’uno e nell’altro caso, è lo stesso: la carestia. Nell’Unione Sovietica mancavano il pane e la carne; nella Chiesa sinodale rischiano di mancare la Fede e le vocazioni. E se senza pane si muore nel corpo, senza fede si muore nell’anima.

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